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«In ogni cosa ci raccomandiamo come servi di Dio: in
grande pazienza, in afflizioni, necessità, angustie […],
nella parola di verità, nella potenza di Dio, con le
armi di giustizia a destra e a sinistra, nella gloria e
nell’ignominia, nella buona e nella cattiva fama [...],
come coloro che non hanno nulla, eppure hanno ogni cosa!»
(2 Cor 6,4-10).
Tempo fa leggevo la circolare dell’accademia teologica (FTA),
dove ho studiato, in cui il rettore, Helge Stadelmann,
esprimeva alcuni pensieri riguardo a tale brano biblico
(Freudensbrief [Lettera agli amici] del
11-02-2005). La FTA si è trovata sotto il fuoco
incrociato della critica, non solo da parte dei
liberali, ma anche degli ultraconservatori. Alcuni di
questi pensieri mi hanno portato a formulare le seguenti
riflessioni che propongo come tema di discussione.
Il testo biblico esprime bene la situazione e la
motivazione di tante persone che servono il Signore. Pur
volendo essere servitori di Dio, vengono aggravati
occasionalmente da situazioni avverse e si trovano
esposti alle maree mutevoli delle opinioni umane.
Paolo ribadì che un tale ministero accadeva «nella
buona e nella cattiva fama». Penso che avere una
«buona reputazione» non dispiaccia a nessuno: fa piacere
quando le cose buone che si fanno alla luce del sole,
vengono notate, considerate e se ne parla bene, sebbene
l’intenzione per cui le si fa non dipende da ciò. Altra
cosa è la «cattiva reputazione»: le malelingue rendono
pesante la vita e il ministero. Alcune volte ho dovuto
sperimentare il fatto che qualcuno è venuto a dirmi che
nell’incontro di responsabili della data zona qualcuno
si sarebbe alzato per denigrarmi per cose che avrei
detto o fatto. Oppure tale persona ha assistito mentre
alcuni credenti facevano ciò in gruppo. La mia reazione
è stata quella di dire: «Non posso passare la vita a
raccogliere le piume che altri hanno messo al vento». Ho
sperimentato comunque che Dio ha spesso mandato un
«angelo» a difendermi in tali circostanze, magari un
fratello che mi conosceva a fondo. È triste che la gente
sia troppo vile per venire a confrontarsi personalmente
con te (cfr. Mt 18), ma preferisca la via delle calunnie
e della denigrazione.
Quando un evangelico fedele alla Bibbia viene preso
come bersaglio dai «liberali», egli ben lo sopporta.
Quando opere e ministeri spiritualmente intatti vengono
attaccati dalle dicerie degli «ultraconservatori», ciò
diventa un peso. Lo screditamento può accadere in
privato o in gruppo, facendo recensioni tendenziose
delle opere di qualcuno, escludendo la pubblicazione
degli articoli di un autore dalla propria rivista,
mettendo in giro lettere o e-mail tendenziose o
contenenti false informazioni contro un servitore del
Signore o un’opera cristiana (p.es. una scuola biblica).
Si propaga il dubbio che un servitore del Signore non
abbia la «sana dottrina», invece di riflettere sulla
propria mancanza di attendibilità etica. Si discredita
ciò che non è del tutto omogeneo con le proprie
opinioni, presentando se stessi come «puristi», strenui
difensori della «verità» e detentori «integrali(sti)»
della «sana dottrina». Invece di chiare dimostrazioni
delle prove, si fanno solo illazioni. Chi agli occhi
loro «devia» in uno dei tanti punti, oggettivamente
secondari, viene considerato «fuori dottrina» in tutto.
Ad esempio, si attribuisce all’altro di fare compromessi
minimalistici tra la «verità biblica» e la «teologia
critica», solo perché non accetta spiritualizzazioni
arbitrarie, simbolismi artefatti e speculazioni
soggettivistiche. Si considera l’altro come uno che ha
ormai deviato dalla «linea» del movimento, solo
perché l’esegesi della Parola gli è più importante delle
convenzioni e della casistica denominazionale, assurte a
«verità assodata» o a «sana dottrina».
Alcuni ultraconservatori, pur di conservare il
proprio «integralismo», si dispongono a buttare via
riguardo agli altri «il bimbo con tutta l’acqua sporca»,
a chiudersi a riccio, a coltivare la sindrome della
«piccola gregge», per poi poter cantare con convinzione
«O gioia dei puri…», gli unici «puri» rimasti.
