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Il tema di discussione
Padri con figlie adolescenti
era improntato specialmente ai cambiamenti psico-fisici delle ragazze durante la
pubertà e alla difficoltà dei padri di «gestire» tale nuova situazione. Esso ha
però «provocato» una lettrice a mettere a nudo le sue ferite nel rapporto verso
il padre. Essendo questo un tema più generale rispetto all'altro e mostrando
anche l'altra parte della medaglia, quella dei figli, lo affrontiamo
separatamente. Speriamo che questo tema serva ai lettori a chiarire la propria
posizione di padri (che sono stati figli) o di figli (che probabilmente saranno
un giorno padri). Certamente sarebbe interessante poter anche ascoltare come le
madri hanno vissuto il conflitto fra coniuge e figli e come lo hanno affrontato.
►
Figli quale onore e onere per i genitori
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Primo
{Susi Casta, ps.}
▲
Una figlia non desiderata
L'altro
tema da te proposto [►
Padri con figlie adolescenti]
mi tocca molto, perché ho avuto molti problemi con mio padre, problemi che non
si sono mai risolti, se non con la mia decisione di mettere 10.000 km di
distanza geografica, che forse equivale alla distanza di qualsiasi altro nome e
genere che c’è e credo ci sarà sempre fra di noi.
Sono anche mamma, quindi so benissimo che
i bambini non hanno nessuna intenzione di distaccarsi dai genitori, a meno che
non vengano da essi ripetutamente respinti e maltrattati.
Io sono stata una figlia non voluta, i
miei genitori si sono sposati perché mia madre era incinta, forse anche grazie
alla mentalità cattolica che impedisce l’uso di mezzi di pianificazione delle
nascite. Il fatto è che mio padre non me lo ha mai perdonato, e non ha mai perso
occasione per farmi sapere e ricordarmi, anche davanti a estranei, che io ero e
sono «un errore».
Mio padre non ha mai neanche accettato che
fossi femmina. Prima che nascessi aveva scommesso con tutti i suoi amici che
sarei stata un maschio. Quindi ho fatto del mio meglio per deluderlo dal primo
giorno della mia vita, oltre al fatto che sono arrivata senza essere stata
«richiesta». Ero un doppio errore.
Quando sono nata, per nascondere il fatto
che ero stata concepita prima del matrimonio, sono stata etichettata come
«prematura», e la cosa mi è stata ripetuta per anni. Sicuramente non lo ero dal
punto di vista medico, ma lo ero per le aspettative dei miei genitori, forzati
per causa mia a diventare una coppia sposata.
Quando sono cresciuta, non sono mai stata
accettata neanche fisicamente. Ero «troppo magra», soprattutto per i canoni
meridionali, d’eredità fascista, secondo cui le donne devono essere prosperose,
altrimenti non sono vere donne.
Ho dovuto scontare la colpa della mia
magrezza sopportando tutte le cure di vitamine, estratti epatici e iniezioni che
mi sono state somministrate per anni, senza peraltro riuscire a farmi guadagnare
neanche un chilo.
Quando sono diventata adolescente, le cose
potevano solo peggiorare e infatti sono peggiorate. Sono arrivata al limite
dell’anoressia, e ho cominciato a usare il digiuno come un’arma di protesta.
Mio padre mi ha sempre rinfacciato
qualsiasi cosa facesse per me, il cibo che mi dava, i vestiti che mi comprava,
facendomi sentire sempre di troppo. A volte, nella disperazione, gli ho urlato:
«Perché mi hai messo al mondo? Nessuno ti ha costretto, potevi portare mia madre
ad abortire». Molte volte sono stata tentata di suicidarmi o di scappare di
casa.
Mio padre non mi ha mai fatto un
complimento, una lode, anzi ogni scusa era buona per insultarmi, osteggiare le
mie scelte, deridere i miei gusti di qualsiasi genere e distruggere
completamente la mia autostima.
Tutte le mie decisioni erano sempre
sbagliate, qualsiasi fossero. I miei talenti e le mie propensioni sono stati
sempre sistematicamente ignorati. Sono stata mandata forzosamente a frequentare
scuole che non m’interessavano. Mi sono rifugiata nei libri, la mia unica via
d’uscita, la mia unica terapia.
Inutile dire che più passava il tempo, e
più mio padre diventava per me una persona odiosa, da evitare. Ero invidiosa dei
padri delle altre, del padre delle mie cugine, sempre allegro e giocoso con le
figlie, avrei tanto voluto essere nata in un’altra famiglia.
