I
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Primo
{Carlo Neri} ▲
Ciao Nicola, sono Carlo, ti scrivo da Modena per proporre a
te ma anche ad altri fratelli, che spero vogliano
intervenire, un tema che nel nostro ambiente non viene
normalmente trattato, se non per ribadire l’interpretazione
classica che ne viene data e sulla quale io però nutro più
d’una perplessità.
Si tratta del tema riguardante le caratteristiche che
devono avere gli anziani che conducono una chiesa, in
particolare per quanto riguarda l’aspetto dell’età che
dovrebbe essere diciamo, adeguata, e sopratutto all’essere
sposati con figli abbastanza cresciuti in modo da permettere
di valutare la capacità del fratello di governare, criteri
che, se presenti nel fratello candidato all’ufficio
d’anziano, darebbero senz’altro una ottima garanzia alla
conduzione della chiesa.
L’interpretazione classica ci dice che entrambe queste
caratteristiche sono indispensabili e la loro presenza è
indispensabile, questo sopratutto in base al fatto che nel
brano in cui l’apostolo Paolo indica le caratteristiche
richieste per chi dovrà svolgere quest’ufficio (1 Tim 3,2)
prima di farne l’elenco usa la parola «bisogna»: «Bisogna
dunque che il vescovo sia irreprensibile...».
Questo imperativo sembra sbarrare la strada a qualsiasi
dubbio, anch’io infatti in passato, non dubitavo di
quest’interpretazione, preciso che io stesso sono anziano e
ho entrambe questa caratteristiche non è perciò un problema
che tocca me personalmente ma riguardo a questa lettura ho,
come dicevo prima, alcune perplessità.
Una prima perplessità riguarda il fatto che
interpretando letteralmente il brano citato, sembra di
vedere una contraddizione nel comportamento dell’apostolo
che l’ha scritto, siccome fra i suoi più stretti
collaboratori aveva scelto fratelli giovani e non sposati
come Timoteo e Tito.
Un’altro problema riguarda il fatto che, sempre in
questo brano, si legge che i diaconi debbano avere le
medesime caratteristiche degli anziani (?): «Similmente»
[«parimenti» o «allo stesso modo» (a secondo delle
traduzioni)[ i diaconi siano...». Nel libro degli Atti
però, al cap. 6 dove si parla della istituzione dei diaconi,
le caratteristiche richieste dai dodici non s’accenna al
fatto che debbano avere una certa età né tantomeno al fatto
che debbano essere sposati con figli.
Altro problema riguarda il termine usato per indicare i
fratelli chiamati a svolgere l’ufficio d’anziani; sappiamo
che la figura degli anziani nella società ebraica antica era
riferita a persone letteralmente anziane d’età, anzi
probabilmente nominate proprio in virtù del loro diritto
d’anzianità per governare le case patriarcali, questa figura
viene spesso trasportata nella realtà della chiesa, al tempo
della chiesa nascente però non viene usato solo il termine
«anziano» per indicare quella funzione ma anche «vescovo» o
«conduttore», forse per significare che non era
indispensabile il fattore dell’età?
Ultimo appunto che faccio riguarda l’insegnamento che
troviamo nel capitolo 18 d’Esodo nel quale Jetro, suocero di
Mosè, sottopone a Mosè e all’Eterno il consiglio che poi
verrà accettato, di mettere come capi (di migliaia, di
centinaia...) degli uomini che abbiano alcune
caratteristiche morali e spirituali fra le quali ancora una
volta non sono presenti né quella d’avere un’età avanzata e
né quelle d’essere sposati con figli.
