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Rimanere senza lavoro è per una persona un momento di
crisi e di travaglio. Il credente affronta questi
momenti fra apprensione (guardando al problema e alle
sue conseguenze) e fiducia (guardando al Signore e alle
sue promesse). La crisi esistenziale
che ne deriva può essere una chance, ma anche l'accesso
in un labirinto.
Rimanere disoccupato incrina l'immagine che si ha di
se stessi e l'amor proprio. Ciò diventa fonte di
malumore, di scoramento e di depressione.
Il licenziamento può diventare anche un problema
teologico, poiché può turbare l'immagine che
possiamo avere di Dio. Allora ci si chiede: Perché Dio
ha permesso ciò? Il Signore mi ama veramente? C'è del
peccato nella mia vita? Questa è una sua punizione?
Rimanere disoccupato diventa un peso anche per i
rapporti sociali in genere, nella famiglia e nella
coppia.
Quando si perde il lavoro, ciò può diventare un
problema esistenziale. Di là dall'apprensione
dinanzi a un futuro incerto (come farò a portare avanti
la mia famiglia?), si ha l'impressione di essere fallito
dinanzi all'esistenza stessa. Se ciò vale per una donna,
la quale trova sempre una compensazione nei rapporti
personali (amicizie, matrimonio, figli, famiglia),
quanto più per un uomo: in genere per lui un lavoro non
è solo una «occupazione», ma un compito esistenziale.
So solo per esperienza
personale quanto sia avvilente per un maschio rimanere
senza un «posto al sole», senza un «mandato», da cui
trarre una collocazione sociale, l'identificazione col
suo ruolo e la consapevolezza di essere utile al posto
giusto. Il licenziamento dal lavoro può sembrare a un
uomo il licenziamento dall'esistenza stessa.
Sembra come se tutti ti guardino (coniuge, figli, amici,
conoscenti...) e chiedano, senza parlare: «E ora? Ora
chi sei? Ora che fai? Ora che farai?».
Oltre che
pregare per chi
(e con chi) ha perso il lavoro, che cosa faresti? Che cosa gli diresti? E se
capitasse a te di essere licenziato, come affronti
questo problema? Come lo hai affrontato altre volte, se
ci sono state.
Che cosa ne pensate? Quali sono al
riguardo le vostre esperienze, idee e opinioni?
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I
contributi sul tema
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personali degli autori.
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1.
{Cristiano disoccupato (*)} ▲
Rimanere senza lavoro, come ben dici, è un momento di
crisi. «Non
smettete mai di pregare», incita Paolo in 1
Ts 5,17. Ogni istante della propria vita ha valore per
chi vive con il Signore nel cuore, indipendentemente
dalle circostanze. Io che sto vivendo questa esperienza
con serenità, a volte mi chiedo se ho fede oppure se
sono incosciente. Dovrei essere molto preoccupato, ma il
mio Padre celeste mi lancia la sfida mediante la Parola:
«Perseverate
nella preghiera» (Col 4,2); e allora, nei
momenti di sconforto, dico a me stesso: «Credere in
Dio e poi affermare che la sua Parola può sbagliare, è
senza significato».
Non vorrei apparire più bravo di quello che sono, ma
uno dei problemi più grandi, che mi ha creato questa
circostanza, è che non sono più in grado di aiutare
economicamente un fratello in fede, il quale ha bisogno
e che svolge l’opera a tempo pieno (sto piangendo mentre
scrivo queste parole).
Rimanere disoccupato può incrinare l’immagine, che si
ha di se stessi, e può far cadere in depressione. Ma se
la Scrittura afferma: «Pregate in ogni tempo» (Ef
6,18), ciò significa che in ogni momento il Padre è
pronto ad ascoltarmi.
È qui che subentra il problema teologico, e mi
chiedo: «Perché Dio ha permesso ciò?». Che il Signore mi
ama, non ci sono dubbi. Non potrei mai mettere in dubbio
il suo amore. Egli nella vita mi ha dato molto più di
quanto meritassi. Io mi rivolgo a Lui, dicendo: «Ascolta la preghiera del tuo servo»
(Ne 1,6).