Ho cominciato a odiare il genere maschile
e a odiare il concetto stesso di padre. Automaticamente, rifiutavo anche l’idea
di Dio come Padre. Lo immaginavo come qualcuno sempre pronto a cogliermi in
fallo, a rimproverarmi qualsiasi scelta, a ostacolarmi in qualsiasi percorso.
Tuttavia, Dio mi ha aiutato, si è fatto
conoscere da me e mi ha portato avanti, nonostante tutte queste difficoltà. Dio
mi ha anche aiutato a trovare lavoro, proprio il lavoro che volevo fare,
immediatamente dopo la laurea, nonostante le «profezie» paterne che mi volevano
votata al fallimento.
Ho cercato ogni possibilità per recuperare
il rapporto con lui, ma non è stato possibile.
L’ultima volta che gli ho parlato al
telefono, nel 2005, mi ha nuovamente insultato in tutti i modi, esprimendo tutto
il suo disprezzo per me, le mie scelte, la mia vita. Eppure non ho mai ucciso
nessuno, non rubo, non sono una truffatrice, non conduco una vita immorale, e
non ho mai commesso alcuna delle azioni generalmente considerate riprovevoli
dalla società.
Da allora, ho deciso che io non ho un
padre. C’è qualcuno nel mondo che condivide con me DNA, geni e cromosomi,
qualcuno con cui sono stata costretta a trascorrere molti, troppi giorni da
incubo. È tutto ciò che abbiamo in comune.
Non ho nessuna intenzione di rivederlo e
spero che ciò non debba avvenire mai più nella mia vita. Non avevo bisogno d’un
padre così, non ne ho bisogno tuttora e non auguro a nessuno un padre di questo
genere.
Secondo
{Nicola Martella}
▲
Analisi della dinamica conflittuale
La «via dolorosa» testimoniata da Giusi è un classico esempio di un
rapporto padre-figlia conflittuale, nato male fin nelle attese. Ecco qui di
seguito alcune cause che si evincono.
■
Si è considerati un «incidente» di percorso e si è ritenuti la causa d’altro.
Oppure non si corrisponde alle attese riposte. Ciò viene ripetuto sempre di
nuovo.
■
Grave è anche quando non si corrisponde al figlio o alla figlia che i genitori
volevano avere; ciò crea, almeno in una certa fase della vita, una confusione
nell’identificazione col proprio genere.
■
Da una parte si cresce con il vivo desiderio d’essere accettato e apprezzato
(attesa); ciò è importante per accettare se stessi e stimare se stessi.
Dall’altra cresce la rabbia e si cerca il modo di «farla pagare» a chi si
ritiene responsabile (vendetta); allora si cerca di far valere le poche «armi»
che si hanno. Certo con padri maneschi e violenti il tutto si accentua
maggiormente; dove non si ha nessuna chance di trovare un compromesso per
sopravvivere o addirittura di ripagare con la stessa moneta, si vede l’unica
possibilità nel mettere abbastanza chilometri tra se stessi e il padre-padrone.
■
Il conflitto è programmato… anche perché alcuni padri ritengono di aver fatto il
proprio «dovere», procurando tutto ciò che permette di vivere in modo dignitoso.
Ciò viene ricordato e ribadito di frequente.
■
Può succedere che un padre diventi (consciamente o meno) geloso del bene dei
figli, perché sono e vivono ciò che essi non sono stati e non hanno avuto. Si
istaura un profondo conflitto che porta a essere «sadici» verso ciò che si
dovrebbe amare. «Come si grida al monte, così esso ti risponde» — prima o poi
«l’eco» ritorna con la stessa violenza e aggressione. Le sponde si allontanano e
l’abisso si fa più profondo.
■
Il confronto con altri padri e altre famiglie fanno apparire il proprio padre
ancora più «orco». Allora si ritirano tutte le antenne verso il genitore, si
mette il fuoco a minimo, ci si rifugia in un proprio mondo, forse si fanno piani
criminosi per fare fuori il «Leviathan» o almeno si fanno piani per fuggire
lontano.
■
Per una ragazza passare dal «padre odiato» al «genere maschile odiato» il passo
può essere breve. Grave è quando poi tutto ciò viene proiettato su Dio. Qui
vediamo una grande responsabilità, quando si scandalizza i «piccoli» (cfr. Mt
18,6) o si provoca a ira i propri figli (cfr. Ef 6,4).
