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CONDUTTORE SOLO SE SPOSATO E PADRE?

 

 a cura di Nicola Martella

 

Un conduttore di una chiesa mi ha scritto per proporre una questione dibattuta fra le chiese della sua zona, ma che si ritrova in molte altre, che riguarda alcuni prerequisiti per la conduzione di una comunità. La tesi di alcuni fratelli l’ho sintetizzata nel titolo e più esplicitamente potrebbe recitare così: per essere conduttore di una chiesa, bisogna essere sposato, padre di figli di una certa età e quindi egli stesso non proprio più tanto giovane. Un giovane irreprensibile e capace è quindi svalutato riguardo a tale ministero di guida; diversamente un uomo sposato con figli in età almeno scolare è preferito, e si è indulgenti con lui se non è proprio così irreprensibile, dotato di buonsenso e capace d’insegnare.

     Certi conduttori di chiesa col passare degli anni diventano più radicali in certe cose (p.es. abitudini, tradizioni, usi e costumi denominazionali), più intransigenti e conservatori verso altre cose (p.es. cambiamenti di strutturazione, di conduzione, di gestione, di rinnovamento) e insensibili verso i veri bisogni delle loro chiese. Devo pensare a tante situazioni in cui la seguente saggia costatazione di Salomone si può applicare a vari «anziani a vita», i quali col tempo non diventano proprio migliori come il vino: «Meglio un giovane povero ma savio che un re vecchio ma stolto, che non è più in grado di farsi dare degli avvertimenti» (Ec 4,13).

     Girando fra le chiese, mi rendo conto che — facendo le dovute eccezioni — molti dei conduttori non passerebbero un esame d’idoneità, se si applicasse a loro letteralmente tutti gli aspetti di 1 Tm 3 e Tt 1. A volte giovani irreprensibili e capaci sono tenuti fuori dalla conduzione dai conduttori di una certa età per paura di cambiamenti, che essi stessi debbano cambiare, di non essere poi più al passo con i tempi. Si preferisce perciò di trovare appoggi nella Bibbia che rendano più difficile (se non impossibile) l’entrata di persone più giovani nel consiglio di chiesa o addirittura un cambio generazionale. In effetti certi conduttori restano tali a vita, di là dal fatto se servono all’opera o la rallentano, ed essi lasciano tale funzione spesso solo congedandosi dalla vita. Nelle chiese, dove sono stato coinvolto, abbiamo impostato le cose così che ci sia una verifica periodica dei conduttori (anziani) e dei servitori (diaconi). Ciò fa bene alle persone di guida, fa bene alla chiesa, permette a chi non è (più) idoneo di fare altro nella chiesa e rende possibile un’integrazione del consiglio di chiesa con persone giovani che, di là dal loro stato sociale, sono maturi, irreprensibili e capaci.

 

     Che cosa ne pensate? Quali sono al riguardo le vostre esperienze, idee e opinioni?

Partecipate alla discussione inviando i vostri contributi al Webmaster (E-mail)

I contributi sul tema  ▲

(I contributi rispecchiano le opinioni personali degli autori.

I contributi attivi hanno uno sfondo bianco)

 

Carlo Neri

Nicola Martella

Abele Aureli

Nicola Martella

Quinto

Sesto

Settimo

Ottavo

Nono

Decimo

Undicesimo

Dodicesimo

 

Clicca sul lemma desiderato per raggiungere la rubrica sottostante

 

 

Primo {Carlo Neri} ▲

 

Ciao Nicola, sono Carlo, ti scrivo da Modena per proporre a te ma anche ad altri fratelli, che spero vogliano intervenire, un tema che nel nostro ambiente non viene normalmente trattato, se non per ribadire l’interpretazione classica che ne viene data e sulla quale io però nutro più d’una perplessità.

     Si tratta del tema riguardante le caratteristiche che devono avere gli anziani che conducono una chiesa, in particolare per quanto riguarda l’aspetto dell’età che dovrebbe essere diciamo, adeguata, e sopratutto all’essere sposati con figli abbastanza cresciuti in modo da permettere di valutare la capacità del fratello di governare, criteri che, se presenti nel fratello candidato all’ufficio d’anziano, darebbero senz’altro una ottima garanzia alla conduzione della chiesa.

