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Un lettore ex-carismaticista ha cercato di trascinandomi in una disquisizione dottrinale che non è per
i miei gusti, essendo che trae argomenti da una sovrastruttura ideologico-dottrinale qual è il calvinismo. Come si sa, tutte le sovrastrutture
dogmatiche, avendo una genesi filosofica, sono poco congeniali a chi preferisce
un minuzioso studio esegetico. Di ciò abbiamo già dibattuto altrove. [►
Sovrastrutture dottrinali e teologia riformata]
Il lettore aveva già fatto riferimento ad Atti
13,48. Ora mi ha scritto: «Peccato che non hai affrontato il passo di Atti 13,48. Uno
dei passi per eccellenza. Comunque questi credenti misero la loro fiducia nella
parola perché erano preordinati!». Come si vede, il mio ex-carismaticista
(quindi anche ex-arminiano!) fa ora affermazioni del tutto calviniste, secondo
la malsana dottrina della doppia predestinazione! È la solita reazione di chi
esce da una sovrastruttura ideologico-dottrinale: per reazione e
contrappasso, rischia di cadere in una di segno contrario?!
Il brano in questione recita come segue: «E i
Gentili, udendo queste cose, si rallegravano e glorificavano la parola di Dio; e
crederono quanti erano determinati riguardo alla vita eterna».
Si può capire legittimamente questo testo nel suo
contesto letterario, senza che si proietti in esso la dottrina della doppia
predestinazione, un insegnamento che trae la sua genesi da una ideologia
filosofica?
Che cosa ne pensate? Quali sono al
riguardo le vostre esperienze, idee e opinioni?
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Primo
{Nicola Martella}
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Già
preoccupa il fatto che il lettore sopraccitato ha usato una versione in cui è
scritto: «...erano preordinati alla vita eterna, credettero». Essa è
viziata dalla Vulgata.
Preoccupa anche che chi parte da un assunto
ideologico-dottrinale tragga da un brano descrittivo (quindi non dottrinale) e
per di più cosi breve e indistinto, una così rilevante dottrina. Cercherò di
mostrare che si possa intendere il brano anche diversamente.
A ciò si aggiunga che appena prima di questo verso, Paolo e Barnaba dissero
francamente ai Giudei: «Era necessario che a voi per i primi si annunziasse
la parola di Dio. Ma poiché la respingete e non vi giudicate degni della vita
eterna, ecco, noi ci volgiamo ai Gentili» (v. 46). E un verso dopo si legge:
«E la parola del Signore si spandeva per tutto il paese» (v. 49). Viene
creata una grande contraddizione testuale, se si intende il v. 48 alla
calvinista nel senso della doppia predestinazione.
Si noti, che Paolo e Barnaba non dissero ai Giudei: «Visto che voi non
siete (pre-) ordinati, ci rivolgiamo a quanti fra i Gentili lo sono». Essi
misero l’enfasi sulla responsabilità oggettiva dei Giudei: «…la respingete e
non vi giudicate degni della vita eterna». Si noti poi che di una parola
rivolta a pochi iniziati, difficilmente si poteva dire che «si spandeva per
tutto il paese».
Andiamo all’espressione verbale indiziata hēsan tetagménoi eis in: «crederono
quanti erano determinati riguardo alla
vita eterna». Tetagménoi
è participio perfetto, sia passivo che medio, del
verbo tássō. Si noti che questo
verbo non ha qui la particella pre- e tradurre preordinare è fuori
luogo. Lo spettro di questo verbo è troppo vasto per essere ridotto all’idea
della predestinazione calvinista. Infatti tássō
significa, tra altre cose: «ordino, schiero, dispongo» (p.es. in senso
militare), «metto, colloco, pongo, dispongo, stabilisco» (p.es. luogo, posto,
ufficio), «designo, stabilisco, assegno, costituisco, incarico, determino, metto
a capo, ordino, annovero», eccetera. Tássō
significava pure «convengo in / su qualcosa, tratto, me la intendo». E così via.