■
Che delusione quando dalla «distanza di sicurezza» che si prende, si cerca di
costruire da cristiano un rapporto nuovo col proprio genitore, ma ciò rende la
situazione non migliore, ma peggiore, per l’insensibilità paterna!
■
Nella Bibbia c’è la storia del «figlio perduto» (figliol prodigo), ma esistono
tante situazioni in cui c’è il «padre perduto». Tali uomini hanno perso
l’occasione di essere «padri», oltre che procreatori e provveditori di beni
materiali. Hanno smarrito il loro ruolo. Peggio ancora quando in casi
particolari perdono anche la dignità umana e abusano dei figli, seducendoli al
male o avviandoli sulla via della corruzione.
Terzo
{Nicola Martella}
▲
Un figlio nel conflitto paterno
La storia di Susi ha molti punti in
comune con la mia storia personale. Nel mio caso sono stato fortunato perché,
dopo decenni di conflitti e di distanza, è stato possibile un riavvicinamento,
dovuto anche al fatto che mio padre è venuto alla fede. Certo non tutti i
problemi sono stati risolti; nella stragrande maggioranza dei casi molte
situazioni passate, rimaste non verbalizzate e chiarite (impresa pressoché
impossibile), le ho dovute ammantare col manto dell’amore, rimettendole nelle
mani di Dio. Almeno erano cambiati alcuni aspetti dell’atteggiamento di mio
padre, sebbene il suo carattere conflittuale era rimasto.
■
Guardando la storia della sua infanzia (tragica e pesante), la sua vita
tribolata in Italia e lungamente all’estero, la sua grave malattia in tarda età
che lo ha portato ultimamente alla morte — sento un’umana pietà verso di lui.
■
Spesso alla base di tale rapporto tragico fra padre e figli c’è, infatti, una
storia altrettanto tragica vissuta da tale uomo nella sua stessa infanzia, di
cui non si è mai liberato e che perpetua (coscientemente o meno) verso alcuni
membri della sua famiglia. Da ciò scaturisce un certo modo di guardare il mondo
e anche un altro modo di misurare la vita e i suoi valori.
■
Quello di mettere tanti chilometri di distanza fra le due parti in causa, è una
manovra ricorrente. Anch’io a 15 anni me ne sono andato via di casa, proprio
nell’età più a rischio e nel momento che avrei avuto bisogno di maggior
consiglio e di guida da parte di qualcuno. Ma tanta era la rabbia e la
disperazione. Eppure anche a tanta distanza la mente ritorna sempre lì. In un
conflitto parentale non risolto, sempre «la lingua batte dove il dente duole».
■
In certi momenti ho ringraziato Dio che ha mostrato la sua grazia proprio a mio
padre, un uomo con un carattere così difficile e pieno di conflittualità. La
grazia di Dio non dipende dalla qualità delle persone! Certo Dio ha usato anche
la sua disciplina nella vita di mio padre.
■
In certi momenti ho sentito una grande misericordia per l’esistenza vissuta da
mio padre. Non avrei voluto cambiare con lui. Chi è stato un «cane bastonato»
fin dalla sua infanzia, perpetua nella sua vita (consciamente o inconsciamente)
canoni simili, magari nonostante tutti i sani principi, le buone intenzioni e
gli sforzi per fare meglio.
■
Ammetto che ancora oggigiorno, in certi momenti, sento ancora una certa «rabbia»
segreta e mi accorgo come sto ancora rimproverandogli di non essere stato
presente nella mia vita, quando avevo bisogno di un padre che mi ascoltasse, che
mi consigliasse in momenti cruciali della mia vita e mi incoraggiasse in momenti
particolari.
■
Anch’io ho vissuto mio padre come una presenza conflittuale; perciò ho evitato
di stare a lungo con lui. Ritirarmi dalla fonte del conflitto, anche rinunciando
al mio diritto, è stata una costante nella mia vita. Anch’io ho vissuto, per il
resto, mio padre come una persona perlopiù assente e che non ha manifestato un
grande interesse per me, la mia vita e il mio mondo; certo questa è stata una
percezione soggettiva. Egli subiva il suo mondo e tutto era già pesante
per lui, perché fonte di conflitto perenne; come poteva mai occuparsi del mio,
che era un altro «pianeta»?
■
Ora non c’è più. Tante cose sono rimaste non dette. Sento tanta pietà per lui.
Qualche sentimento ambivalente necessita ancora di guarigione divina. In fin dei
conti l’ho perdonato, sebbene rimanga l’infelicità che le cose non siano andate
diversamente. Quello che resta sono le cicatrici di decenni di ferite. Al
riguardo c’è bisogno del balsamo soave del Signore.