     L’interpretazione classica ci dice che entrambe queste caratteristiche sono indispensabili e la loro presenza è indispensabile, questo sopratutto in base al fatto che nel brano in cui l’apostolo Paolo indica le caratteristiche richieste per chi dovrà svolgere quest’ufficio (1 Tim 3,2) prima di farne l’elenco usa la parola «bisogna»: «Bisogna dunque che il vescovo sia irreprensibile...».

     Questo imperativo sembra sbarrare la strada a qualsiasi dubbio, anch’io infatti in passato, non dubitavo di quest’interpretazione, preciso che io stesso sono anziano e ho entrambe questa caratteristiche non è perciò un problema che tocca me personalmente ma riguardo a questa lettura ho, come dicevo prima, alcune perplessità.

     Una prima perplessità riguarda il fatto che interpretando letteralmente il brano citato, sembra di vedere una contraddizione nel comportamento dell’apostolo che l’ha scritto, siccome fra i suoi più stretti collaboratori aveva scelto fratelli giovani e non sposati come Timoteo e Tito.

     Un’altro problema riguarda il fatto che, sempre in questo brano, si legge che i diaconi debbano avere le medesime caratteristiche degli anziani (?): «Similmente» [«parimenti» o «allo stesso modo» (a secondo delle traduzioni)[ i diaconi siano...». Nel libro degli Atti però, al cap. 6 dove si parla della istituzione dei diaconi, le caratteristiche richieste dai dodici non s’accenna al fatto che debbano avere una certa età né tantomeno al fatto che debbano essere sposati con figli.

     Altro problema riguarda il termine usato per indicare i fratelli chiamati a svolgere l’ufficio d’anziani; sappiamo che la figura degli anziani nella società ebraica antica era riferita a persone letteralmente anziane d’età, anzi probabilmente nominate proprio in virtù del loro diritto d’anzianità per governare le case patriarcali, questa figura viene spesso trasportata nella realtà della chiesa, al tempo della chiesa nascente però non viene usato solo il termine «anziano» per indicare quella funzione ma anche «vescovo» o «conduttore», forse per significare che non era indispensabile il fattore dell’età?

     Ultimo appunto che faccio riguarda l’insegnamento che troviamo nel capitolo 18 d’Esodo nel quale Jetro, suocero di Mosè, sottopone a Mosè e all’Eterno il consiglio che poi verrà accettato, di mettere come capi (di migliaia, di centinaia...) degli uomini che abbiano alcune caratteristiche morali e spirituali fra le quali ancora una volta non sono presenti né quella d’avere un’età avanzata e né quelle d’essere sposati con figli.

     Oltre ai problemi d’interpretazione che ho citato prima, mi domando un’altra cosa; com’è possibile che nelle chiese del periodo apostolico, chiese che probabilmente erano spesso di dimensioni familiari, composte forse da una o due decine di membri, si potessero trovare facilmente fratelli con entrambe quelle caratteristiche, oltre alle altre citate da Paolo, non era più probabile che quell’elenco volesse essere inteso piuttosto come una forte esortazione, un obbiettivo a cui tendere il più possibile tenendo comunque presente che la necessità principale delle chiese era di dover essere in ogni caso governate da una autorità, gli anziani appunto, nei quali dovevano essere presenti sopratutto le caratteristiche morali e spirituali citate anche nei brani che ho indicato prima (At 6,3; Es 18,21)?

 

 

Secondo {Nicola Martella} 

 

Qui di seguito non risponderò a tutti i quesiti posti da Carlo Neri, ma mi dedicherò solo ad alcuni aspetti particolari. Confido che altri fratelli interverranno e daranno il loro contributo.

 

Il problema

     In alcune chiese si escludono dal diaconato e dall’anzianato fratelli non sposati, pur avendo essi i prerequisiti essenziali, con la seguente motivazione: essi devono essere assolutamente sposati e devono avere dei figli.

     Ci si può immaginare la sofferenza di uomini dedicati completamente al Signore e alla sua opera, che ricevono un tale impedimento da parte di altri fratelli a essere riconosciuti conduttori di una chiesa e a esercitare un ministero di conduzione, solo perché rientrano in queste categorie:

     ■ Sono celibi per scelta di vita o per necessità (non trovano ancora la compagna giusta; la situazione economica non permette loro di sposarsi).

     ■ Sono vedovi.

     ■ Sono singoli perché divorziati prima di convertirsi o abbandonati dalla moglie prima o dopo la conversione.