Mi chiedo anche: «C’è del peccato nella mia vita? Sto
subendo una sua punizione?». Questo è un argomento molto
delicato perché «se diciamo di essere senza peccato,
inganniamo noi stessi» (1 Gv 1,8) e quindi, se sono
onesto, qualche peccato nella vita non è difficile
trovarlo. Cosa fare in questo caso? Consiglio due
versetti che possono essere di grande aiuto: «Nell’ira, ricordati d’aver pietà»
(Hb 3,2). Anche in una situazione di peccato posso
implorare la misericordia del Signore. «Tornate a me…e io tornerò a voi»
(Zc 1,2). In caso di peccato, il Signore mi chiede di
tornare a Lui.
Certo, la disoccupazione può essere un peso anche nei
rapporti famigliari. Ma a costo di sembrare noioso,
anche qui la differenza sarà fatta dall’atteggiamento di
preghiera. Il Salmista invoca: «O Eterno, ascolta la mia preghiera»
(Sal 39,12). Quindi tutto dipende dall’atteggiamento che
abbiamo verso Dio. Di fronte a un problema non dobbiamo
reagire come quelli del mondo, come se non avessimo Dio.
George Orwell disse: «Meglio un lupo solitario di un
cane servile». Io dico: meglio la solitudine con il
Signore che piangere insieme a quelli del mondo.
Detto questo resta un problema: «Come farò a portare
avanti la mia famiglia? Sono un fallito? Che farò?». Nel
mio discorso ho dato molta importanza alla preghiera;
allora mi pongo una domanda: «Cosa avrebbe chiesto Gesù
in preghiera?». Sì, perché pregare nel nome di Gesù vuol
dire anche chiedere le cose che Gesù avrebbe chiesto!
Io mi sento come se stessi dentro un banco di nebbia,
riesco a malapena a vedere a un metro di distanza. In
altre parole, sono senza visione per la mia vita
pratica. So che la religione del mondo è il denaro; ma
meno riesco a «vedere» più faccio mie le parole della
Bibbia: «La mattina, la mia preghiera ti viene incontro» (Sal
88,13). Gesù stesso insegnò a coloro che lo seguivano
che «dovevano
pregare continuamente e non stancarsi» (Lc
18,1).
La fede è vedere la luce con il cuore, mentre gli occhi
vedono il buio.
{(*) L'autore di questo contributo è conosciuto
dall'editore, ma intende rimanere anonimo a causa del
momento particolare che sta attraversando} {2007}
2.
{Maurizio Marino} ▲
Quando ho visto il tema proposto sul sito «Fede
controcorrente», mi sono subito
sentito coinvolto. Infatti anch’io ho provato
l’esperienza della disoccupazione. In realtà più che
disoccupazione si trattava di vero e proprio
«fallimento», chiusura definitiva di una attività
imprenditoriale. Ma in quanto rimasto senza lavoro, sono
stato un lavoratore in cerca di occupazione o meglio,
come dice la legge, un «inoccupato», in quanto
precedentemente non avevo una occupazione dipendente.
Le esperienze e le conseguenze sono le seguenti.
■ A 45 anni ti devi rimettere in discussione. Molto
spesso si scende nella scala gerarchica dei valori.
Anziché essere un «arrivato» ti vedi costretto a
«ricominciare» ma, in realtà, non hai più ne i mezzi
(fisici, psichici, ecc.) né le motivazioni.
■ Ti vedi additato da tutti. Gli ex colleghi
«amici» ti considerano un incapace e ti criticano alle
spalle. I parenti non si fanno convinti: «Ma com’è
possibile», dicono, «forse si è bevuto il cervello con
la religione», considerando la perdita del lavoro più
come frutto di una tua «anomalia» che di una probabile
realtà. Poi si vantano davanti a te delle loro cose
quasi a dirti: «Hai visto come si fa? Se avessi guardato
me non ti sarebbe successo niente...».
