Un taglio netto alle convenzioni anti-bibliche e pseudo-bibliche, all'ignoranza e alle speculazioni — Ein klarer Schnitt zu den anti-biblischen und pseudo-biblischen Konventionen, zur Unwissenheit und den Spekulationen — A clean cut to the anti-biblical and pseudo-biblical conventions, to the ignorance and the speculations — Une coupe nette aux conventions anti-bibliques et pseudo-bibliques, à l'ignorance et aux spéculations — Un corte neto a las convenciones anti-bíblicas y pseudo-bíblicas, a la ignorancia y a las especulaciones

«La fede che pensa» — «Accettare la sfida nel nostro tempo»

«Glaube gegen den Strom»: Für das biblische Unterscheidungsvermögen — «Faith countercurrent»: For the biblical discernment — «Foi contre-courant»: Pour le discernement biblique — «Fe contracorriente»: Por el discernimiento bíblico     

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L’uomo e la donna nella Bibbia — Generi e ruoli 1

  Ecco le parti principali:

Entriamo nel tema (la problematica)

I generi nella Bibbia

Il matrimonio nella Bibbia 

 

La donna nel Nuovo Testamento — Generi e ruoli 2

  Ecco le parti principali:

La posizione della donna nella chiesa

Il ministero della donna nella chiesa

Aspetti conclusivi

La mia donna 

 

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TRADIZIONI E CONVENZIONI: CHE COSA DETERMINA

IL COMPORTAMENTO CRISTIANO?

 

 a cura di Nicola Martella

 

La pratica usuale, il consenso, l’abitudine e quant’altro ci portano spesso a credere che il nostro modo di fare coincida del tutto con la prassi degli apostoli e della chiesa primordiale. Leggendo la Scrittura si è portati a credere che i credenti del primo secolo avessero come noi dei locali di culto, dei conduttori o un pastore, che andassero in chiesa di domenica, che celebrassero ogni domenica la cena del Signore, che nella sala ci si sedesse come da noi, che i culti avessero la «liturgia» della nostra comunità eccetera. Può quindi succedere che il linguaggio religioso odierno e varie pratiche religiose correnti siano usati in modo scontato come chiave ermeneutica per spiegare alcune espressioni presenti nella Bibbia (p.es. «rompere il pane») e alcune pratiche della chiesa primordiale (p.es. la colletta). Le cose non stanno sempre così, ma l’uso e la convenzione danno l’illusione che le cose stiano veramente così. Questo non è solo da cercare nelle grandi denominazioni cristiane (prete, messa, sacramenti, struttura ecclesiale, papato, patriarcato, dottrine ecc.), ma anche nelle chiese libere di diversa nomenclatura e aggregazione. È chiaro che l’uso basato sulla convenzione e sulla tradizione, se non viene analizzato criticamente, può impedire l’accertamento della pura verità.

     Ad esempio, a chi viene in mente che la prassi ecclesiale della chiesa apostolica era del tutto differente da quella odierna? Infatti, non esistevano locali di culto, né grandi né piccoli, ma i credenti si radunavano normalmente nelle case, in genere in quella del conduttore (vi potevano essere quindi più luoghi d’incontro nella stessa città!): si veda l’espressione «la chiesa in casa tua /sua / loro» (Rm 16,5; 1 Cor 16,19; Col 4,15; Flm 1,2; cfr. At 8,3) e «quelli di casa di ***» (Rm 16,10s; cfr. Fil 4,22). Per la discussione dell’espressione «rompere il pane», attribuita spesso, in modo scontato e per convenzione, alla «cena del Signore», rimandiamo a: Rompere il pane: la cena del Signore?.

     Durante la storia della chiesa (e delle chiese) si è assistito alla decontestualizzazione storica, culturale, teologica e letteraria delle asserzioni della Bibbia nella dottrina delle chiese. Ciò che nella Bibbia era inteso come letterale fu reso simbolico, metaforico e allegorico (spesso portando avanti una politica religiosa); ciò che era metaforico, fu reso materiale, per collegarsi alla moda religiosa dominante (p.es. lo gnosticismo e il sacramentalismo ivi insito). Durante la storia, le chiese hanno seguito ora Platone (trascendentalismo, spiritualismo, misticismo, ascetismo, sentimento) ora Aristotele (ragione, immanentismo, empirismo, materialismo, Realpolitik). E queste fasi, in azione e reazione, perdurano fino a oggi. L’approccio dottrinale e le pratiche degli evangelici italiani è spesso caratterizzata da un atteggiamento «anti» o «contro»: specialmente anti-cattolico. Ma il contrario di una menzogna non è per forza la verità, ma può essere un’altra menzogna di segno contrario. Si tratta, quindi, di un atteggiamento reattivo. E ciò può impedire la ricerca della verità in sé e di tutta la verità.