Oltre ai problemi d’interpretazione che ho citato
prima, mi domando un’altra cosa; com’è possibile che nelle
chiese del periodo apostolico, chiese che probabilmente
erano spesso di dimensioni familiari, composte forse da una
o due decine di membri, si potessero trovare facilmente
fratelli con entrambe quelle caratteristiche, oltre alle
altre citate da Paolo, non era più probabile che
quell’elenco volesse essere inteso piuttosto come una forte
esortazione, un obbiettivo a cui tendere il più possibile
tenendo comunque presente che la necessità principale delle
chiese era di dover essere in ogni caso governate da una
autorità, gli anziani appunto, nei quali dovevano essere
presenti sopratutto le caratteristiche morali e spirituali
citate anche nei brani che ho indicato prima (At 6,3; Es
18,21)?
Secondo
{Nicola Martella} ▲
Qui di seguito non risponderò a tutti i quesiti posti da
Carlo Neri, ma mi dedicherò solo ad alcuni aspetti
particolari. Confido che altri fratelli interverranno e
daranno il loro contributo.
Il problema
In alcune chiese si escludono dal diaconato e dall’anzianato
fratelli non sposati, pur avendo essi i prerequisiti
essenziali, con la seguente motivazione: essi devono essere
assolutamente sposati e devono avere dei figli.
Ci si può immaginare la sofferenza di uomini dedicati
completamente al Signore e alla sua opera, che ricevono un
tale impedimento da parte di altri fratelli a essere
riconosciuti conduttori di una chiesa e a esercitare un
ministero di conduzione, solo perché rientrano in queste
categorie:
■ Sono celibi per scelta di vita o per necessità (non
trovano ancora la compagna giusta; la situazione economica
non permette loro di sposarsi).
■ Sono vedovi.
■ Sono singoli perché divorziati prima di convertirsi o
abbandonati dalla moglie prima o dopo la conversione.
■ Sono sposati ma non possono aver figli per
disfunzioni biologiche o fisiologiche della relativa moglie
o propria.
L’argomentazione
Tralasciamo i casi in cui le argomentazioni restrittive
sono usate in modo strumentale per escludere alcuni fratelli
perché ritenuti «scomodi» per altri aspetti.
L’argomentazione si basa su una «iper-letterarizzazione» di
alcuni brani chiave del NT. Eccoli qui di seguito:
■ «Bisogna dunque che il conduttore sia
irreprensibile, marito di una sola moglie […] che governi
bene la propria famiglia e tenga i figli in sottomissione e
in tutta riverenza (che se uno non sa governare la propria
famiglia, come potrà aver cura dell’assemblea di Dio?)»
(1 Tm 3,2.4s).
■ «Per questa ragione t’ho lasciato in Creta: perché
tu dia ordine alle cose che rimangono a fare e costituisca
degli anziani per ogni città, come t’ho ordinato; quando si
trovi chi sia irreprensibile, marito d’una sola moglie,
avente figli fedeli, che non siano accusati di dissolutezza
né insubordinati. Poiché il conduttore bisogna che sia
irreprensibile…» (Tt 1,5ss).
Il problema nasce laddove si prescinde dal contesto
culturale in cui ciò fu detto e dall’intento effettivo
dell’autore. Le questioni vengono portate senza alcuna
distinzione nel contesto attuale e riempite con un altro
significato. Ecco alcuni punti che bisogna tener presente
per capire i brani in questione.
■ Paolo non raccomandò che il conduttore fosse «marito
di una moglie», ossia sposato. Egli intendeva che, se fosse
sposato, lo fosse di una sola moglie. Infatti, a quel
tempo vigeva la poligamia. Chi ne aveva le facoltà, si
poteva sposare più di una moglie. Le donne fatte bottino di
guerra, erano vendute al mercato e chi le comprava ne faceva
o schiave o concubine. Diverse di queste persone poligame si
convertivano con la loro intera famiglia al Signore. La
limitazione non era intesa in senso morale (essendo tali
donne sposate secondo la legge), ma pratico: le donne erano
continuamente incinte e (se il loro apparato riproduttivo
non si ammalava) mettevano al mondo almeno una decina di
figli. Ciò raddoppiava con una seconda moglie o concubina, e
così via. Tali persone erano già impegnate abbastanza a
sfamare, crescere ed educare la loro «tribù» per poter avere
tempo per curare altri credenti.
