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confronto iniziato col seguente tema di discussione:
►
Sovrastrutture dottrinali e teologia riformata 1.
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riguardo le vostre esperienze, idee e opinioni?
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I
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Primo
{Rosa Fidelis, ps.}
▲
Nota redazionale: L'autrice di questo contributo prende posizione
riguardo a un pensiero espresso precedentemente da Gaetano Nunnari in uno dei
suoi
interventi.
Ora segue il contributo di Rosa.
Desidero dire qualcosa a proposito d’un pensiero espresso da Gaetano in uno dei
suoi interventi. Egli dice: «Il concetto di grazia nel calvinismo, a mio avviso,
rende la grazia di Dio ancora più immeritata e in qualche modo più speciale per
i suoi riscattati».
Io non sarei capace di condividere questo compiacimento: un favore, un
dono, per me e per tanti altri, è veramente gradito quando viene da una persona
amata. Un dono che viene da una persona che non amo potrei accettarlo per
cortesia, o per bisogno; ma, a livello di relazione umana, non mi darebbe la
stessa gioia. Ciò che suscita in me la simpatia è soprattutto la generosità
della persona: una generosità oculata e avveduta, rivolta a chi ha bisogno,
soccorrevole e capace di sacrificio personale. Non mi va l’idea d’un Dio che ha
deciso dall’eternità di salvare solo una parte di quest’umanità altrimenti
destinata alla dannazione (perché tutta ugualmente colpevole e meritevole
dell’eterno castigo), dal momento che potrebbe salvarla tutta con la sua «grazia
irresistibile». In termini giuridici questo si chiama «omissione di soccorso», e
la norma che prescrive il dovere di soccorrere chi è in stato di grave
necessità, è una forma d’indiscutibile progresso umano e sociale. Non può essere
la religione a cancellare un valore che è sentito dal cuore umano fin dai suoi
primordi e che è stato sancito da un progresso civile secolare e universalmente
riconosciuto. Prima d’essere una norma di diritto, il soccorso agli altri è il
primo dovere del cristiano, ed è un’esigenza interiore così fondamentale da
essere avvertito, e spesso assai profondamente, anche dagli atei. La fede si
realizza nella carità (Galati 5,6), e chi ha soltanto la fede, se non ha la
carità, non è nulla (1 Corinzi 13,2). Gesù ci chiede addirittura d’amare anche i
nostri nemici, di pregare per coloro che ci perseguitano (Matteo 5,44). Ci dice
che in questo modo saremo figli del Padre nostro che è nei cieli, che fa piovere
sui buoni e sui cattivi (Matteo 5,45)
La Genesi dice che Dio ci ha fatti a sua immagine. Il peccato ha guastato
in noi l’immagine divina e noi dobbiamo ricostituirla con l’aiuto di Gesù. Come
è possibile desiderare veramente, dal profondo del nostro cuore, di diventare
simili a questo Dio mediante la carità, se chi parla di lui con apparente
competenza biblica gli attribuisce una crudele indifferenza verso la sorte
eterna d’una parte degli esseri umani? Non voglio prescrivere a Dio ciò che deve
fare. Sono convinta che non è questo il suo modo di procedere e che attribuire a
Dio un simile comportamento costituisce una orribile bestemmia. Prima di me lo
ha già scritto il pastore Geoffrey Allen e io non ho mai sentito cosa più
giusta. E mi chiedo come si fa a gioire veramente della nascita dei nostri
figli, se si pensa che Dio potrebbe averli esclusi dalla sua grazia fin
dall’eternità.
Secondo
{Nicola Martella}
▲
Il
contributo di Rosa Fidelis contiene vari spunti di riflessione. Lascio agli
altri di intervenire. Sebbene Dio abbia, a prescindere da tutto, il diritto di
scegliere alcuni e destinarli a salvezza e di lasciare altri nella perdizione,
la Scrittura ci convince che Egli non ha fatto uso di tale sua prerogativa
divina, ma ha amato il «mondo» e il suo proposito è la salvezza di tutti gli
uomini (Gv 3,16; 1 Tm 2,4). Vorrei prendere posizione, però, solo su un punto,
quando ella afferma: «Il peccato ha guastato in noi l’immagine divina e noi
dobbiamo ricostituirla con l’aiuto di Gesù».
