|
La pratica usuale, il consenso, l’abitudine
e quant’altro ci portano spesso a credere che il nostro
modo di fare coincida del tutto con la prassi degli
apostoli e della chiesa primordiale. Leggendo la
Scrittura si è portati a credere che i credenti del
primo secolo avessero come noi dei locali di culto, dei
conduttori o un pastore, che andassero in chiesa di
domenica, che celebrassero ogni domenica la cena del
Signore, che nella sala ci si sedesse come da noi, che i
culti avessero la «liturgia» della nostra comunità
eccetera. Può quindi succedere che il linguaggio
religioso odierno e varie pratiche religiose correnti
siano usati in modo scontato come chiave ermeneutica per
spiegare alcune espressioni presenti nella Bibbia (p.es.
«rompere il pane») e alcune
pratiche della chiesa primordiale (p.es. la colletta).
Le cose non stanno sempre così, ma l’uso e la convenzione
danno l’illusione che le cose stiano veramente così.
Questo non è solo da cercare nelle grandi denominazioni
cristiane (prete, messa, sacramenti, struttura
ecclesiale, papato, patriarcato, dottrine ecc.), ma
anche nelle chiese libere di diversa nomenclatura e
aggregazione. È chiaro che l’uso basato sulla
convenzione e sulla tradizione, se non viene analizzato
criticamente, può impedire l’accertamento della pura
verità.
Ad esempio, a chi viene in mente che la prassi
ecclesiale della chiesa apostolica era del tutto
differente da quella odierna? Infatti, non esistevano
locali di culto, né grandi né piccoli, ma i credenti si
radunavano normalmente nelle case, in genere in quella
del conduttore (vi potevano essere quindi più luoghi
d’incontro nella stessa città!): si veda l’espressione
«la chiesa in casa tua /sua / loro» (Rm 16,5; 1 Cor
16,19; Col 4,15; Flm 1,2; cfr. At 8,3) e «quelli di casa
di ***» (Rm 16,10s; cfr. Fil 4,22). Per la discussione
dell’espressione «rompere il pane», attribuita spesso,
in modo scontato e per convenzione, alla «cena del
Signore», rimandiamo a:
Rompere il pane: la
cena del Signore?.
Durante la storia della
chiesa (e delle chiese) si è assistito alla
decontestualizzazione storica, culturale, teologica e
letteraria delle asserzioni della Bibbia nella dottrina
delle chiese. Ciò che nella Bibbia era inteso come
letterale fu reso simbolico, metaforico e allegorico
(spesso portando avanti una politica religiosa); ciò che
era metaforico, fu reso materiale, per collegarsi alla
moda religiosa dominante (p.es. lo gnosticismo e il
sacramentalismo ivi insito). Durante la storia, le
chiese hanno seguito ora Platone (trascendentalismo,
spiritualismo, misticismo, ascetismo, sentimento) ora
Aristotele (ragione, immanentismo, empirismo,
materialismo, Realpolitik). E queste fasi, in
azione e reazione, perdurano fino a oggi. L’approccio
dottrinale e le pratiche degli evangelici italiani è
spesso caratterizzata da un atteggiamento «anti» o
«contro»: specialmente anti-cattolico. Ma il contrario
di una menzogna non è per forza la verità, ma può essere
un’altra menzogna di segno contrario. Si tratta, quindi,
di un atteggiamento reattivo. E ciò può impedire la
ricerca della verità in sé e di tutta la
verità.
Al posizionamento rispetto
alla denominazione dominante (p.es. contro ricorrenze
specifiche) si aggiungono i relativi «anti»
programmatici rispetto ad altri fenomeni, convinzioni,
pratiche eccetera. Ecco alcuni casi:
— Alcuni non parlano più
(tanto) di Spirito Santo, di carismi, di guarigione, e
di miracoli, perché altri lo fanno troppo e in modo
esagerato.
— Alcuni non parlano di
apostoli e di profeti nelle chiese odierne (tutto
sarebbe solo per quei tempi), perché altri lo
fanno in modo sbagliato (falsi apostoli e falsi
profeti). Ma il NT parla di apostoli (mandati) delle
chiese (2 Pt 3,2 vostri apostoli; At 14,14
apostoli Barnaba e Paolo; 1 Cor 12,28ss presente
continuo) e di profeti (proclamatori) nella chiese (1
Cor 14,29ss).
— Alcuni non parlano di
«regno messianico» escatologico (o millennio), perché lo
fanno altri in malo modo (p.es. i seguaci della Torre di
Guardia).