■ Paolo raccomandò che un uomo fosse un buon
capofamiglia e padre, capace di dirigere la propria
famiglia. Questa regola valeva certamente nel caso in cui un
uomo avesse figli. I figli sono un dono del Signore, ma la
sterilità poteva impedire ciò o come disse Sara: «L’Eterno
m’ha fatta sterile» (Gn 16,2; ella indusse perciò suo
marito a diventare poligamo; cfr. 1 Sm 1,5s). Nell’antichità
la poligamia era dovuta proprio al fatto che una donna
poteva essere o diventare sterile, mettendo così a rischio
la sopravvivenza di una famiglia (non c’era la previdenza
sociale).
Sarebbe stato ingiusto punire doppiamente un fratello
sterile o con una moglie sterile.
■ A ciò si aggiunga che guerre, epidemie, disgrazie,
persecuzioni e quant’altro potevano mettere fine a un
matrimonio (vedovanza) o a una famiglia (cfr. Gb 1,18s; cfr.
1 Sm 4,17ss; 31,7s; Gr 14,16; Mt 2,16ss). Si vuole punire
anche qui doppiamente una persona?
■ I due brani sono da intendere quindi così: «Se il
conduttore è sposato, non dev’essere poligamo; se è sposato
e ha figli, deve governare bene per prima cosa la propria
famiglia». Non si trattava quindi di una discriminazione
verso i celibi né verso i vedovi né verso chi non aveva
(più) figli.
La questione del celibato
Tralasciamo qui gli aspetti che derivano da una
reazione culturale rivestita di dottrina quale
contrapposizione al celibato imposto ai chierici. È
singolare come si voglia escludere dalla conduzione fratelli
capaci, solo perché sono singoli (celibi o vedovi). E tutto
ciò viene attribuito alla parola di Paolo. Questo è
singolare, visto che il missionario Paolo e diversi della
sua squadra missionaria (Timoteo, Tito) erano celibi per
quanto noi sappiamo. Così era pure Barnaba. In uno sfogo
verso i Corinzi, Paolo disse: «Non abbiamo
noi il diritto
di condurre attorno con noi una moglie, sorella in fede,
così come fanno anche gli altri apostoli e i fratelli del
Signore e Cefa? O siamo soltanto io e Barnaba a non avere il
diritto di non lavorare?» (1 Cor 6,5s). Come si vede,
l’apostolo usò il plurale «noi».
Si tenga presente che nell’allora ecclesiologia (ma ciò
avviene anche oggigiorno dove un missionario fonda nuove
chiese), era il missionario (= apostolo) a costituire
anziani e conduttori nelle chiese fondate. Paolo aveva
lasciato il suo collaboratore Tito in Creta per «perché
tu dia ordine
alle cose che rimangono a fare e
costituisca
degli anziani per ogni città» (Tt 1,5). Erano loro a
eleggere degli anziani per ciascuna chiesa, indicando chi
fossero degni e capaci; il testo è da tradurre così: «E
quando essi [= Paolo e Barnaba] ebbero eletto loro [= ai
credenti] degli anziani in ogni chiesa, pregarono con
digiuno e li raccomandarono al Signore, in cui erano
diventati credenti» (At 14,23). Sarebbe stato proprio
strano che i missionari potevano essere celibi, ma non i
conduttori che erano da loro eletti!
