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Qui
di seguito vogliamo discutere insieme su questo tema che è efflusso
dell’articolo «Il
suo nome è donna».
Le donne gravide sono meravigliose e suscitano sentimenti di mistero,
rispetto e tenerezza perfino negli uomini più duri, abituati in genere a vedere
nel gentil sesso specialmente delle «femmine» o degli oggetti di turbamento
sessuale. Ho vissuto direttamente diverse gravidanze di mia moglie e attualmente
è incinta anche mia figlia. Nella mia esperienza ho notato una trasformazione
misteriosa e meravigliosa della donna in tali periodi. Tranne che in casi
particolari o patologici, ella diventa tranquilla (anche i tratti si rilassano),
armoniosa, pacata, conciliante, particolarmente femminile; il suo presente è
sereno, lo sguardo al futuro la rende speranzosa e fiduciosa. I problemi e i
conflitti di sempre, le difficoltà e le circostanze avverse vengono
particolarmente filtrati, relativizzati e ammortizzati. (Certo in casi
patologici una gravidanza può anche amplificare i malesseri già esistenti.)
Ho notato che la gravidanza diventa per molte donne anche un toccasana.
Alcune trovano in essa la conferma e l’adempimento della loro femminilità. Per
altre ciò coincide con un riscatto personale e sociale e godono di essere perciò
al centro delle attenzioni e delle premure degli altri. La gravidanza porta in
alcune anche una certa forma di guarigione personale e psichica da egotismo,
psicosi, complessi di inferiorità, patologie da relazione, eccetera.
L’occupazione con l’essere in divenire e col «nido» per accoglierlo distrae da
tante cose patogene e da fonti di malessere. Una donna esce in genere da una
gravidanza e da un parto in gran parte trasformata, più forte e più capace di
vivere.
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Per l’approfondimento: Sul tema della procreazione cfr. in Nicola Martella,
Tenerezza e
fedeltà. Sesso & Affini 2
(Punto°A°Croce, Roma 1998), tra altri, i seguenti articoli:
■ La riproduzione, pp. 284ss
■ La contraccezione, pp. 291ss
■ La pianificazione famigliare, pp. 309ss
■ La sterilità, pp. 317ss |
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Primo
{Salomè Stisabi, ps.}
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Ho vissuto una gravidanza felice e voluta. Tutte le mie amiche mi dicevano che
appena sarebbe nato il bimbo mi sarei sentita speciale, piena di gioia per quel
che avevo fatto.
Devo però dire che la prima reazione alla vista del bambino è stata
disgusto: fino a quel momento non avevo percepito il bambino come qualcosa di
diverso dal mio corpo, ma quando ho visto che quella che era uscita da me era
una persona autonoma sono rimasta sconvolta.
Nei mesi successivi sono andata incontro a una forte depressione e non mi
sono sentita veramente compresa da nessuno. Tutti, infatti, s’aspettano che la
donna si senta realizzata dalla nascita del figlio. E anche per me così è stato:
fin da piccola avevo sognato quel bambino. Ma paradossalmente proprio per questo
la mia esistenza mi sembrava senza scopo: quello che dovevo fare nella vita
l’avevo fatto, ora non avevo più orizzonti davanti a me, avrei potuto benissimo
morire.
Ormai ho superato da tempo la depressione post-parto, ma da allora mi sento
vecchia, anche se ho trent’anni. Il futuro lo vedo nella generazione di mio
figlio e io mi sento già nel passato.