     ■ Sono sposati ma non possono aver figli per disfunzioni biologiche o fisiologiche della relativa moglie o propria.

 

L’argomentazione

     Tralasciamo i casi in cui le argomentazioni restrittive sono usate in modo strumentale per escludere alcuni fratelli perché ritenuti «scomodi» per altri aspetti. L’argomentazione si basa su una «iper-letterarizzazione» di alcuni brani chiave del NT. Eccoli qui di seguito:

     ■ «Bisogna dunque che il conduttore sia irreprensibile, marito di una sola moglie […] che governi bene la propria famiglia e tenga i figli in sottomissione e in tutta riverenza (che se uno non sa governare la propria famiglia, come potrà aver cura dell’assemblea di Dio?)» (1 Tm 3,2.4s).

     ■ «Per questa ragione t’ho lasciato in Creta: perché tu dia ordine alle cose che rimangono a fare e costituisca degli anziani per ogni città, come t’ho ordinato; quando si trovi chi sia irreprensibile, marito d’una sola moglie, avente figli fedeli, che non siano accusati di dissolutezza né insubordinati. Poiché il conduttore bisogna che sia irreprensibile…» (Tt 1,5ss).

 

Il problema nasce laddove si prescinde dal contesto culturale in cui ciò fu detto e dall’intento effettivo dell’autore. Le questioni vengono portate senza alcuna distinzione nel contesto attuale e riempite con un altro significato. Ecco alcuni punti che bisogna tener presente per capire i brani in questione.

     ■ Paolo non raccomandò che il conduttore fosse «marito di una moglie», ossia sposato. Egli intendeva che, se fosse sposato, lo fosse di una sola moglie. Infatti, a quel tempo vigeva la poligamia. Chi ne aveva le facoltà, si poteva sposare più di una moglie. Le donne fatte bottino di guerra, erano vendute al mercato e chi le comprava ne faceva o schiave o concubine. Diverse di queste persone poligame si convertivano con la loro intera famiglia al Signore. La limitazione non era intesa in senso morale (essendo tali donne sposate secondo la legge), ma pratico: le donne erano continuamente incinte e (se il loro apparato riproduttivo non si ammalava) mettevano al mondo almeno una decina di figli. Ciò raddoppiava con una seconda moglie o concubina, e così via. Tali persone erano già impegnate abbastanza a sfamare, crescere ed educare la loro «tribù» per poter avere tempo per curare altri credenti.

     ■ Paolo raccomandò che un uomo fosse un buon capofamiglia e padre, capace di dirigere la propria famiglia. Questa regola valeva certamente nel caso in cui un uomo avesse figli. I figli sono un dono del Signore, ma la sterilità poteva impedire ciò o come disse Sara: «L’Eterno m’ha fatta sterile» (Gn 16,2; ella indusse perciò suo marito a diventare poligamo; cfr. 1 Sm 1,5s). Nell’antichità la poligamia era dovuta proprio al fatto che una donna poteva essere o diventare sterile, mettendo così a rischio la sopravvivenza di una famiglia (non c’era la previdenza sociale).

     Sarebbe stato ingiusto punire doppiamente un fratello sterile o con una moglie sterile.

     ■ A ciò si aggiunga che guerre, epidemie, disgrazie, persecuzioni e quant’altro potevano mettere fine a un matrimonio (vedovanza) o a una famiglia (cfr. Gb 1,18s; cfr. 1 Sm 4,17ss; 31,7s; Gr 14,16; Mt 2,16ss). Si vuole punire anche qui doppiamente una persona?

     ■ I due brani sono da intendere quindi così: «Se il conduttore è sposato, non dev’essere poligamo; se è sposato e ha figli, deve governare bene per prima cosa la propria famiglia». Non si trattava quindi di una discriminazione verso i celibi né verso i vedovi né verso chi non aveva (più) figli.

 

La questione del celibato

     Tralasciamo qui gli aspetti che derivano da una reazione culturale rivestita di dottrina quale contrapposizione al celibato imposto ai chierici. È singolare come si voglia escludere dalla conduzione fratelli capaci, solo perché sono singoli (celibi o vedovi). E tutto ciò viene attribuito alla parola di Paolo. Questo è singolare, visto che il missionario Paolo e diversi della sua squadra missionaria (Timoteo, Tito) erano celibi per quanto noi sappiamo. Così era pure Barnaba. In uno sfogo verso i Corinzi, Paolo disse: «Non abbiamo noi il diritto di condurre attorno con noi una moglie, sorella in fede, così come fanno anche gli altri apostoli e i fratelli del Signore e Cefa? O siamo soltanto io e Barnaba a non avere il diritto di non lavorare?» (1 Cor 6,5s). Come si vede, l’apostolo usò il plurale «noi».