A ciò si aggiunga una contraddizione fra le tesi che
escludono dalla conduzione i singoli (celibi e vedovi) e le
richieste fatte da Paolo in 1 Cor 7 a proposito del celibato
degli uomini. Egli afferma, ad esempio: «Vorrei che tutte
le persone fossero come sono io […] Ai celibi e alle vedove,
però, dico che è bene per loro che se ne stiano come sto
anch’io […] In ciò che ognuno fu chiamato, fratelli, in
questo rimanga dinanzi a Dio […] per una persona in genere è
bene di starsene così [ossia vergini] […] Chi non è
ammogliato ha cura delle cose del Signore, del come potrebbe
piacere al Signore […] Or questo dico per l’utile vostro
proprio; non per tendervi un laccio, ma in vista di ciò che
è decoroso e affinché possiate consacrarvi al Signore senza
distrazione» (1 Cor 7,7s.24.26.32.35). Tutto il discorso
che Paolo fece poi anche sulle nubili, poteva valere anche
per i celibi. Paolo ammise che ognuno aveva al riguardo un
«carisma» e concesse che fosse meglio sposarsi che bruciare
(vv. 7.9). È chiaro che non poteva suggerire con grande
enfasi che tutti i maschi rimanessero celibi come lui, per
così dedicarsi più efficacemente all’opera del Signore
(senza distrazioni coniugali e familiari) e poi pretendere
che i conduttori delle chiese locali fossero sposati! È una
contraddizione logica e dottrinale.
È chiaro che bisogna leggere 1 Tm 3 e Tt 1 alla luce di
1 Cor 7. I missionari e le loro squadre erano esempi di
etica e di condotta per i conduttori che essi eleggevano e
riconoscevano nelle comunità. Paolo raccomandò a Timoteo,
suo collaboratore nella missione: «Fuggi gli appetiti
giovanili» (2 Tm 2,22); l’espressione «voglie giovanili»
descriveva qui lo stato del celibe, indipendentemente dalla
sua età, in cui poteva trovarsi ricorrentemente: non era
probabilmente sempre facile per lui gestire senza sofferenza
gli aspetti sessuali e affettivi, ma ciò era possibile. Ciò
non gli impediva di insegnare, d’esortare e di riprendere
nelle chiese fondate (1 Tm 4,11; 6,2; 2 Tm 4,2; cfr. Tt
2,6.9.15; cfr. 1 Cor 16,10s).
Timoteo non doveva essere più tanto giovane al momento
delle due epistole tramandateci, visto che furono composte
con molta probabilità dopo la prigionia di Paolo a Roma. Non
ostante ciò, gli disse: «Nessuno sprezzi la tua
giovinezza; ma sii d’esempio ai credenti, nel parlare, nella
condotta, nell’amore, nella fede, nella castità» (1 Tm
4,12). Il termine «giovinezza» descriveva verosimilmente il
suo stato di «verginità» e quindi di celibato.
Un celibe poteva quindi non solo essere missionario e
insediare anziani nelle chiese fondate, ma poteva essere un
esempio anche di castità nel celibato. Sebbene celibe,
poteva esortare «l’uomo anziano… come un padre; i
giovani, come fratelli; le donne anziane, come madri;
le giovani, come
sorelle, con ogni castità» (1 Tm 5,1s). Il
celibato di un cristiano non era allora quindi un
impedimento a diventare ed essere missionario. Perché
dovrebbe esserlo per diventare conduttore di una chiesa
locale?
Terzo
{Abele Aureli} ▲
Nota della redazione: L’autore parla ricorrentemente
qui di seguito di «apostoli». Come lui stesso però spiega,
intende i singoli missionari fondatori di chiese locali.
Oggigiorno «l’apostolo» (dal greco apostolos «mandato
con un incarico» [ossia da una chiesa in missione])
corrisponde al «missionario fondatore» che è mandato
da una o più chiese per fondare altrove altre chiese e
opere. Ogni apostolo o missionario, dopo aver fondato una
nuova chiesa locale, elegge dei «conduttori» in essa e li fa
riconoscere dalla comunità, mantenendo su di essa una certa
«paternità» spirituale, sia che resti in loco, sia che si
trasferisca altrove per proseguire la sua opera. Ora segue
il contributo di Abele Aureli.