Si aggiunga a ciò che le aspettative sociali nei confronti delle mamme sono
enormi, ti schiacciano a tal punto che ti sembra di non aver più la forza di
sostenerle. Esse devono allattare al seno (altrimenti non sono abbastanza
mamme), ma tenersi in forma (perché devono pur curare il loro aspetto), lavorare
(altrimenti non si realizzano), ma tenere la casa sterilizzata (altrimenti al
bambino viene l’allergia), devono essere carine con il marito e non fargli
mancare mai la cena (altrimenti s’ingelosisce), uscire con le amiche (altrimenti
non sono al passo con i tempi). In ambito cristiano, secondo me, è persino
peggio, perché all’elenco precedente bisogna aggiungere il partecipare alle
riunioni (altrimenti non sono spirituali), facendo tacere in qualche modo magico
il figlio (altrimenti sono delle mondane che viziano i figli), stare sottomessa
al marito (altrimenti sono ribelli), leggere regolarmente la Bibbia (se no
s’attireranno qualche punizione divina).
Si può uscire da una gravidanza più forti e capaci di vivere, ma una buona
parte delle donne che conosco ne è uscita distrutta nella salute e
nell’autostima.
Una volta avevo letto su una rivista che la maggior parte delle donne
italiane desidera tre figli, ma poi si ferma dopo il primo. Invece, di
raccontarci delle favole sulla bellezza della maternità, sarebbe meglio
interrogarci del perché d’un fallimento così clamoroso.
Secondo
{Nicola Martella}
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Capisco la depressione post-parto, visto che ogni donna — chi più chi meno — la
passa. L’intero metabolismo è sconvolto e deve normalizzarsi. Posso capire in
parte anche il sentimento di inutilità dopo il parto, se tutto nella vita era
concentrato specialmente su quella meta esistenziale; in effetti nella fauna ad
esempio certi animali d’acqua, dopo aver deposto le uova fecondate, muoiono a
milioni. Ma non dev’essere così fra gli umani: anche dopo aver smesso di essere
mamma biologica, si può essere mamma morale per tutti i figli del mondo.
Capisco le pressioni sociali nei confronti delle donne-mamme. Ciò dipende
però anche da quanto ci si voglia far condizionare dai cliché sociali. Quanto
alle mamme e alle chiese, chi scrive ha una certa ragione riguardo alle
pressioni ecclesiali. Nel primo secolo si trattava di «chiese in casa» (cfr. Rm
16) e ambedue (chiesa e casa) coincidevano; la vita spirituale era integrata in
famiglia e viceversa. Non si andava in chiesa, ma si era chiesa…
in casa. La «casa» rappresentava la partecipazione a tutte le espressioni della
vita, compresa la maternità con tutti gli annessi e connessi. Era normale che ci
fossero mamme che allattavano e bambini di tutte le età, sia in casa, sia nella
chiesa… in casa.
In effetti nella costruzione delle sale, si pensa poco alle mamme che
allattano o che hanno bambini piccoli; poi però magari si fa i moralisti perché
le mamme con neonati non vengano ai culti per lunghi periodi. In Giappone ho
visto sale di culto cha avevano stanze apposite per mamme e bimbi, spesso
sopraelevate rispetto alla sala. Uno vetro spesso permetteva alle mamme di
assistere al culto e altoparlanti permettevano di sentire tutto, mentre potevano
allattare i neonati e mente i piccoli bambini potevano giocare con vari giochi.
Certe chiese avevano simili salette per età diverse.
Devo ammettere che non conosco nessuna donna «uscita distrutta [da una
gravidanza] nella salute e nell’autostima», sebbene ne conosca tante e viaggi
per tutta l’Italia. Certamente ci saranno casi particolari (ad esempio quelli
con minaccia d'aborto o con complicazioni varie).
Certo faremmo bene a «interrogarci del perché d’un fallimento così
clamoroso» riguardo alla maternità nella società italiana. Ciò nonostante
conosco tanti casi di donne che sono gioiose nella loro gravidanza, e questa non
è una favola. Mia figlia è attualmente nell’ottavo mese di gravidanza e vorrei
che tante donne fossero pervase un po’ dell’irraggiamento che ella emana. Mi
ricorda sua madre.
Terzo
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26-05-07; Aggiornamento: 28-05-07
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