     Si tenga presente che nell’allora ecclesiologia (ma ciò avviene anche oggigiorno dove un missionario fonda nuove chiese), era il missionario (= apostolo) a costituire anziani e conduttori nelle chiese fondate. Paolo aveva lasciato il suo collaboratore Tito in Creta per «perché tu dia ordine alle cose che rimangono a fare e costituisca degli anziani per ogni città» (Tt 1,5). Erano loro a eleggere degli anziani per ciascuna chiesa, indicando chi fossero degni e capaci; il testo è da tradurre così: «E quando essi [= Paolo e Barnaba] ebbero eletto loro [= ai credenti] degli anziani in ogni chiesa, pregarono con digiuno e li raccomandarono al Signore, in cui erano diventati credenti» (At 14,23). Sarebbe stato proprio strano che i missionari potevano essere celibi, ma non i conduttori che erano da loro eletti!

     A ciò si aggiunga una contraddizione fra le tesi che escludono dalla conduzione i singoli (celibi e vedovi) e le richieste fatte da Paolo in 1 Cor 7 a proposito del celibato degli uomini. Egli afferma, ad esempio: «Vorrei che tutte le persone fossero come sono io […] Ai celibi e alle vedove, però, dico che è bene per loro che se ne stiano come sto anch’io […] In ciò che ognuno fu chiamato, fratelli, in questo rimanga dinanzi a Dio […] per una persona in genere è bene di starsene così [ossia vergini] […] Chi non è ammogliato ha cura delle cose del Signore, del come potrebbe piacere al Signore […] Or questo dico per l’utile vostro proprio; non per tendervi un laccio, ma in vista di ciò che è decoroso e affinché possiate consacrarvi al Signore senza distrazione» (1 Cor 7,7s.24.26.32.35). Tutto il discorso che Paolo fece poi anche sulle nubili, poteva valere anche per i celibi. Paolo ammise che ognuno aveva al riguardo un «carisma» e concesse che fosse meglio sposarsi che bruciare (vv. 7.9). È chiaro che non poteva suggerire con grande enfasi che tutti i maschi rimanessero celibi come lui, per così dedicarsi più efficacemente all’opera del Signore (senza distrazioni coniugali e familiari) e poi pretendere che i conduttori delle chiese locali fossero sposati! È una contraddizione logica e dottrinale.

     È chiaro che bisogna leggere 1 Tm 3 e Tt 1 alla luce di 1 Cor 7. I missionari e le loro squadre erano esempi di etica e di condotta per i conduttori che essi eleggevano e riconoscevano nelle comunità. Paolo raccomandò a Timoteo, suo collaboratore nella missione: «Fuggi gli appetiti giovanili» (2 Tm 2,22); l’espressione «voglie giovanili» descriveva qui lo stato del celibe, indipendentemente dalla sua età, in cui poteva trovarsi ricorrentemente: non era probabilmente sempre facile per lui gestire senza sofferenza gli aspetti sessuali e affettivi, ma ciò era possibile. Ciò non gli impediva di insegnare, d’esortare e di riprendere nelle chiese fondate (1 Tm 4,11; 6,2; 2 Tm 4,2; cfr. Tt 2,6.9.15; cfr. 1 Cor 16,10s).

     Timoteo non doveva essere più tanto giovane al momento delle due epistole tramandateci, visto che furono composte con molta probabilità dopo la prigionia di Paolo a Roma. Non ostante ciò, gli disse: «Nessuno sprezzi la tua giovinezza; ma sii d’esempio ai credenti, nel parlare, nella condotta, nell’amore, nella fede, nella castità» (1 Tm 4,12). Il termine «giovinezza» descriveva verosimilmente il suo stato di «verginità» e quindi di celibato.

     Un celibe poteva quindi non solo essere missionario e insediare anziani nelle chiese fondate, ma poteva essere un esempio anche di castità nel celibato. Sebbene celibe, poteva esortare «l’uomo anziano… come un padre; i giovani, come fratelli; le donne anziane, come madri; le giovani, come sorelle, con ogni castità» (1 Tm 5,1s). Il celibato di un cristiano non era allora quindi un impedimento a diventare ed essere missionario. Perché dovrebbe esserlo per diventare conduttore di una chiesa locale?