     Al posizionamento rispetto alla denominazione dominante (p.es. contro ricorrenze specifiche) si aggiungono i relativi «anti» programmatici rispetto ad altri fenomeni, convinzioni, pratiche eccetera. Ecco alcuni casi:

     — Alcuni non parlano più (tanto) di Spirito Santo, di carismi, di guarigione, e di miracoli, perché altri lo fanno troppo e in modo esagerato.

     — Alcuni non parlano di apostoli e di profeti nelle chiese odierne (tutto sarebbe solo per quei tempi), perché altri lo fanno in modo sbagliato (falsi apostoli e falsi profeti). Ma il NT parla di apostoli (mandati) delle chiese (2 Pt 3,2 vostri apostoli; At 14,14 apostoli Barnaba e Paolo; 1 Cor 12,28ss presente continuo) e di profeti (proclamatori) nella chiese (1 Cor 14,29ss).

    — Alcuni non parlano di «regno messianico» escatologico (o millennio), perché lo fanno altri in malo modo (p.es. i seguaci della Torre di Guardia).

     — Alcuni, ad esempio, non festeggiano il natale non perché non ve ne sia la libertà (Fil 4,8; 1 Cor 6,12,23) — anche Israele aveva aggiunto feste legittime a quelle prescritte dalla legge (Gdc 21,19; Est 9,29.31) e Gesù e gli apostoli le festeggiarono (Gv 5,1 una festa dei Giudei) — ma per reazione storica (diventata tradizione) alla denominazione dominante.

     — Alcuni evitano con imbarazzo del tutto il problema della «etica cristiana», ma parlano solo di «santificazione», lasciando così ad altri di porsi in modo critico rispetto ai vecchi e nuovi problemi della società e del cristiano in essa.

     — La lista potrebbe continuare per altri temi, quali l’impegno sociale del cristiano, la presenza dei cristiani in politica, la posizione e il ministero della donna nella chiesa, la preghiera della donna, la presenza di più chiese locali dello stesso tipo nello stesso paese eccetera.

 

Qual è il «proprium» degli evangelici? Quale dev'essere la loro «identità» e il loro «posizionamento» sulla base del nuovo patto e in modo indipendente dalle tradizioni (anche dall'anti-tradizionalismo altrui) e dalle convenzioni, e nel senso di un'azione biblica, invece che una reazione alle esagerazioni o alle dottrine e alle pratiche religiose altrui, ritenute sbagliate?

 

     Che cosa ne pensate? Quali sono al riguardo le vostre esperienze, idee e opinioni?

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I contributi sul tema  ▲

(I contributi rispecchiano le opinioni personali degli autori.

I contributi attivi hanno uno sfondo bianco)

 

Nicola Berretta

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Primo {Nicola Berretta} ▲

 

Ritengo di estrema importanza la discussione riguardante la tradizione nella chiesa. Una chiesa è infatti chiamata a rimanere radicata negli insegnamenti del Capo, a cui fa riferimento, cioè Cristo, però, essendo formata da un insieme di persone inserite all’interno di precisi contesti culturali, risulta anche inevitabile assumere gesti, comportamenti e abitudini, che col tempo divengono rituali. In questo modo, anche inconsapevolmente, le verità immutabili a cui la chiesa si richiama si confondono con tradizioni umane, rivestite di autorità biblica. Diventa dunque prioritario per un credente il saper discernere ciò che è davvero una verità scritturale da quelli che sono i propri convincimenti, derivati dalle proprie tradizioni.

     La conseguenza negativa della mancanza di discernimento spirituale su quelle che sono le nostre tradizioni può essere riassunta in questi aspetti principali:

     ■ La forma sostituisce la sostanza. L’esteriorità formale, nata per rispondere a esigenze contingenti di un certo ambiente culturale diviene prioritaria rispetto a esigenze nuove, sollecitate da un ambiente culturale diverso.

     ■ Si confondono quelle che sono le tradizioni formali con la Scrittura, dimenticando di fare le dovute distinzioni. Questo atteggiamento facilmente sfocia nel settarismo di coloro che non considerano propri fratelli in Cristo coloro che hanno differenti forme di espressione all’interno della loro realtà ecclesiale.

     ■ Si può giungere finanche a sostituire con la propria tradizione ciò che la Scrittura afferma (Mc 7,5-13).

     ■ Si diviene chiusi e impenetrabili di fronte alla realtà che ci circonda. Questo trasforma la chiesa in un’isola virtuale, chiusa in una campana di vetro, con conseguenze negative quali, ad esempio, le seguenti:

       ● 1) Si è incapaci di rapportarsi col mondo e comunicare l’Evangelo in modo pertinente ai bisogni dell’uomo di oggi.

       ● 2) Si vive una vita schizofrenica e incoerente tra la chiesa e il mondo del lavoro o della scuola.

       ● 3) Le generazioni più giovani si allontanano, soprattutto coloro che sono più intraprendenti e innovativi.