— Alcuni, ad esempio, non
festeggiano il natale non perché non ve ne sia la
libertà (Fil 4,8; 1 Cor 6,12,23) — anche Israele aveva
aggiunto feste legittime a quelle prescritte dalla legge
(Gdc 21,19; Est 9,29.31) e Gesù e gli apostoli le
festeggiarono (Gv 5,1 una festa dei Giudei) — ma per
reazione storica (diventata tradizione) alla
denominazione dominante.
— Alcuni evitano con imbarazzo del tutto il problema
della «etica cristiana», ma parlano solo di
«santificazione», lasciando così ad altri di porsi in
modo critico rispetto ai vecchi e nuovi problemi della
società e del cristiano in essa.
— La
lista potrebbe continuare per altri temi, quali
l’impegno sociale del cristiano, la presenza dei
cristiani in politica, la posizione e il ministero della
donna nella chiesa, la preghiera della donna, la
presenza di più chiese locali dello stesso tipo nello
stesso paese eccetera.
Qual è il «proprium» degli evangelici?
Quale dev'essere la loro «identità» e il loro
«posizionamento» sulla base del nuovo patto e in modo
indipendente dalle tradizioni (anche
dall'anti-tradizionalismo altrui) e dalle convenzioni, e
nel senso di un'azione biblica, invece che una reazione
alle esagerazioni o alle dottrine e alle pratiche
religiose altrui, ritenute sbagliate?
Che cosa ne pensate? Quali sono al
riguardo le vostre esperienze, idee e opinioni?
Partecipate alla discussione inviando
i vostri contributi al Webmaster
(E-mail)
I
contributi sul tema
▲
(I contributi rispecchiano le opinioni
personali degli autori.
I contributi attivi hanno uno
sfondo
bianco)
Clicca sul lemma
desiderato per raggiungere la rubrica sottostante
Primo
{Nicola
Berretta} ▲
Ritengo di estrema
importanza la discussione riguardante la tradizione
nella chiesa. Una chiesa è infatti chiamata a rimanere
radicata negli insegnamenti del Capo, a cui fa
riferimento, cioè Cristo, però, essendo formata da un
insieme di persone inserite all’interno di precisi
contesti culturali, risulta anche inevitabile assumere
gesti, comportamenti e abitudini, che col tempo
divengono rituali. In questo modo, anche
inconsapevolmente, le verità immutabili a cui la chiesa
si richiama si confondono con tradizioni umane,
rivestite di autorità biblica. Diventa dunque
prioritario per un credente il saper discernere ciò che
è davvero una verità scritturale da quelli che
sono i propri convincimenti, derivati dalle proprie
tradizioni.
La conseguenza
negativa della mancanza di discernimento spirituale su
quelle che sono le nostre tradizioni può essere
riassunta in questi aspetti principali:
■ La forma sostituisce la
sostanza. L’esteriorità formale, nata per rispondere a
esigenze contingenti di un certo ambiente culturale
diviene prioritaria rispetto a esigenze nuove,
sollecitate da un ambiente culturale diverso.
■ Si confondono quelle che
sono le tradizioni formali con la Scrittura,
dimenticando di fare le dovute distinzioni. Questo
atteggiamento facilmente sfocia nel settarismo di
coloro che non considerano propri fratelli in Cristo
coloro che hanno differenti forme di espressione
all’interno della loro realtà ecclesiale.
■
Si può
giungere finanche a sostituire con la propria tradizione
ciò che la Scrittura afferma (Mc 7,5-13).
■ Si diviene chiusi e
impenetrabili di fronte alla realtà che ci circonda.
Questo trasforma la chiesa in un’isola virtuale,
chiusa in una campana di
vetro, con conseguenze negative quali, ad esempio, le
seguenti:
● 1) Si è
incapaci di
rapportarsi col mondo e comunicare l’Evangelo in modo
pertinente ai bisogni dell’uomo di oggi.
● 2) Si
vive una vita
schizofrenica e incoerente tra la chiesa e il mondo del
lavoro o della scuola.
● 3)
Le
generazioni più giovani si allontanano, soprattutto
coloro che sono più intraprendenti e innovativi.
Occorre però anche
evidenziare che nella Scrittura la «tradizione» non ha
necessariamente una connotazione negativa. Il termine
originario deriva dal verbo paradìdomi e
significa semplicemente «trasmettere – consegnare», e
può avere connotazioni negative, positive oppure anche
neutre.
■ Un uso chiaramente
positivo è quello in riferimento alle verità che Dio
stesso ci ha trasmesso (Lc 1,2; Giuda v. 3), alle
decisioni prese dagli apostoli a Gerusalemme (At 16,4) o
al messaggio annunciato da Paolo (nei termini tradotti
con «insegnamenti» o nel verbo «trasmettere» di brani
come Rm 6,17; 1 Cor 11,2.23 e 15,3; 2 Ts 2,15 e 3,6).
