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L’articolo «Il verme dell’accademismo»
intendeva far discutere gli addetti ai lavori degli
«istituti biblici» sugli obiettivi di questi ultimi,
coinvolgendo anche altri credenti come ex studenti di
«istituti biblici» e persone inserite nel mondo
dell'istruzione. I risultati apparivano scarsi; specialmente
gli
«addetti ai lavori» si sono mostrati reticenti a parlare di
ciò che li tocca in prima persona. Alcuni hanno preso
timidamente la parola, chiedendo di rimanere perlopiù
anonimi e i loro contributi sono stati riportati nel
seguente tema di discussione:
►
Parlando del verme dell’accademismo.
Ciò ha incoraggiato altri a prendere coraggio e a
intervenire.
Paolo Jugovac ha esteso addirittura la
problematica dell'accademismo al panorama ecclesiale
generale («Il verme dell’accademismo
nelle chiese»). Qui di seguito presento uno scritto di
Tonino Mele, ex studente dell'Ibei, riguardo al tema degli
«istituti biblici» e dell'accademismo. Ad esso seguono
alcune mie riflessioni su di esso, visto che sono stato
chiamato in causa. Il tutto appare qui extra solo per la
lunghezza dei contributi.
Che cosa ne pensate? Quali sono al
riguardo le vostre esperienze, idee e opinioni?
Partecipate alla discussione inviando
i vostri contributi al Webmaster
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I
contributi sul tema
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(I contributi rispecchiano le opinioni
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Primo
{Tonino Mele} ▲
NON TUTTO CIÒ CHE È ACCADEMICO È ACCADEMISMO
Riflessioni intorno al sapere
1. CONSIDERAZIONI PRELIMINARI: Caro Nicola,
come da te chiestomi, interagisco col tuo j’accuse
sull’accademismo. Ho aspettato a dire la mia, perché ritengo
che ci sia gente più «titolata» di me per parlare su
quest’argomento e, spero che prima o poi lo facciano, in
maniera altrettanto pubblica, se non altro, per dare a tutti
noi un quadro più obiettivo della questione. In fondo, senza
per questo banalizzare o screditare la tua esperienza
d’accademico e di docente, credo che essa vada comunque
bilanciata da come vede le cose, la «direzione» d’una scuola
o istituto biblico. Indubbiamente, la prospettiva è diversa
e foriera di tensioni, ma non credo insormontabili,
soprattutto in un ambito cristiano… Se lo scopo precipuo di
tutte «le parti» è la ricerca della volontà di Dio, credo
che tali «fratture» possano essere ricomposte.
Certamente, devo ammettere che io
parlo da ex studente, che all’Ibei è stato solo di
passaggio, anche se continuo a portarla nel cuore, mentre
tu, ci sei stato, mi pare, più d’un terzo della tua vita in
qualità di docente e questo ti da sicuramente molti più
«titoli per parlare», ma permettimi di dire che si tratta
comunque d’una titolarità «soggettiva», legata a come tu hai
vissuto il problema, alle tue ragioni, che, a torto o a
ragione, restano le «tue» ragioni. In seconda battuta
abbiamo appreso, che ci sono altri docenti che la pensano
come te e questo rende sicuramente meno soggettiva la tua
riflessione, ma resta sempre una riflessione «di parte»,
proveniente dal corpo docente, a cui bisogna affiancare le
riflessioni del «corpo dirigente», e spero lo facciano
presto.
In merito all’accademismo io
sottoscrivo quanto affermato da Pietro Micca (ps.):
«Bisogna continuare a essere biblici oltre che credibili da
un punto di vista accademico». Ben venga la tua critica
contro l’accademismo «chiuso e fine a se stesso», però
talvolta ho l’impressione che metti troppe cose nello stesso
calderone, rischiando di demonizzare ciò che invece può
avere una valenza positiva. Anche se la tua esposizione è,
come al solito granitica e stringente, non tutto è così
logico e conseguente. Mi riferisco ad accostamenti del tipo:
«Altra cosa è il culto d’un
accademismo erudito, chiuso e fine a se stesso»; «L’accademismo
pensa che la meta desiderabile sia quella d’alzare
maggiormente il livello d’insegnamento. In tal modo diventa
un’attività elitaria»; «I suoi «termini tecnici» diventano
il cifrario di un’elite d’iniziati»; «quando iniziai
a insegnare era una “scuola biblica”, quando smisi,
ventilava d’essere “facoltà teologica”»; «il sistema dei
crediti mi sembra la raccolta punti delle merendine, si
promuove la mediocrità, la mancanza di spirito, di fantasia,
d’indipendenza intellettuale». Fammi capire: l’erudizione è
un male? È così deleterio alzare il livello d’insegnamento?