■ In alcuni casi anche i familiari stretti (come i
figli), che vogliono sostenerti, in realtà, appena fai
presente un loro coinvolgimento, magari come nuovo
condizionamento dello status economico, cominciano ad
andare in crisi.
■ Il mondo del lavoro ti chiude le porte: non sei
gradito ma... ti offrono un lavoro da fame.
Tutto questo contribuisce a farti sprofondare nella
depressione o mandarti ancora più giù, se già sei
depresso. Non sai più chi sei, il tuo futuro diventa
oscuro, la società ti sembra una belva pronta a
sbranarti. Le istituzioni ti sembrano inesistenti e
lontane, incapaci di poterti dare un qualsiasi aiuto.
Anche la chiesa, pur pronta nella preghiera e nella
consolazione, la senti sinceramente lontana.
L’unica cosa che ti rimane è il tuo rapporto con il
Signore. Diventi estremamente bisognoso della sua
presenza. Gli sottoponi ogni minima cosa. Senza capirlo,
la situazione ti porta a sperimentare la fede come
realmente dovrebbe sempre essere. Anche se poi commetti
anche tanti sbagli, come valutare tutto come probabile
segno divino: andando a un colloquio sono arrivato a
pensare che se non trovavo parcheggio era perché il
Signore mi stava dicendo che quel lavoro non era per me.
In realtà il Signore stava suscitando un «qualcuno»
per aiutarmi a risollevare il capo abbattuto. Pian
piano, giorno dopo giorno mi ha sostenuto a ritrovare
fiducia in me stesso tramite questo qualcuno e coraggio
per affrontare una nuova sfida lavorativa: una attività
economica che mi permette un decoroso sostegno per me e
la mia famiglia.
Ma la cosa più bella, vista a posteriori, è vedermi
vivere la vita per fede: infatti ogni giorno è un giorno
nuovo col Signore e la sua provvidenza.
Aspetti conclusivi: Perdere il lavoro è un'evenienza
della vita, che Dio ci dà da vivere, e possiamo
affrontarla positivamente o negativamente, come tutte le
cose. Non dobbiamo per forza vedere la disoccupazione
come una punizione divina o una prova da «filo di
rasoio». Certamente alcune volte siamo responsabili di
ciò che ci accade, ma spesso credo che faccia parte del
sistema di vita in cui siamo immersi: il peccato, la
malvagità, l’egoismo umano producono anche la
disoccupazione. Per chi non crede spesso c’è solo la
disperazione. Per chi crede c’è un Dio grande che
provvede ogni giorno, anche quando non ce ne accorgiamo.
{2007}
3.
{Stefano Frascaro} ▲
Penso che sia scritto nel DNA dell’uomo (sano sia
moralmente che fisicamente) che egli debba procacciare
il lavoro per il mantenimento dignitoso della propria
famiglia. Chiunque sia passato da uno stato di
occupazione a uno di disoccupazione, prova una
sensazione di fallimento, inutilità che ti abbatte, ti
lascia vuoto, ti attanaglia e non ti fa reagire.
Personalmente ho perso un ottimo posto da «quadro»
in una azienda che si occupava di sicurezza. Il
ricominciare e il rimettersi in discussione sono cose
alquanto difficili, specialmente per chi non è abituato
a «vendersi» in senso lavorativo.
Come fa, però, un padre di famiglia, vissuto per
vent’anni nello stesso ambito lavorativo a cercare, a
bussare…? Si rischia che per necessità si sia disposti a
tutto.
Per necessità accetti lavori come facchino, come
muratore, come venditore… ma la tua mente è sempre lì, a
pensare: ma come, Signore, io che ero questo, facevo
quello… e adesso mi riduci a tale situazione? Passare
dalla giacca e cravatta a spostare pacchi, portare
camion…
Poi però rifletti, pregando: «Signore, ma quando
mai mi hai fatto mancare alcunché in tutto questo tempo?