■ Immagine di Dio e peccato: Una ricerca nella Bibbia mostra come
risultato che l’espressione «immagine di Dio» non è mai messa in collegamento
contrastante con peccato, trasgressione, iniquità, empietà e derivati. Essa non
è qualcosa che si può acquisire o perdere, ma è ontologicamente il suo stato nei
confronti della creazione e di Dio. Infatti, l’immagine divina è la «specie»
secondo cui Dio ha creati gli uomini ed ha fatto di loro «sua discendenza» (At
17,28s). Ciò permette agli uomini di comunicare con Lui — che siano essi
trasgressori (Adamo ed Eva, Gn 2s; Caino, Gn 3), ebrei (cfr. Abramo, Gn 19;
Hagar, Gn 21; Isacco, Gn 26; Giacobbe, Gn 28; Saulo, At 9,4), cristiani (cfr.
Anania, At 9,10ss; Pietro, At 10,9ss) o pagani (cfr. Abimelek, Gn 20,3; Balaam,
Nu 22,9) — quando Egli si manifesta loro. Sia nel Sal 8 si afferma che Dio ha
fatto l’uomo «poco minore di Dio» e l’ha «coronato di gloria e d’onore»
(v. 5); e nel NT si afferma che l’uomo è l’immagine di Dio (Gcm 3,9). Si tratta
infatti della specie d’appartenenza.
Per l’approfondimento cfr. Nicola Martella,
Esegesi delle origini.
Le Origini (Punto°A°Croce,
Roma 2006), pp. 76ss. Cfr. in Nicola Martella,
Temi delle origini.
Le Origini (Punto°A°Croce, Roma 2006), gli articoli: «L’uomo quale immagine di Dio», pp. 134-145;
«Immagine di Dio e dominio della terra», pp. 146-163.
■ Ricostituirla con l’aiuto di Gesù?: In senso ontologico l’uomo è e
rimane «immagine di Dio». In senso spirituale, l’uomo non può ricostruire in sé
tale immagine, neppure con l’aiuto di Gesù. Spiritualmente parlando, Dio ha dato
Cristo quale gloriosa «immagine di Dio» del nuovo mondo (2 Cor 4,4; Col 1,15).
Predicare Gesù quale Messia significa mettere davanti agli uomini tale modello
di «uomo nuovo», che verrà raggiunto dai credenti come caparra nella
rigenerazione (o nascita dall’alto, ossia da Dio) e ontologicamente con la
risurrezione della carne.
L’uomo non può ricostruire in sé tale immagine, ma come rese chiaro Gesù a
Nicodemo: «Se uno non è nato dall’alto, non può vedere il regno di Dio»
(Gv 3,3.7; 1,13). Solo chi ha sperimentato tale rigenerazione spirituale
mediante lo Spirito Santo, può svestire il «vecchio uomo», mediante la
santificazione, e — mediante il rinnovamento nello «spirito della vostra
mente» — può «rivestire l’uomo nuovo che è creato all’immagine di Dio
nella giustizia e nella santità che procedono dalla verità» (Ef 4,22ss).
È l’illusione dell’umanesimo cristianizzato quello di credere che l’uomo
possa migliorarsi e contribuire alla sua salvezza. Il metodo biblico è la
rigenerazione mediante lo Spirito di chiunque crede in Gesù quale Messia.
Lo spartiacque è questo: «Chi crede nel Figlio, ha vita eterna; ma chi
rifiuta di credere al Figlio non vedrà la vita, ma l’ira di Dio resta sopra lui»
(Gv 3,36; 1 Gv 5,12). Qui non c’è spazio per migliorie e aggiustamenti.