 

 

Terzo {Abele Aureli} 

 

Nota della redazione: L’autore parla ricorrentemente qui di seguito di «apostoli». Come lui stesso però spiega, intende i singoli missionari fondatori di chiese locali. Oggigiorno «l’apostolo» (dal greco apostolos «mandato con un incarico» [ossia da una chiesa in missione]) corrisponde al «missionario fondatore» che è mandato da una o più chiese per fondare altrove altre chiese e opere. Ogni apostolo o missionario, dopo aver fondato una nuova chiesa locale, elegge dei «conduttori» in essa e li fa riconoscere dalla comunità, mantenendo su di essa una certa «paternità» spirituale, sia che resti in loco, sia che si trasferisca altrove per proseguire la sua opera. Ora segue il contributo di Abele Aureli.

 

Secondo ciò che leggiamo nelle Sacre Scritture e sopratutto nelle lettere apostoliche, la questione non dovrebbe porsi perché se i «ministri» come Paolo, Pietro, Giacomo, Giovanni, e altre colonne della Chiesa sono chiamati direttamente da Cristo (vedi Efesini 4), tutti gli altri che vengono scelti, oppure posti nelle chiese dai suddetti apostoli o ministri, in base ai loro requisiti (1 Tim 3), sono subalterni e sottoposti a chi li insedia in quell’ufficio.

     In Atti 20 l’apostolo Paolo manda a chiamare gli anziani che egli, oppure Timoteo o Tito, avevano stabilito come responsabili nelle varie chiese che essi avevano iniziato ed essi erano sottoposti sia a Paolo che a Timoteo e a Tito, che come vediamo sono incaricati da Paolo appunto a scegliere degli anziani per ogni chiesa. A parte la scelta dei sette diaconi, per i quali gli apostoli chiesero alla chiesa di scegliersi tra i membri di chiesa che conoscevano bene e li rispettavano, per la scelta degli anziani, le chiese non avevano nulla da dire su chi li avrebbero dovuti pasturare. Questa scelta era una prerogativa degli apostoli e ministri.

     Paolo raccomanda a Timoteo di non ricevere accuse contro un «anziano», se non sulla deposizione di due o tre testimoni. Questo per due motivi ben precisi:

     ■ 1) perché sono stati scelti in base alle loro qualità e quindi chi li aveva scelti aveva fatto una scelta ponderata, sapendo che davanti a Dio il responsabile sarebbe stato sempre chi li aveva scelti.

     ■ 2) perché è sempre facile trovare in chiesa un membro che ha da ridire sul modo di fare d’un anziano, e quindi ogni anziano potrebbe avere dei potenziali avversari nella chiesa.

     Per quanto poi riguarda la questione dell’essere sposati o meno e con figli d’una certa età, non la trovo per nulla una regola biblica! Paolo a Timoteo gli dà dei requisiti, dei quali uno dice che non deve essere «novizio» in modo che non s’innalzi e non cada nel laccio del diavolo. Però non credo che il fattore «tradizione, anzianità o denominazione» debba essere un problema se l’anziano si lascia guidare dallo Spirito Santo. Si potrà rispondermi che purtroppo ci sono nelle chiese troppi anziani che si lasciano guidare dalla loro età o tradizione, ma se è per questo, sono pochissimi gli anziani che si fanno guidare dalla propria carnalità piuttosto che dallo Spirito Santo. Anzi, dirò di più: troppi anziani si sono auto-insediati facendo leva sulla propria famiglia numerosa nella chiesa; in nome della «democrazia», si sono fatti votare come anziani, senza averne i requisiti biblici.

     Secondo ciò che dice la Parola di Dio, un giovane (non novizio), che si lascia guidare dallo Spirito Santo, è più qualificato a fare il «conduttore» (pastore, anziano) che non un padre di famiglia con figli adolescenti che si lascia guidare dai propri sentimenti e carnalità.

     Oltre a ciò, non credo che Paolo fosse sposato e avesse dei figli adolescenti (a meno che non ce lo ha nascosto), ma pare che egli non fosse solo un anziano, ma era apostolo, profeta e dottore! Il quale credo che fosse un ministero leggermente superiore a quello d’un anziano, se l’anziano, come possiamo ben leggere, era da lui insediato.