È talmente tragico che una scuola biblica miri a diventare
una facoltà teologica? Il sistema dei crediti promuove
necessariamente la mediocrità?
Qui di seguito tenterò brevemente
di rivedere alcune questioni da un’angolatura diversa,
soprattutto per dimostrare che non tutto quello che è
accademico e accademismo. Del resto, tu hai fatto bene a
parlare del «verme dell’accademismo», ossia d’un corpo
estraneo che cerca d’attaccare la pianta del sapere e della
sua presentazione, anche se il gran numero di temi,
rischiano, a mio modesto avviso di confondere un po’ le idee
e di creare una clima di linciaggio non solo del verme, ma
della pianta stessa, dell’accademismo e dell’accademico
stesso.
2.
LIVELLAMENTO DEL SAPERE: Con la tua
competenza e professionalità accademica, hai saputo
circoscrivere il discorso e non andare oltre, ma c’è chi,
per questa via, dilaga nel terreno accidentato dei luoghi
comuni, dove la semplicità (leggi ignoranza) è più
auspicabile della conoscenza, «la conoscenza gonfia», la
conoscenza equivale necessariamente a orgoglio o fragilità
caratteriale ed emozionale e così via. Personalmente, avrei
voluto frequentare un istituto biblico non solo fedele alla
Scrittura, ma con un livello accademico più alto. Mi son
preso quello che ho ricevuto e mi sono accontentato. Sono
tornato nella mia comunità dove sono pienamente e
felicemente inserito, svolgo un lavoro secolare estremamente
manuale, tratto con persone d’ogni tipo e non ho smesso di
coltivare i miei studi e le mie conoscenze.
Alzare il livello degli studi non è
un male, come non è di per se un male essere ricchi… tutto
dipende da cosa ne facciamo di tali cose. Alzare il livello
degli studi non nasce solo dal desiderio d’accreditarsi nel
panorama accademico, ma può essere legittimato, ad esempio,
anche dal bisogno di sfornare insegnanti d’un certo livello,
pur restando fortemente ancorati alla Scrittura. O vogliamo
che siano ancora le scuole liberali a influenzare certi
ambienti? Ma senza andare molto lontano: chi prenderà il
posto dell’attuale corpo docente dell’Ibei? Professorucci
che a suo tempo sono stati studentucci a cui si è voluto
risparmiare lo studio duro per livellarli su gradi
accademici di ripiego? Si vuole continuare a importare
docenti da realtà accademiche straniere, non solo per
lingua, ma anche per cultura, o si vuole dare a studenti
italiani seri e avvezzi allo studio non livellato, la
possibilità, tutta italiana, di costruirsi un bagaglio
accademico di tutto rispetto? Perché è così tragico che un
istituto biblico diventi una facoltà teologica? In fondo,
molte delle risorse che circolano presso gli istituti
biblici, docenti compresi, non provengono da facoltà
teologiche?
3. INCENTIVAZIONE E
VALUTAZIONE DEL SAPERE:
In merito alla critica sul sistema dei crediti, mi pare che
si sottovaluti la sua valenza positiva. Si dimentica
infatti, che esso è un importante stimolo che serve a
incentivare non la mediocrità ma l’eccellenza, ed è anche un
buon correttivo contro il soggettivismo, il clientelismo e
il nepotismo nella scuola. Fabio Mussi, ministro
dell’Università e della Ricerca, ha affermato: «A parte i
casi d’aperta corruzione, per i quali c’è la magistratura
che m’auguro usi la mano pesante, nella formazione, nella
scienza e nella ricerca il corporativismo lobbistico è una
malattia e il nepotismo è un delitto. Sono stati provati
tutti i metodi concorsuali immaginabili senza ridurre
significativamente quella dose d’arbitrio e di manipolazione
che persiste. C’è una sola via: fortissimi meccanismi di
valutazione dei risultati che premino il merito, e
affidare alla valutazione una quota negli anni crescente del
budget complessivo dei finanziamenti (La
Repubblica, 5 Settembre 2006).