Terzo
{Gaetano Nunnari}
▲
Vorrei nuovamente precisare che l’argomento da me proposto non riguarda il
calvinismo in generale. Come già detto non condivido assolutamente la teoria del
patto unico, il battesimo dei bambini e nemmeno l’amillenarismo. La questione da
me posta riguarda esclusivamente il concetto d’elezione dei salvati. Prendo
anche le distanze da tutti coloro che perentoriamente non accettano il dialogo
pretendendo a priori d’essere nel giusto. Come detto e lo ripeto io non mi
riconosco nell’ideologia riformata. Tuttavia il concetto di predestinazione è
complesso e per quanto mi riguarda non è da escludere a priori. Replico dunque
al pensiero di Rosa.
Rosa afferma: «Io non sarei capace di condividere questo compiacimento: un
favore, un dono, per me e per tanti altri, è veramente gradito quando viene da
una persona amata. Un dono che viene da una persona che non amo potrei
accettarlo per cortesia, o per bisogno; ma, a livello di relazione umana, non mi
darebbe la stessa gioia.
Qui Rosa parte dalla sua personale opinione, riflettendola poi su Dio. «Io
non sarei capace di...» non è un modo per spiegare biblicamente la propria
opinione sull’elezione. Io voglio basarmi solo su ciò che la Bibbia afferma in
proposito. A tale riguardo anche l’apostolo Paolo non riesce più a dare una
risposta valida al raziocinio umano, e afferma: «Che diremo dunque? Vi è
forse ingiustizia in Dio? No di certo! Poiché egli dice a Mosè: “Io
avrò misericordia di chi avrò misericordia e avrò compassione di chi avrò
compassione”. Non dipende dunque né da chi vuole né da chi corre, ma da
Dio che fa misericordia… La Scrittura infatti dice al faraone: “Per
questo ti ho suscitato: per mostrare in te
la mia potenza e perché il mio nome sia proclamato per tutta la terra”.
Così dunque egli fa misericordia a chi vuole e indurisce chi vuole. Tu allora mi
dirai: “Perché rimprovera egli ancora? Poiché chi può resistere alla sua
volontà?”. Piuttosto, o uomo, chi sei tu che replichi a Dio? La cosa plasmata
dirà forse a colui che la plasmò: “Perché mi hai fatta così?”. Il vasaio non è
forse padrone dell’argilla per trarre dalla stessa pasta un vaso per uso nobile
e un altro per uso ignobile? Che c’è da contestare se Dio, volendo manifestare
la sua ira e far conoscere la sua potenza, ha sopportato con grande pazienza dei
vasi d’ira preparati per la perdizione, e ciò per far conoscere la ricchezza
della sua gloria verso dei vasi di misericordia che aveva già prima preparati
per la gloria, cioè verso di noi, che egli ha chiamato non soltanto fra i Giudei
ma anche fra gli stranieri?» (Rm 9,14-24).
Non siamo noi a doverci quindi creare l’idea che più ci piace di Dio. Ma
prendere atto di ciò che Lui ci ha trasmesso nella sua Parola.
Per quanto riguarda il fatto che Rosa preferisce ricevere un dono da una
persona che ama piuttosto che da qualcuno che non ama, la Bibbia mostra che è
sempre Dio a fare il primo passo verso la sua creatura che ha peccato. «Infatti,
mentre noi eravamo ancora senza forza, Cristo, a suo tempo, è morto per gli empi»
(Romani 5,6).
«Nessuno può venire a me se non lo attira il Padre, che mi ha mandato; e
io lo risusciterò nell’ultimo giorno». E ancora: «Non siete voi che avete
scelto me, ma sono io che ho scelto voi».
Con queste affermazioni mi sembra anche difficile affermare come ha detto
Nicola che Dio non ha fatto uso di questa sua prerogativa. I passi di Giovanni
3,16 e 1 Tm 3,4. Quel «tutti» può anche essere interpretato in senso relativo.