Secondo ciò che leggiamo nelle Sacre Scritture e sopratutto
nelle lettere apostoliche, la questione non dovrebbe porsi
perché se i «ministri» come Paolo, Pietro, Giacomo,
Giovanni, e altre colonne della Chiesa sono chiamati
direttamente da Cristo (vedi Efesini 4), tutti gli altri che
vengono scelti, oppure posti nelle chiese dai suddetti
apostoli o ministri, in base ai loro requisiti (1 Tim 3),
sono subalterni e sottoposti a chi li insedia in
quell’ufficio.
In Atti 20 l’apostolo Paolo manda a chiamare gli
anziani che egli, oppure Timoteo o Tito, avevano stabilito
come responsabili nelle varie chiese che essi avevano
iniziato ed essi erano sottoposti sia a Paolo che a Timoteo
e a Tito, che come vediamo sono incaricati da Paolo appunto
a scegliere degli anziani per ogni chiesa. A parte la scelta
dei sette diaconi, per i quali gli apostoli chiesero alla
chiesa di scegliersi tra i membri di chiesa che conoscevano
bene e li rispettavano, per la scelta degli anziani, le
chiese non avevano nulla da dire su chi li avrebbero dovuti
pasturare. Questa scelta era una prerogativa degli apostoli
e ministri.
Paolo raccomanda a Timoteo di non ricevere accuse
contro un «anziano», se non sulla deposizione di due o tre
testimoni. Questo per due motivi ben precisi:
■ 1) perché sono stati scelti in base alle loro qualità
e quindi chi li aveva scelti aveva fatto una scelta
ponderata, sapendo che davanti a Dio il responsabile sarebbe
stato sempre chi li aveva scelti.
■ 2) perché è sempre facile trovare in chiesa un membro
che ha da ridire sul modo di fare d’un anziano, e quindi
ogni anziano potrebbe avere dei potenziali avversari nella
chiesa.
Per quanto poi riguarda la questione dell’essere
sposati o meno e con figli d’una certa età, non la trovo per
nulla una regola biblica! Paolo a Timoteo gli dà dei
requisiti, dei quali uno dice che non deve essere «novizio»
in modo che non s’innalzi e non cada nel laccio del diavolo.
Però non credo che il fattore «tradizione, anzianità o
denominazione» debba essere un problema se l’anziano si
lascia guidare dallo Spirito Santo. Si potrà rispondermi che
purtroppo ci sono nelle chiese troppi anziani che si
lasciano guidare dalla loro età o tradizione, ma se è per
questo, sono pochissimi gli anziani che si fanno guidare
dalla propria carnalità piuttosto che dallo Spirito Santo.
Anzi, dirò di più: troppi anziani si sono auto-insediati
facendo leva sulla propria famiglia numerosa nella chiesa;
in nome della «democrazia», si sono fatti votare come
anziani, senza averne i requisiti biblici.
Secondo ciò che dice la Parola di Dio, un giovane (non
novizio), che si lascia guidare dallo Spirito Santo, è più
qualificato a fare il «conduttore» (pastore, anziano) che
non un padre di famiglia con figli adolescenti che si lascia
guidare dai propri sentimenti e carnalità.
Oltre a ciò, non credo che Paolo fosse sposato e avesse
dei figli adolescenti (a meno che non ce lo ha nascosto), ma
pare che egli non fosse solo un anziano, ma era apostolo,
profeta e dottore! Il quale credo che fosse un ministero
leggermente superiore a quello d’un anziano, se l’anziano,
come possiamo ben leggere, era da lui insediato.
Pertanto, giovane o anziano, singolo oppure sposato che
sia, l’anziano deve prima d’ogni cosa essere un «seguace di
Cristo», poi uno che sia d’esempio in ogni situazione, a
tutta la chiesa, e deve dimostrare d’essere anche sottomesso
a chi ha iniziato la chiesa (l’apostolo), il quale lo ha
messo in quell’ufficio certo che egli s’atterrà ai suoi
insegnamenti, perché l’apostolo rimane comunque responsabile
davanti a Dio per quella chiesa.