La scuola
ha bisogno di sistemi d’incentivazione e di valutazione il
più possibile oggettivi, ove il rischio di manipolazione e
d’arbitrio sia ridotto al minimo e immagino che questo
discorso non valga solo per il sistema dei crediti, ma anche
per il ricorso al «piano di studi» e a programmi ben
definiti. Tra i «mali della cultura scolastica», non esiste
solo il verme dell’accademismo, con la sua ossessione del
«grado accademico», lo scolasticismo ecc., ma anche quello
del clientelismo e del nepotismo, ove si rischia di premiare
il più «simpatico» e il più «affabile» a scapito di chi
invece si butta a capofitto negli studi con impegno e
sacrificio e non ha tempo per lesinare le simpatie
«extra-curriculari» dei professori. Fai bene a incoraggiare
un rapporto più umano tra docenti e studenti, ove
l’insegnante diventa anche un maestro di vita, tuttavia,
bisogna tener presente, che i pericoli non sono insiti solo
nella chiusura d’un accademismo vuoto, ma anche nell’apertura
d’un rapporto di tipo preferenziale, clientelare e
nepotista. Da questo versante, una logica granitica e
stringente ci porta a immaginare un soggettivismo senza
freni, un individualismo esasperato e un’indipendenza che
rasenta più l’anarchia che una vera libertà e fecondità di
spirito.
4.
ASTRAZIONE DEL SAPERE: L’equilibrio tra
teoria e prassi è indubbiamente auspicabile, tuttavia, sul
modo di raggiungerlo c’è molto da dire. Anche qui s’annida
qualche luogo comune, tipo: astrazione = irrealismo e
sterilismo pratico. Si dice che Eintein quando scoprì la sua
famosa formula E=mc2, pensava che tutto il suo
valore fosse nella sua linearità espressiva, senza alcuna
valenza pratica. Oggi noi sappiamo quanto si sbagliava e
come quella formula abbia trovato applicazioni in molteplici
campi. Chi stabilisce il grado d’astrazione del sapere?
Quante ricerche sono state abbandonate perché giudicate
troppo astratte, per poi esser riprese da altri, con un
senso pratico migliore o con qualche conoscenza in più che
schiudeva la porta a tutte le sue possibili applicazioni.
Quanti eroi, chiusi in laboratori asettici, alle prese tutta
la vita con ricerche «prive di risultati», che poi, spesso
dopo la loro morte, hanno gettato le basi di scoperte
rivoluzionarie, gravide di risultati pratici. Chi può dire
che la loro era una vita buttata al vento dell’astrazione e
dell’irrealismo? Quanti accademici inascoltati, incompresi,
accademicamente soli, non per loro volontà, ma perché
incapaci di parlare un linguaggio meno tecnico e meno
cifrato. Ma siamo tutti dei Piero Angela? Viviamo in un
mondo che vuole tutto e subito e mal sopporta le lungaggini,
i giri tortuosi, i deserti e i miraggi che spesso bisogna
rincorrere per arrivare al sapere. E quest’impazienza è
motivata spesso dall’avidità di concretizzare economicamente
il sapere. Stiamo attenti a fissare troppo facilmente linee
di demarcazione tra l’astratto e il concreto, la teoria e la
pratica. Forse, non sta a noi fissare queste linee, ma al
sapere stesso. Talvolta s’esce barcollanti dalla lettura di
studi esegetici e filologici d’un certo livello e la
tentazione di considerarli astrusità teologiche è forte,
perché non se ne vede un’immediata finalità pratica. Eppure,
proprio la Bibbia che leggiamo tutti i giorni è il
«risultato» di ricerche di questo tipo!
5. SVECCHIAMENTO DEL SAPERE:
Svecchiare il sapere teologico e non, dalle sue
incrostazioni ideologiche è altresì importante, ma anche qui
bisogna stare attenti a una rottura drastica e totale col
passato. In fondo, la teologia nasce da una retrospettiva di
come Dio ha parlato e agito nella storia. E non è vero che
il passato equivale necessariamente a vecchio e sterile.
Al riguardo, è risaputo che il
Rinascimento, con tutto il suo rifiorire nel campo delle
arti, delle lettere, delle scienze ecc. ha tratto origine
dalla riscoperta dei testi greci e latini. Nel sito
Wikipedia, alla voce Rinascimento Italiano, si legge:
«il Rinascimento iniziò con la riscoperta di
testi greci e latini conservati nell’Impero Bizantino e nei
principali monasteri europei, testi che, una volta scoperti,
incoraggiarono tutta una serie di nuovi studi e invenzioni
nel secolo successivo». Anche la Riforma si è avvantaggiata
di questo clima di riscoperta del passato, perché ha portato
a una riedizione dei testi originali del Nuovo Testamento.
Non sempre il passato è la tomba del sapere e della libera
iniziativa, o un territorio di fuga dal presente con le sue
incombenze e responsabilità, anzi, può essere il trampolino
di lancio verso nuovi orizzonti. Rileggere il passato è
spesso molto stimolante proprio per fecondare un presente
misero di stimoli e di valori.