Non ho detto che sia così, ma potrebbe anche essere.
Il passo spartiacque che Nicola ha citato è: «Chi crede nel Figlio, ha
vita eterna; ma chi rifiuta di credere al Figlio non vedrà la vita, ma l’ira di
Dio resta sopra lui» (Gv 3,36; 1 Gv 5,12). Una persona faziosa replicherebbe
che chi rifiuta di credere non è stato scelto da Dio. Non è una sua pecora. Il
solo fatto di credere è il segno della predestinazione di Dio nei suoi
confronti.
Io non sono di parte. Mi piacerebbe in ogni modo (se umanamente possibile)
tracciare il confine tra quanto dipende da noi e quanto da Dio.
Quarto
{Nicola Martella}
▲
Vorrei fare alcune osservazioni al contributo precedente. È tipico del metodo
dogmatico l’accumulo di versi, sradicati dal loro contesto naturale. Anche
Gaetano non ne è (ancora) immune. Abbiamo già ribadito che certe verità bibliche
su Dio e la realtà si possono comprendere solo in modo «polare», ossia mostrando
i due poli della questione (p.es. giustizia e misericordia; verità e amore),
senza fatali scorciatoie verso una polarizzazione o sofisticate sintesi
dialettiche.
Accesso alla verità solo in modo polare
Abbiamo già ribadito che Dio nella sua sovranità ha tutto il diritto di
scegliere chi vuole, di innalzare o abbassare, creare o distruggere. Ha quindi
anche la libertà e il diritto di salvare o perdere. Qui si attivano le malsane
scorciatoie dogmatiche della «doppia predestinazione» (Dio ha (pre)destinato gli
uni a salvezza e gli altri a perdizione) e dell’universalismo (Dio alla fine
salverà tutti). Per evitare tali scorciatoie dogmatiche e razionalistiche,
bisogna lavorare qui esegeticamente! Allora si scoprirà che esiste qui una
«verità polare»: da una parte, il diritto di Dio (libertà, sovranità) e,
dall’altra, la sua volontà di salvare tutti gli uomini, avendo riconciliato con
sé in Cristo ogni cosa. Qui fare una scelta discriminante per la tesi o
l’antitesi oppure creare un’artificiosa sintesi porta a risultati ideologici
«affascinanti» o a dogmi facili e «coerenti», ma significa anche non cogliere
l’intera realtà della questione, che si può comprendere solo in modo polare; ciò
significa altresì la superbia di non lasciare l’ultimo mistero in Dio e l’ultima
parola a Lui.
Il gioco della decontestualizzazione
Gaetano cita Rm 9,14-24, riportando la risposta di Paolo, ma
dimentica la domanda e altresì, decontestualizzando il tutto, lo pone su un
piano universale, dimenticando la contingenza storica specifica. La domanda che
bruciava nel cuore dei credenti romani, in gran parte giudei (Rm 16), è perché
proprio il popolo eletto (Israele), detentore di adozione, patti, promesse,
culto legittimo e quant’altro (Rm 9,1-5), abbia così miseramente fallito
riguardo a Gesù, sebbene come Messia sia provenuto «secondo la carne» proprio da
loro (v. 5).
Avremo modo di approfondire separatamente l’intera questione in Rm 9,
mostrando qui solo il ragionamento complessivo. Proprio Israele, il popolo
eletto da Dio per attuare il suo piano salvifico nella storia e che aveva tutte
le carte storiche e teologiche in regola per farlo (vv. 4s), non ha ottenuto la
«giustizia di Dio». Ciò è avvenuto per due motivi concatenati: Israele nel suo
complesso ha cercato di ottenere la giustizia per opere e ha rifiutato Gesù
quale Messia (v. 31ss; cfr. Gv 8); in tal modo si sono sottratti alla «giustizia
di Dio» e quindi la salvezza (Rm 10,3), non riconoscendo la cesura storica e
salvifica: «Il termine della legge è Cristo, per esser giustizia a ognuno che
crede» (v. 4). Al contrario, i Gentili — che popolo eletto non erano e non
cercavano la giustizia — hanno ottenuto la «giustizia che viene dalla fede»! (v.