■
Essere dovuto diventare «padre» senza aver avuto al riguardo un modello
positivo, è stata per me un’impresa alquanto gravosa e difficile. Il proposito
che non avrei fatto come mio padre non risolveva il mio deficit al riguardo. Chi
non sbaglia così, sbaglia diversamente. Mi sono dovuto cercare altri modelli; mi
ha aiutato specialmente quello del «Padre celeste». Tante volte ho fallito verso
me stesso come «padre» e verso i miei figli; con la grazia di Dio ho ripreso il
cammino. L’opera non è ancora conclusa.
Quarto
{Susi Casta, ps.}
▲
Caro Nicola, volevo dire che ho letto le tue riflessioni, assolutamente
corrette: mio padre ha avuto a sua volta un padre assolutamente terrificante,
forse persino peggio di lui, un nonno di cui ho un pessimo ricordo, che mi
voleva tanto bene da soprannominarmi «morte volante» per la mia magrezza, che a
volte voleva picchiare me e mio fratello con il bastone (era claudicante) senza
nessun motivo, ecc.
Mio padre non ha mai parlato della sua infanzia, immagino debba
essere stata tremenda. Credo che in parte abbia riversato le sue cattive
esperienze su di noi, in parte non aveva idea di come comportarsi, e come hai
giustamente sottolineato, era «invidioso» di noi e della nostra giovane età e ha
fatto di tutto, per quanto ha potuto, per rovinarci l’infanzia come forse è
stata rovinata la sua.
Non è una spiegazione completamente sufficiente a spiegare il tutto, perché
suo fratello e sua sorella sono completamente diversi. Forse il fatto che fosse
primogenito ha pesato maggiormente. Comunque sia, anche io provo pietà per lui,
a volte, ma anche e ancora, purtroppo, tanta rabbia. Spero che Dio un giorno mi
liberi dei sentimenti negativi. Per il momento ho bisogno di vivere a distanza,
sperando che serva in qualche modo.
Grazie per aver condiviso i tuoi pensieri e la tua esperienza sul sito.
Quinto
{Nicola Martella}
▲
I
primogeniti sono particolarmente segnati dalla personalità e dagli eventi
paterni, poiché su di loro maggiore sono le attese e la pressione dei loro
genitori.
A un comportamento patogeno di un padre si reagisce in diversi modi, ad
esempio come segue: ▪ 1) Ci si ripromette che non si farà mai così come lui;
alcuni sbagliano poi magari con i loro figli poi per i motivi opposti. ▪ 2)
Altri subiscono in differenti modi tutto ciò (chi passivamente, chi in
contrasto), ma mettono abbastanza presto una certa distanza verso il genitore, e
cioè prima psicologica (sfiducia primordiale, sospetto primordiale), poi
materiale (tanti chilometri) o sociale (pochi contatti sebbene si abiti a poca
distanza). ▪ 3) Altri ancora perpetuano verso i propri figli gli stessi canoni
del genitore, conoscendo solo quello come modello di riferimento (un
padre-padrone produce l’humus per altri padri-padrone).
Ecco perché diversi figli nella stessa situazione producono comportamenti e
reazioni differenti. Poi ogni figlio ha un’indole differente, si trova in una
rapporto diverso rispetto al genitore (anche a seconda della sequenza tra i
figli e il genere d’appartenenza) e gli viene richiesto un carico differente
(maggiore per il primogenito, minore per l’ultimogenito), eccetera.
Molti padri vogliono dare ai figli tutto ciò che essi stessi non hanno
avuto. Altri, che hanno avuto un’infanzia difficile e sono stati trattati come
«cani bastonati», non sono mai riusciti a elaborare il loro passato e, pieni di
rimpianto, seguono (spesso inconsciamente) una manovra psicologica strana: se
razionalmente concepiscono la ricerca del bene della prole, nell’inconscio
nutrono effettivamente una «invidia primordiale» per il bene degli altri (anche
dei figli), che a lui è stato impedito.
In casi particolari e patologici, alcuni padri vivono il rapporto verso una
figlia in modo ambivalente: quando la figlia è ancora in tenera età, il padre è
attratto fisicamente da lei; perciò diventa duro verso di lei per paura di
cadere nell’incesto, credendo così di scongiurarlo. È probabile che in diversi
casi i conflitti dipendano da ciò.