 

Occorre però anche evidenziare che nella Scrittura la «tradizione» non ha necessariamente una connotazione negativa. Il termine originario deriva dal verbo paradìdomi e significa semplicemente «trasmettere – consegnare», e può avere connotazioni negative, positive oppure anche neutre.

     ■ Un uso chiaramente positivo è quello in riferimento alle verità che Dio stesso ci ha trasmesso (Lc 1,2; Giuda v. 3), alle decisioni prese dagli apostoli a Gerusalemme (At 16,4) o al messaggio annunciato da Paolo (nei termini tradotti con «insegnamenti» o nel verbo «trasmettere» di brani come Rm 6,17; 1 Cor 11,2.23 e 15,3; 2 Ts 2,15 e 3,6).

     ■ Un uso neutrale è invece quello in cui per «tradizione» ci si riferisce a quella trasmessa da Mosè (Mc 7,5; At 6,14).

     ■ Spesso, però, questo uso si traduce in connotazioni negative quando quelle tradizioni sono messe in rapporto alla novità di Cristo. Per cui, ad esempio, Paolo parlò delle «tradizioni» dei padri, in cui si distingueva, le quali, sebbene egli non le considerasse negative in sé (Gal 1,4), erano oscurate dalla novità di Cristo (Gal 1,15s). Diversamente, però, usò il termine «tradizione» con una chiara connotazione negativa in riferimento a quelle tradizioni umane che non si armonizzavano al messaggio di Cristo (Col 2,8). Anche Pietro parlò delle tradizioni dei padri in senso negativo, perché rapportate al «prezioso sangue di Cristo» (1 Pt 1,18s). Gesù diede un giudizio chiaramente negativo delle tradizioni in Mc 7,13 in quanto la loro osservanza comportava un annullamento della parola di Dio.

     Sulla base di questi riferimenti, dunque, quando ci troviamo di fronte a delle tradizioni, dobbiamo chiederci, in primo luogo, quale sia la loro origine e, in secondo luogo, come esse si pongano in rapporto a Cristo. Rispondere a queste domande è prioritario, per evitare le possibili conseguenze negative della tradizione.

     Ciò detto, occorre a mio giudizio chiedersi se l’identificazione delle nostre tradizioni umane, distinguendole con chiarezza dalle verità bibliche, debba comportare automaticamente l’eliminazione di queste tradizioni. Io credo di no, infatti le tradizioni non sono necessariamente negative. Il problema è che, se non chiaramente individuate, possono facilmente trasformarsi in qualcosa che ci può allontanare dalla verità di quell’Evangelo, di cui vogliamo essere testimoni.

     Quando dico che le tradizioni non sono necessariamente negative, mi riferisco al fatto che esse possono essere utili nel conferire un senso d’appartenenza, un legame col passato che proietta verso il futuro, una fierezza d’un passato che costituisce le nostre radici. Inoltre la tradizione è, per sua natura, passata al vaglio di esperienze altrui, attraversando più generazioni, quindi porta con sé un bagaglio di saggezza utile alle generazioni più giovani. Permette dunque di non essere trascinati dall’effimero delle mode del momento. Infine, la «reperibilità» connaturata alle tradizioni ci rassicura, in un mondo che gira freneticamente.

     Affermare dunque che gesti quali l’effettuare la Cena del Signore ogni Domenica o a scadenze diverse, il dare o meno importanza a un giorno specifico da dedicare al Signore, o anche l’utilizzo di un locale o di una casa privata per gli incontri comunitari, sono tutti espressione di tradizioni della nostra specifica realtà ecclesiale, non equivale al dare a essi una connotazione automaticamente negativa. Il problema sorge quando ci troviamo di fronte a tradizioni che contrastano con le verità bibliche, ma non credo che gli esempi appena riportati vadano in questa direzione.

     Al tempo stesso risulta imperativo individuarle, identificarle con chiarezza come tradizioni, senza nascondersi dietro a presuntuose affermazioni di purezza dottrinale. Spesso infatti noi cristiani evangelici tendiamo a negare l’esistenza di tradizioni nel nostro mezzo, additandole alla sola realtà della chiesa cattolica. Questa negazione è un grave errore, perché è proprio la mancanza di una chiara identificazione delle nostre tradizioni che ci espone a eresie future, in cui quelle stesse tradizioni potranno essere anteposte alla Scrittura, sostituendola. Identificare con onestà la loro esistenza ci permette invece di vaccinarci contro queste conseguenze negative e ci dà modo di vivere le nostre tradizioni con serenità e discernimento, senza confonderle con la Scrittura. Infine, ci permette di non fossilizzarsi su di esse, e se in futuro ci dovessimo trovare di fronte all’eventualità di doverle cambiare, saremmo in grado di farlo con disincanto, senza timore di venir meno all’ortodossia biblica.

     Non è una sfida facile, ma può essere vinta attraverso l’umiltà di guardare a ciò che la Scrittura afferma davvero e di sottometterci a essa.

 

 

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Aggiornamento: 07-04-07

 

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