30).
Per trarre, quindi, un bilancio di Rm 9, bisogna asserire la validità della
«verità polare»: l’elezione insindacabile di Dio verso Israele non ha protetto
gli Israeliti nel loro complesso a fallire storicamente e teologicamente, quando
hanno cercato di essere giustificati per le proprie opere giuste e hanno
rifiutato Gesù quale Messia-Re e perciò la «giustizia di Dio» che si ha per
grazia mediante la fede. L’elezione rappresenta il piano salvifico di Dio nella
storia, ma non funziona automaticamente, se il singolo non lo accetta e non vi
aderisce per fede, entrando personalmente nel nuovo patto.
Al riguardo non si dimentichi che fin dall’inizio l’elezione divina
perseguiva sempre uno scopo strumentale: il raggiungimento con la salvezza e la
benedizione di coloro che non erano stati eletti, anzi di tutte le famiglie
della terra (Gn 12,3 Abramo; 28,14 Giacobbe; cfr. Sal 22,27).
La generalizzazione di fatti contingenti
Questo è un altro modo di cui si servono le filosofie dogmatiche: brani di
Gesù circoscritti alla contingenza vengono generalizzati e resi universali.
■ Così si cita questo brano: «Nessuno può venire a me se non lo attira
il Padre, che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno», non
menzionando neppure che si trova in Gv 6,44.65. Si dimentica qui la
polemica di Gesù con i Giudei che lo rifiutavano come Messia, ma che lo
cercavano come «profeta (o re) di comodo» per sfamarsi. Gesù li scandalizzò e lo
fece anche con suoi seguaci e i suoi dodici discepoli, chiedendo loro, dopo che
«molti dei suoi discepoli si ritrassero indietro e non andavano più con lui»:
«Non ve ne volete andare anche voi?» (vv. 66s). È scritto che Gesù disse
loro: «“Fra voi ve ne sono alcuni che non credono”. Poiché Gesù sapeva fin da
principio chi erano quelli che non credevano, e chi era colui che lo tradirebbe»
(v. 64). Lo spartiacque viene mostrato da Pietro, che risponde alla domanda di
Gesù: «Signore, a chi ce ne andremmo noi? Tu hai parole di vita eterna;
69e noi abbiamo creduto e abbiamo conosciuto che tu sei il Santo di Dio»
(vv. 68ss), ossia il Messia. E proprio riguardo a «colui che lo tradirebbe»
Gesù «diceva: “Per questo v’ho detto che nessuno può venire a me, se non gli
è dato dal Padre”» (vv. 64s). E concludeva: «Non ho io scelto voi dodici?
Eppure, un di voi è un diavolo» (v. 70). Come si vede l’elezione di Giuda da
parte di Gesù tra i dodici, non impedì a tale discepolo di fallire e di tradire
il suo Maestro! (v. 71).
■ La stessa cosa vale per l’altro verso: «Non siete voi che avete scelto
me, ma sono io che ho scelto voi», che si trova in Gv 15,16, prosegue
dicendo: «e v’ho costituiti perché andiate e portiate frutto…». Anche qui
non si parla primariamente di salvezza ma dell’elezione strumentale dei
discepoli. Qui parlava probabilmente solo agli undici, poiché Giuda era già
uscito dalla cerchia dei commensali (Gv 13,30). Il brano di Gv 15 parla della
scelta storica di vedere in Gesù il Messia promesso e la «vite» (termine usato
dai profeti per Israele). Undici dei discepoli decisero di dimorare in lui (v.
4), mentre Giuda (oltre al giudaismo nel suo complesso; v. 24) avevano deciso di
scegliere una via arbitraria ma infruttuosa (cfr. v. 6). Di per sé anche Giuda,
come abbiamo visto, era stato scelto da Gesù, ma non dimorò in Lui.