È chiaro che anche nel campo degli evangelici, che
vogliono essere fedeli alla Bibbia, ci sono problemi,
dinanzi ai quali non bisogna chiudere gli occhi. Ora,
però, la differenza tra gli «evangelici storico-biblici»
e gli «evangelici integralisti antagonisti» (detti anche
«fondamentalisti separatisti» o ultraconservatori) sta
nel modo come si affrontano tali problemi. È stato detto
che i «fondamentalisti separatisti» affrontano i
problemi in genere dando bacchettate a tutti, senza
risolverli veramente, ma creandone degli altri. Qualcuno
li chiama «estremisti di centro», perché pensano di
avere esclusivamente il copyright della «sana
dottrina». Alcune persone hanno la tendenza —
prescindendo in genere da un’attenta e onesta esegesi —
a cercar bruscoli negli occhi altrui e a colar
moscerini, ostacolando così di fatto l’annuncio
dell’Evangelo, il progresso dello studio teologico, la
fondazione di chiese e l’avanzamento del regno di Dio.
Chi ha la sindrome della «piccola gregge» non mostra in
genere un grande interesse per tutto ciò, ma si da pena
a rimpinguare il «lardo» denominazionale, per sentirsi
così l’unico «club di redenti» che, come tale, deve
guardarsi da tutte le «contaminazioni», specialmente da
quelle di altri evangelici. Può succedere che ci si dia
a dispute furibonde su «virgole e puntini sulle i», ci
si accordi periodicamente sulla propria «identità» e sui
reali confini del proprio movimento rispetto agli altri,
mentre il «mondo» sprofonda nel peccato e buona parte
dell’Italia aspetta l’Evangelo. Anche i moderni Giona
piangono sul proprio ricino, contristati fino alla
morte, e — pur di aver ragione — aspettano che Dio
fulmini la loro Ninive! Alcuni, invece di passare
all’azione, preferiscono restare nella reazione:
scuotono la testa così a lungo sulla zuppa, finché
trovano il capello di cui lamentarsi. Non avendo più
altro da contribuire nel «mondo», si sentono una specie
di «extraterrestri» e, come tali, vivono ormai già fra
le «nuvole» o nell’aldilà.
Forse vale la pena riflettere sulla seguente parola
di Dietrich Bonhoeffer: «Chi ama il suo sogno di una
comunità cristiana più che la stessa comunità cristiana,
questi diventa il distruttore di ogni comunità
cristiana, di là dal fatto che egli sia pieno di onestà,
serietà e dedizione» (Gemeinsames Leben [Vita
comune], 23a edizione, p. 24).
Chi vuole mantenere una nave sulla rotta, non deve
deviare «né a destra né a manca». Non deve
scivolare né verso il liberalismo né verso
l’integralismo antagonista. Dico e ribadisco che il
contrario di una cosa (mezza verità, menzogna), non è
per forza la verità, ma può essere un’altra
menzogna di segno contrario! Vale la pena meditare sulle
seguenti parole di C.S. Lewis: «Il diavolo… manda al
mondo gli errori sempre a coppia. In coppie
contrapposte. Ed egli ci spinge continuamente a perdere
molto tempo a riflettere quale sia l’errore più grande.
Il motivo di ciò è evidente: egli si basa sulla nostra
profonda avversione verso un certo errore, per
trascinarci passo per passo in un altro. Non lasciamoci
ingannare. Dobbiamo puntare gli occhi sulla meta e
passare dritti in mezzo ad ambedue gli errori» (Pardon,
ich bin Christ [Scusi, io son cristiano], p.
144). Miriamo precisamente alla meta, quando rimaniamo
in quel che la Bibbia dichiara con tutta
chiarezza. In ciò che facciamo dobbiamo mantenere la
rotta in mezzo a vari errori contrapposti. Ciò deve
valere nella formazione degli altri, nella pubblicazione
di articoli e libri, nelle predicazioni, nelle
conferenze, nei seminari nelle chiese e nei contributi
nei mass-media, affinché anche nel futuro ci siano
discepoli che conservino la giusta rotta.
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Aggiornamento: 07-04-07
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