     Pertanto, giovane o anziano, singolo oppure sposato che sia, l’anziano deve prima d’ogni cosa essere un «seguace di Cristo», poi uno che sia d’esempio in ogni situazione, a tutta la chiesa, e deve dimostrare d’essere anche sottomesso a chi ha iniziato la chiesa (l’apostolo), il quale lo ha messo in quell’ufficio certo che egli s’atterrà ai suoi insegnamenti, perché l’apostolo rimane comunque responsabile davanti a Dio per quella chiesa.

     Se poi quando parliamo dei requisiti in 1 Timoteo 3, crediamo che si stia parlando di «perfezione» in senso assoluto, allora né tu e né io, ma neppure Paolo e Pietro, credo che avessero questa qualità!

 

 

Quarto {Nicola Martella} 

 

Qui di seguito voglio solo aggiungere alcune note al margine, dando degli spunti di ulteriore riflessione.

     ■ Che l'ecclesiologia delle diverse denominazioni attuali si possa differenziare da quella del primo secolo, salta all'occhio di ogni studioso. Ad esempio, la stragrande maggioranza delle chiese locali erano «chiese in casa» (cfr. Rm 16).

     ■ Quanto alla conduzione, c'erano delle differenze anche legate alla cultura d'appartenenza: le chiese giudaiche erano più collegiali nella conduzione (almeno in Palestina), ricalcando la struttura della sinagoga; le chiese ellenistiche erano più monarchiche, ossia erano guidate più da una singola persona, rispecchiando così più la mentalità greca. Il termine «anziano» (gr. presbyteroi) era più usato come retaggio del giudaismo e come termine tecnico fu introdotto dai missionari giudei, mentre «conduttore» (gr. episkopos «sorvegliante») rispecchiava più la percezione greca; è chiaro che i due termini si corrispondevano. Termini oggi ricorrenti per designare i conduttori di chiesa come «pastore», «reverendo» e «parroco» (questi ultimi due sono usati specialmente all'estero), non ricorrono mai nella Bibbia in senso tecnico; «pastore» nel NT non è un «titolo» (o ufficio) ma un «ministero» o una «funzione» del conduttore (oltre che del missionario e del «curatore d'anime»).

 

Per l’approfondimento delle questioni qui poste cfr. Nicola Martella (a cura di), «La conduzione quale chiave dell’unità», Uniti nella verità, come affrontare le diversità (Punto°A°Croce, Roma 2001), pp. 30-36. Cfr. qui anche l'articolo «Caratteristiche di una conduzione funzionale», pp. 37-44.

 

     ■ Sebbene venga sempre ripetuto, è interessante notare che in At 6 non si parla di «diaconi». È vero che ricorre il termine «servire», ma esso è troppo generico e altrove nel NT viene applicato a tutti (apostoli, collaboratori degli apostoli e conduttori). È probabile che questi «sette uomini» siano gli stessi che in At 15 sono chiamati anziani. Si noti che Stefano era un uomo che conosceva la Parola e sapeva proclamarla e difendere pubblicamente la verità (At 7). Filippo era un «evangelista» (At 6,5; 21,8), un conoscitore della Parola, un uomo capace di portarla fuori dei confini della Giudea e di convincere con essa i Samaritani predicando Cristo (At 8,5ss; e contrastando Simone il mago). Egli fu in grado anche di parlare a una persona altolocata e istruita di convincerla riguardo alla verità (At 8,26ss). Successivamente si trasferì a Cesarea (At 21,8), certamente non per fare semplicemente il «diacono», termine con cui s'intende oggi perlopiù chi si occupa di cose piuttosto di natura pratica. È probabile che anche i «servitori» (gr. diakonoi) di 1 Tm 3 non erano semplicemente dei «diaconi» nel senso corrente del termine, ma gli stretti collaboratori del conduttore in questioni spirituali e gestionali, con cui formavano la «squadra d'azione». La stessa relazione c'era in una «squadra missionaria», ad esempio tra Paolo e i suoi collaboratori (Timoteo, Tito, Luca, ecc.).

 

 

Quinto {}

 

 

Sesto {}

 

 

Settimo {}

 

 

Ottavo {}

 

 

Nono {}

 

 

Decimo {}

 

 

Undicesimo {}

 

 

Dodicesimo {}

20-02-07; Aggiornamento: 25-04-07

 

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