■ Un uso neutrale è
invece quello in cui per «tradizione» ci si riferisce a
quella trasmessa da Mosè (Mc 7,5; At 6,14).
■ Spesso, però, questo uso
si traduce in connotazioni negative quando quelle
tradizioni sono messe in rapporto alla novità di Cristo.
Per cui, ad esempio, Paolo parlò delle «tradizioni» dei
padri, in cui si distingueva, le quali, sebbene egli non
le considerasse negative in sé (Gal 1,4), erano oscurate
dalla novità di Cristo (Gal 1,15s). Diversamente, però,
usò il termine «tradizione» con una chiara connotazione
negativa in riferimento a quelle tradizioni umane che
non si armonizzavano al messaggio di Cristo (Col 2,8).
Anche Pietro parlò delle tradizioni dei padri in senso
negativo, perché rapportate al «prezioso sangue di
Cristo» (1 Pt 1,18s). Gesù diede un giudizio chiaramente
negativo delle tradizioni in Mc 7,13 in quanto la loro
osservanza comportava un annullamento della parola di
Dio.
Sulla base di questi
riferimenti, dunque, quando ci troviamo di fronte a
delle tradizioni, dobbiamo chiederci, in primo luogo,
quale sia la loro origine e, in secondo luogo, come esse
si pongano in rapporto a Cristo. Rispondere a queste
domande è prioritario, per evitare le possibili
conseguenze negative della tradizione.
Ciò detto, occorre a
mio giudizio chiedersi se l’identificazione delle nostre
tradizioni umane, distinguendole con chiarezza dalle
verità bibliche, debba comportare automaticamente
l’eliminazione di queste tradizioni. Io credo di no,
infatti le tradizioni non sono necessariamente
negative. Il problema è che, se non chiaramente
individuate, possono facilmente trasformarsi in qualcosa
che ci può allontanare dalla verità di quell’Evangelo,
di cui vogliamo essere testimoni.
Quando dico che le
tradizioni non sono necessariamente negative, mi
riferisco al fatto che esse possono essere utili nel
conferire un senso d’appartenenza, un legame col passato
che proietta verso il futuro, una fierezza d’un passato
che costituisce le nostre radici. Inoltre la tradizione
è, per sua natura, passata al vaglio di esperienze
altrui, attraversando più generazioni, quindi porta con
sé un bagaglio di saggezza utile alle generazioni più
giovani. Permette dunque di non essere trascinati
dall’effimero delle mode del momento. Infine, la
«reperibilità» connaturata alle tradizioni ci rassicura,
in un mondo che gira freneticamente.
Affermare dunque che
gesti quali l’effettuare la Cena del Signore ogni
Domenica o a scadenze diverse, il dare o meno importanza
a un giorno specifico da dedicare al Signore, o anche
l’utilizzo di un locale o di una casa privata per gli
incontri comunitari, sono tutti espressione di
tradizioni della nostra specifica realtà ecclesiale, non
equivale al dare a essi una connotazione
automaticamente negativa. Il problema sorge quando
ci troviamo di fronte a tradizioni che contrastano con
le verità bibliche, ma non credo che gli esempi appena
riportati vadano in questa direzione.
Al tempo stesso
risulta imperativo individuarle, identificarle con
chiarezza come tradizioni, senza nascondersi dietro a
presuntuose affermazioni di purezza dottrinale.
Spesso infatti noi cristiani evangelici tendiamo a
negare l’esistenza di tradizioni nel nostro mezzo,
additandole alla sola realtà della chiesa cattolica.
Questa negazione è un grave errore, perché è proprio la
mancanza di una chiara identificazione delle nostre
tradizioni che ci espone a eresie future, in cui quelle
stesse tradizioni potranno essere anteposte alla
Scrittura, sostituendola. Identificare con onestà la
loro esistenza ci permette invece di vaccinarci
contro queste conseguenze negative e ci dà modo di
vivere le nostre tradizioni con serenità e
discernimento, senza confonderle con la Scrittura.
Infine, ci permette di non fossilizzarsi su di esse, e
se in futuro ci dovessimo trovare di fronte
all’eventualità di doverle cambiare, saremmo in grado di
farlo con disincanto, senza timore di venir meno
all’ortodossia biblica.
Non è una sfida
facile, ma può essere vinta attraverso l’umiltà di
guardare a ciò che la Scrittura afferma davvero e
di sottometterci a essa.
Secondo
{} ▲
Terzo
{} ▲
Quarto
{} ▲
Quinto
{} ▲
Sesto
{} ▲
Settimo
{} ▲
Ottavo
{} ▲
Nono
{} ▲
Decimo
{} ▲
Undicesimo
{}
▲
Dodicesimo
{} ▲
Aggiornamento: 07-04-07
|