Il popolo d’Israele nel deserto l’hai sfamato per
quarant’anni con la manna. A me e alla mia famiglia hai
dato molto di più in questi anni di «tribolazioni».
Abbiamo pagato affitti, bollette, comprato scarpe e
qualche volta mangiato la pizza…».
E ancora: «Signore, non ci hai mai fatto mancare
l’indispensabile. Spesso ci hai donato anche il
superfluo, sempre ci hai fatto sentire la tua presenza.
In mille modi ci hai parlato, tramite fratelli, doni,
foglietti del calendario…».
Quando però è avvenuto in me questo cambiamento?
Solo da quando ho veramente capito di non essere io
l’artefice della mia vita. Solo quando ho lasciato nelle
mani di Dio tutte le mie preoccupazioni! Non voglio
essere frainteso, non mi metto seduto e aspetto il
«miracolo», mi do da fare, agisco, ma lo faccio con il
pensiero che qualsiasi cosa è sotto il controllo del
Signore. Anche quando devo andare ora da un fratello e
chiedergli un prestito. So che tutto l’ho affidato
adesso a Lui. Egli non ci lascerà senza mangiare, senza
vestiti, senza un tetto; il Suo orecchio è pronto ad
ascoltare il lamento del suo figliolo!
Certo, è dura vivere come un «missionario» (nel
senso della dipendenza), senza esserlo! Ma il Signore ci
vuole pronti ad affrontare ogni cosa che è nella sua
volontà.
Certo che l’abbattimento è lecito, ma lo
scoraggiamento no! Non possiamo e ne dobbiamo sentirci
scoraggiati per le motivazioni che ho espresso prima. Il
nostro Dio è un Dio che non ci abbandona e non ci
abbandonerà mai. {2007}
4.
{Antonio Tuccillo}
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Caro Nicola, è sempre difficile rispondere a chi è in difficoltà. Sono nato
nella città di Napoli, capitale della disoccupazione, lì mi sono diplomato, lì
ho riconosciuto il Signore Gesù come mio Salvatore e Signore; poi ho svolto i
doveri per lo Stato e ho passato anni a collaborare come volontario in una
missione evangelica.
Mi sono ritrovato all’età di 27 anni cristiano, fidanzato e disoccupato;
non sai quanti pianti per quella situazione. Negli incontri di preghiera
chiedevo sempre un lavoro e una casa per potermi sposare. Ho sempre trovato dei
piccoli lavoretti, non so più a quanti concorsi pubblici ho partecipato. Un
giorno una sorella della comunità mi telefonò per presentarmi un suo lontano
parente che aveva un’impresa elettrica; sono andato e non credo che in
quell’occasione abbia fatto una bella figura nel rispondere a un quesito
tecnico, nonostante ciò un mese dopo sono stato assunto da quella ditta in una
città a 100 km di distanza.
Con quella ditta mi sono sposato e trasferito due volte. Poi mi è arrivata
la chiamata per un concorso fatto sette anni prima, ho aderito e ora lavoro per
lo Stato. Ho dovuto cambiare città, ho due figli (di cui una portatrice di
handicap) e continuo a ringraziare il Signore perché anche nei momenti bui, dove
non vedevo prospettive per il futuro, si è preso cura di me, permettendomi anche
di mettere su famiglia. Spero che questa testimonianza possa essere utile. Un
caro saluto nel Signore Gesù, che ci ama. {08-03-2008}
5.
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6.
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7.
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8.
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9.
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10.
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11.
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12.
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Valore e autostima di un disoccupato
{Nicola Martella} (D)
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Cosa può insegnare perdere il lavoro a 40 anni?
{Daniele Salini} (A)
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Dramma di essere disoccupato
{Nicola Martella} (T)
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URL di origine:
http://puntoacroce.altervista.org/Temi/1-Disoccupato_Oc.htm
26-04-2007; Aggiornamento: 08-03-2008
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