Sesto
{Stefano Frascaro}
▲
L’apostolo Paolo ci ricorda in Romani 16,27 chi è l’unico veramente saggio. Come
possiamo allora, noi imperfetti, sperare d’essere «saggi» nel modo in cui ci
relazioniamo e ragioniamo con i nostri figli?
Sono padre di due figli, uno di diciassette e uno di 13 anni. I miei
problemi li sto incontrando ora con il ragazzo più grande. Voglio chiarire
subito che sono veramente grato a Dio per come è mio figlio. È un bravo ragazzo,
ha accettato Cristo come personale Salvatore, aiuta abbastanza in casa ma... ha
17 anni! Che età critica che è, e specialmente come è diversa dai nostri
diciassette anni d’allora!
Chiaramente ora lui reclama quelli che chiama «suoi diritti», ovvero poter
uscire la sera, pretendere d’avere massima libertà nelle amicizie, nel suo modo
d’essere e pone il tutto in quel «ma tu non ti fidi di me!» che ti fa
riflettere. Ma è vero che non mi fido di lui?
Come posso spiegare a lui che significa avere un figlio? Come è possibile
spiegare a un ragazzo che «reclama i suoi diritti» la paura d’un genitore?
Mi viene in mente il Salmo 22,10 che recita: «A te fui affidato fin
dalla mia nascita...».
E rifletto che io ho affidato a Dio i miei figli e la mia vita. Come posso
avere allora paura? Posso riportare queste mie ansie in una mancanza di fede?
Mi ricordo, e mio figlio le sa queste cose, delle mie lotte politiche fatte
alla sua età, le volte che mi buttavo a testa bassa contro dei cortei, delle
volte che rientravo in casa di notte, senza farmi vedere, con i lividi sul
corpo. E mi ricordo delle volte che andavo ai concerti, delle volte che andavo
alle occupazioni, delle volte che nella scuola ero indicato come una «testa
calda». E allora penso, che diritto ho di dire a mio figlio: «No, tu non puoi
fare queste esperienze perché ho paura».
Provo a mettergli davanti la Parola, ma lui mi reagisce dicendo: «Tu le tue
esperienze però le hai fatte!». E come posso dirgli: «Ho paura per te?».
Una volta, una di quelle rare volte che siamo riusciti a parlare, mi ha
detto: «Guarda papà, che alla mia età ho già sofferto come un adulto, io alla
vita ho già dato la mia parte di sofferenza, ora voglio la mia parte». E come
posso dargli torto? Ha perso la madre a nove anni vedendo tutto il suo percorso
doloroso nella malattia, ha visto l’angoscia d’un fratello con un tumore al
cervello, ha rischiato di morire per una peritonite, ha vissuto il mio tracollo
economico... come posso dargli torto?
Ma è proprio per questo!
Come si può far capire a un figlio la paura d’un padre che ha passato
quanto di peggio penso che possa capitare a un padre, come posso dirgli la paura
che si ha nel momento in cui un tuo figlio è in sala operatoria per nove ore per
un tumore alla testa, o quando questo piccolo grande uomo mi stringeva la mano
di notte, prima d’entrare in sala operatoria, sotto lo sguardo sommesso d’un
chirurgo che m’implorava di lasciarlo andare, come posso dire dello sguardo che
aveva e della promessa che gli feci: «Fintantoché Dio non vorrà, non
t’abbandonerò».
Come posso fargli capire che sì, ho fatto quello che non voglio che lui
faccia, ma i tempi erano diversi. Non s’uccideva per un orologio, non si sparava
come tirare un sasso. La droga girava anche allora, ma non era così subdolamente
introdotta.
Io ho affidato mio figlio a Dio, e so che Dio lo proteggerà «Poiché egli
ha posto in me il suo affetto, io lo salverò, lo proteggerò, perché conosce il
mio nome» (Sa 91,14).
Volevo iniziare questo capoverso con un «Però Signore...», poi mi sono
accorto che stavo ponendo una condizione a Lui...
No, senza però. Io ho affidato mio figlio a Dio, e so che Dio lo
proteggerà: «Poiché egli ha posto in me il suo affetto, io lo salverò, lo
proteggerò, perché conosce il mio nome».
Ci credo. Farò mio questo versetto e pregherò Dio che le prove, che mi
manderà, siano sempre sopportabili, ma specialmente chiedo a Dio quella saggezza
che sicuramente in questo momento mi manca.
Settimo
{}
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Ottavo
{}
▲
Nono
{}
▲
Decimo
{}
▲
Undicesimo
{}
▲
Dodicesimo
{}
▲
28-05-07; Aggiornamento: 31-05-07
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