■ Questa stesa dinamica si trova in Gv 17 (che non è una «preghiera
sacerdotale» per i motivi di Eb 7,14). I discepoli e futuri apostoli furono così
descritti: «Io ho manifestato il tuo nome agli uomini che tu m’hai dati dal
mondo; erano tuoi, e tu me li hai dati; ed essi hanno osservato la tua parola»
(v. 6). Essi avevano riconosciuto la provenienza di Gesù quale Messia e il suo
ruolo storico-salvifico (vv. 7s). Essi sono al centro delle attenzioni, della
preghiera e delle richieste di Gesù al Padre in prossimità della sua dipartenza
(vv. 9-12a.15ss.24). Gesù contrappose tali apostoli da Giuda: «Quelli che tu
mi hai dati, li ho anche custoditi, e nessuno di loro è perito, tranne il figlio
di perdizione» (v. 12b). Poi aggiunse: «Io non prego soltanto per questi
[= apostoli], ma anche per quelli che credono in me per mezzo della loro parola»
(v. 20).
Come si vede, la contestualizzazione dei brani e la loro corretta esegesi
sono la migliore medicina contro le generalizzazioni ideologiche delle filosofie
dogmatiche, che risiedono abbastanza sottocute a molti cristiani, ne siano
coscienti o meno.
In tal modo si combatte anche l’altra «mala bestia» — usata dallo stesso
Gaetano — la relativizzazione dei dati: in Gv 3,16 e «chiunque
crede» sarebbero solo gli eletti (!) e similmente in 1 Tm 3,4 «tutti
gli uomini» sarebbero solo il «numero chiuso» o, per così dire, i «144.000»
della dogmatica calvinista! Strana logica!
■ Infine arriviamo alla «faziosità», di cui Gaetano si fa avvocato,
riguardo a Gv 3,36; 1 Gv 5,12. Che strana logica di una filosofia
dogmatica che non tiene conto della contingenza storica e teologica, in cui le
parole sono state dette: Gesù era stato rifiutato dai Giudei come Messia-Re
(cfr. v. 19). Gv 3 non parla di elezione, ma di nascita dall’alto (o
rigenerazione mediante lo Spirito di Dio) in contrasto con la «giustizia per
opere» perseguita dal giudaismo, di cui Nicodemo era esponente. Giovanni
Battista è il primo testimone di una scelta a favore di Gesù quale Messia,
proceduto da Dio come suo Figlio (v. 35), per questo il v. 36 è preceduto dalla
sua scelta netta (vv. 28-35). Il v. 36 era la scelta dinanzi alla quale Giovanni
Battista metteva i suoi contemporanei giudei, appartenenti già al popolo eletto
(!), che venivano a lui per farsi battezzare (v. 23). I Giudei battezzavano gli
impuri Gentili, mentre Giovanni battezzava gli impuri Giudei in vista
dell’avvento del Messia e del suo regno!
Replicando ancora alle faziosità della filosofia dogmatica, aggiungiamo
anche quanto segue, che è di carattere logico. Se «chi rifiuta di credere al
Figlio non vedrà la vita, ma l’ira di Dio resta sopra lui» (Gv 3,36; 1 Gv
5,12), per essere valida questa asserzione, necessita di due aspetti importanti
e concreti: ▪ 1) La piena reale disponibilità dell’offerta per tutti (credenti e
non); ▪ 2) La piena libertà di accettare tale dono, che gli viene offerto
concretamente, o di rifiutarlo. Se uno di questi due punti non è valido, tutta
l’asserzione è falsa. Il «numero chiuso» a priori invalida questa asserzione.
Non è scritto: Chi non è eletto a «credere al Figlio non vedrà la vita…»,
ma «chi rifiuta di credere»: ciò presume il libero intendere e volere.
Come abbiamo visto, comunque, Giovanni Battista parlava ai Giudei, suoi
contemporanei, ponendoli dinanzi a una scelta storica e teologica epocale.