Se poi quando parliamo dei requisiti in 1 Timoteo 3,
crediamo che si stia parlando di «perfezione» in senso
assoluto, allora né tu e né io, ma neppure Paolo e Pietro,
credo che avessero questa qualità!
Quarto
{Nicola Martella} ▲
Qui di seguito voglio
solo aggiungere alcune note al margine, dando degli
spunti di ulteriore riflessione.
■
Che l'ecclesiologia delle diverse denominazioni
attuali si possa differenziare da quella del primo secolo,
salta all'occhio di ogni studioso. Ad esempio, la stragrande maggioranza
delle chiese locali erano «chiese in casa» (cfr. Rm 16).
■
Quanto alla conduzione, c'erano delle differenze
anche legate alla cultura d'appartenenza: le chiese
giudaiche erano più collegiali nella conduzione (almeno in
Palestina), ricalcando la struttura della sinagoga; le
chiese ellenistiche erano più monarchiche, ossia erano
guidate più da una singola persona, rispecchiando così più
la mentalità greca. Il termine «anziano» (gr. presbyteroi)
era più usato come retaggio del giudaismo e come termine
tecnico fu introdotto dai missionari giudei, mentre
«conduttore» (gr. episkopos «sorvegliante»)
rispecchiava più la percezione greca; è chiaro che i due
termini si corrispondevano. Termini oggi ricorrenti per
designare i conduttori di chiesa come «pastore»,
«reverendo» e «parroco»
(questi ultimi due sono usati specialmente all'estero), non
ricorrono mai nella Bibbia in senso tecnico; «pastore» nel
NT non è un «titolo» (o ufficio) ma un «ministero» o una «funzione» del
conduttore (oltre che del missionario e del «curatore
d'anime»).
Per l’approfondimento delle questioni qui poste cfr.
Nicola Martella (a cura di), «La conduzione quale chiave
dell’unità»,
Uniti nella verità, come affrontare le diversità
(Punto°A°Croce, Roma 2001), pp. 30-36.
Cfr. qui anche l'articolo «Caratteristiche di una
conduzione funzionale», pp. 37-44.
■
Sebbene venga sempre ripetuto, è interessante notare che in
At 6 non si parla di «diaconi». È vero che ricorre il
termine «servire», ma esso è troppo generico e altrove nel
NT viene applicato a tutti (apostoli, collaboratori degli
apostoli e conduttori). È probabile che questi «sette
uomini» siano gli stessi che in At 15 sono chiamati anziani.
Si noti che Stefano era un uomo che conosceva la Parola e
sapeva proclamarla e difendere pubblicamente la verità (At
7). Filippo era un «evangelista» (At 6,5; 21,8), un conoscitore della Parola,
un uomo capace di portarla fuori dei confini della Giudea e
di convincere
con essa i Samaritani predicando Cristo (At 8,5ss; e
contrastando Simone il mago). Egli fu in grado anche di
parlare a una
persona altolocata e istruita di convincerla riguardo alla
verità (At 8,26ss). Successivamente
si trasferì a Cesarea (At 21,8), certamente non per fare
semplicemente il «diacono», termine con cui s'intende oggi
perlopiù chi si occupa di cose piuttosto di natura pratica. È probabile che
anche i «servitori»
(gr. diakonoi) di 1 Tm 3 non erano semplicemente dei
«diaconi» nel senso corrente del termine, ma gli stretti
collaboratori del conduttore in questioni spirituali e
gestionali, con cui formavano la «squadra d'azione». La
stessa relazione c'era in una «squadra missionaria», ad
esempio tra Paolo e i suoi collaboratori (Timoteo, Tito,
Luca, ecc.).
Quinto
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Sesto
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Settimo
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Ottavo
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Nono
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Decimo
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Undicesimo
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Dodicesimo
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