I calvinisti partono subito dall’assunto
ideologico che sia Dio qui a ordinare, disporre o determinare. L’altra
possibilità è che a fare questo siano stati i Gentili stessi: essi erano
disposti o determinati. Nel brano sono essi la parte attiva, mentre Dio non è
menzionato come agente. Si può tradurre ad esempio: «e crederono quanti erano
convenuti sulla vita eterna», «erano disposti (o predisposti) riguardo
alla [= eis] vita eterna», o «erano determinati (o decisi) riguardo alla
vita eterna». In tali casi, ciò rispecchierebbe semplicemente la parabola
del seminatore: quanti erano una buona terra, accolsero il seme della parola (Mc
4,20) e lo fecero germogliare a vita eterna. Ciò si accorderebbe con la
disponibilità dei Gentili (azione contraria al rifiuto dei Giudei; v. 46)
e con l’espansione della Parola (v. 49).
Come si vede, da un brano descrittivo è meglio non trarre arcani nel senso
di una qualunque sovrastruttura ideologico-dottrinale. Proiettando qualcosa nel
testo, poi si pretenderà di ritrovalo. Ma ciò è eisegesi (proiezione) non
esegesi (spiegazione).
Secondo
{Rosa Fidelis, ps.}
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Nota redazionale: Questo contributo è arrivato
dopo che avevo preparato già da giorni quello precedente. Quindi
l'autrice non lo conosceva ancora. |
Sono d’accordo su come Nicola Martella ha interpretato Efesini 2,8 e 1 Pietro
1,1. [►
Sovrastrutture dottrinali e teologia riformata]
Perciò mi soffermo subito su Atti 13,48. Benché Gaetano non lo abbia detto
esplicitamente, penso che la questione cui egli si riferisce riguardi
l’interpretazione del verbo greco tetagménoi, che nella traduzione da lui
riportata è reso con «preordinati», e inteso dai calvinisti nel senso di
«predestinati», cioè nel senso che Dio aveva deciso dall’eternità di far
conseguire a queste persone la vita eterna, per cui necessariamente avrebbero
creduto all’Evangelo.
In realtà il verbo greco tássō (di
cui tetagménoi è in questo caso participio medio, cioè con valore
riflessivo) significa «disporre», cioè sistemare convenientemente, secondo un
determinato criterio. Se io, per esempio, preparo la tavola, non metto i piatti
e le posate a caso, ma secondo un ordine preciso. Questo verbo, però, è qui
usato non in riferimento a un ordine materiale, come quello della tavola, ma a
un ordine spirituale, quello che consiste nelle buone disposizioni interiori.
Uno, infatti, non può accogliere Gesù se non c’è in lui disposizione per la
verità, cioè verso ciò che è moralmente vero, perché consonante con la norma
divina del bene.
Chi cerca la verità, cerca Gesù, anche se non lo sappia, perché Gesù è la
verità, come dice egli stesso in Giovanni 14,16: «Io sono la via, la verità,
la vita». Gesù, quindi, non è solo la verità: è anche la vita, e con questo
Giovanni intende la vita eterna.
Ecco dunque che chi è «disposto» (tetagménos) per la verità è
disposto anche per la vita eterna.
Per meglio chiarire che il verbo tetagménos non implica nessuna idea
di predestinazione eterna, faccio notare che esso si trova anche in Atti 20,13,
dove è utilizzato per esprimere un concetto assai più banale: Paolo, volendo
recarsi da Troade a Gerusalemme, invece d’imbarcarsi fin dall’inizio con i
compagni, chiese loro di prenderlo a bordo successivamente, ad Asso, essendo
dia-tetagménos «internamente disposto, avendo l’intenzione» di fare la prima
parte del viaggio a piedi.
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Quarto
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04-08-07; Aggiornamento:
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