■ Una nota personale alla fine. Gaetano parla di una «persona
faziosa», con cui sembra non identificarsi, ma di cui fa stranamente l’avvocato
(poco prima aveva detto però: «…mi sembra anche difficile affermare come ha
detto Nicola che…»); poi aggiunge: «Io non sono di parte». Questo è meglio che
lo giudichino gli altri, no?
Quinto
{Nicola Berretta}
▲
Ho trovato l'articolo di Argentino molto interessante e condivisibile. [►
Riflessioni sull’elezione divina
{Argentino Quintavalle - Nicola Martella}] La
possibile antitesi con ciò che ho scritto io [►
La predestinazione dell’individuo, figlia d’una cultura umanistica],
riguardante l'elezione collettiva contrapposta a quella individuale, credo che
l'hai chiarita in modo eccellente col tuo contributo, che condivido totalmente.
Ciò che hai scritto lo trovo così esauriente, che preferisco non aggiungere
nulla, anche per evitare un accanimento su un argomento che resta comunque
difficile da catalogare nei nostri schemi razionali. Il rapporto tra elezione
collettiva e responsabilità individuale è indubbiamente difficile da
comprendere, ma credo che sia una chiave essenziale per non cadere in
conclusioni non bibliche, quali quelle della dottrina calvinista.
►
Quanto è libero il «libero arbitrio»?
{Nicola Martella}
Sesto
{Rosa Fidelis, ps.}
▲
Le
parole pronunciate da Gesù in Giovanni 6,44 («Nessuno può venire a me se il
Padre che mi ha mandato non lo attira»), come già ha detto Nicola, possono
essere intese rettamente soltanto se collocate nel contesto, partendo
dall’inizio del sesto capitolo. Gesù, dopo aver sfamato la gente che lo seguiva
mediante la moltiplicazione dei pani e dei pesci, si sottrae all’entusiasmo di
coloro che vogliono farlo re, ritirandosi da solo sul monte; poi, sopraggiunta
la notte, sale in barca coi discepoli che si recano a Cafarnao, dall’altra parte
del lago di Galilea. Ma la gente viene a cercarlo anche lì. Gesù, allora, invita
queste persone, che lo cercano perché lui continui a provvedere loro il cibo
materiale (6,26), a guardare oltre la materialità del miracolo per riconoscerne
il valore di «segno» che rimanda a una realtà soprannaturale. Il pane che queste
persone hanno mangiato è un cibo che perisce (6,27) perché questo pane non
mantiene a lungo le sue qualità nutritive e anche perché la parte d’esso che
viene assimilata dal nostro corpo perisce col corpo stesso, alla nostra morte.
Queste persone devono quindi cercare un pane che dura e conduce alla vita eterna
(6,27); pane che Gesù darà loro (6,27b) e che è Gesù stesso (6,41), la sua vita
e la sua morte, il suo dono di grazia, la sua santità e la sua giustizia: esse
devono quindi credere in Gesù.
Ma Gesù sa che non tutti i suoi interlocutori credono in lui e fa
notare che per credere in lui occorre accettare il dono della rivelazione
soprannaturale che il Padre offre a tutti («saranno tutti istruiti da Dio»
6,45a), sotto forma d’insegnamento-attrazione (6,44). Non tutti accolgono questa
rivelazione, ma Gesù dice: «Chiunque ha ascoltato il Padre e ha imparato da
lui, viene a me» (6,45b).
Quindi sta a noi ascoltare il Padre, che si rivela tramite la
persona stessa di Gesù, Figlio del Padre e suo rivelatore, per accogliere questa
rivelazione.
Settimo
{}
▲
Ottavo
{}
▲
Nono
{}
▲
Decimo
{}
▲
Undicesimo
{}
▲
Dodicesimo
{}
▲
►
URL di origine:
http://puntoacroce.altervista.org/Temi/1-Sovrastrutture_calvinismo2_Ori.htm
13-09-07;
Aggiornamento: 06-10-07
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