Per contro si può citare l’esperienza non proprio
positiva del Futurismo del primo ‘900, che, pur
avendo contribuito allo svecchiamento delle arti e della
letteratura, in forte opposizione all’accademismo imperante,
ha poi finito per diventare palestra d’una gretta ideologia
(il nazionalismo), d’un violento e tirannico potere politico
(il fascismo) e d’un certo potere economico (il capitalismo
automobilistico). Pur avendo dato un valido contributo al
rinnovamento delle arti e della letteratura, esso ha
commesso l’errore di rompere totalmente e troppo
drasticamente col passato, fino a inneggiare alla
guerra, alla violenza (non solo verbale) per ribaltare lo
status quo. E qui, i fascisti hanno trovato la strada
spianata. Indubbiamente, questo è un caso limite ben lontano
dalla nostra realtà, ma utile per illustrare che c’è modo e
modo per svecchiare il sapere.
6. CONCLUSIONI:
In definitiva, è giusto dire NO all’accademismo, e tu lo hai
fatto efficacemente, ma diciamo un altrettanto chiaro NO al
luogo comune che tutto quello che è accademico è
accademismo, altrimenti, non si metteranno al bando solo le
facoltà teologiche, ma anche gli istituti biblici in genere
e la «caccia all’accademico» ci perseguiterà fin dentro le
nostre chiese locali. Le scuole bibliche continuino a
offrire un insegnamento vicino alla realtà degli studenti,
delle missioni e delle chiese locali, perché questo è uno
degli aspetti della loro missione, ma puntino pure a un
insegnamento più alto, più vicino alla ricerca e alla
«costruzione» del sapere, perché solo da ciò, possono venire
i criteri d’una corretta presentazione e
«volgarizzazione» (nel senso positivo) del sapere nel tempo.
Siano «fucine» del sapere teologico nel presente; non
fuggano nel passato, ma neppure fuggano da
esso. Qualsiasi livello del sapere caratterizzi il loro
servizio, ricordino sempre che è una grazia di Dio che va
vissuta appunto come un servizio e non come un accademismo
egoista ed elitario.
Secondo
{Nicola Martella} ▲
La problematica dell’accademismo in
connessione con gli «istituti biblici»
Sono grato a Tonino Mele per
essersi confrontato con serietà con questo tema e per aver
dato il suo contributo. Mi dispiace soltanto che la
questione si sia ridotta all’Ibei, mentre il mio scopo era
quello di avviare una discussione più generale sugli
«istituti biblici» in Italia che prescindesse dalla
situazione particolare. Ciò è quello che ho scritto ad
alcuni cristiani che mi hanno interpellato al riguardo. Il
problema in Italia è che c’è scarsa prontezza al dialogo fra
gli addetti ai lavori. Ho mandato un avviso di
lettura a vari dirigenti e responsabili di «istituti
biblici», menzionati nell’articolo, ma i risultati sono
stati scarsi. Temo che uno dei punti sia il fatto che
avrebbero dovuto spiegare che i titoli accademici promessi
sono spesso solo ipotizzati per il futuro (e in collegamento
con istituti esteri) e, in ogni modo, non riconosciuti
attualmente dallo Stato italiano.
Quindi sono dispiaciuto (e un po’
contrariato) che tutta la questione si sia ora concentrata
sull’Ibei. D’altra parte ciò è comprensibile, poiché
le persone che hanno preso la parola (anonimi e titolari)
sono stati tutti legati o lo sono a vario titolo a questo
specifico «istituto biblico». Detto questo, non voglio
mancare di rispondere a Tonino Mele, vista la briga che s’è
data.
È chiaro che il mio augurio è
quello che tutte le parti in causa (insegnanti, dirigenti e
studenti) di un «istituto biblico» possano sinceramente,
rispettosamente e razionalmente dialogare su questo
tema. Ma questo può solo accadere se queste parti lo
vogliono. Fra gli ex studenti alcuni hanno preso la
parola, cosa che apprezzo. Fra insegnanti (attuali ed ex) e
dirigenti la cosa è stata scarsa, e coloro che hanno scritto
hanno chiesto l’anonimato, ripromettendosi che in futuro
avrebbero scritto qualcosa (spesso ciò equivale a un
disimpegno).
Quanto ai termini «accademico» e
«accademismo» non volevo certamente dare l’impressione che
significhino la stessa cosa. Io credo personalmente al
grande valore degli «istituti biblici» nell’opera di
Dio (oltre alla chiesa locale, alla missione e ad altre
opere paraecclesiali) e credo che bisogna avere docenti
competenti in tutti i settori dell’insegnamento.
La questione riguarda la vocazione
principale degli «istituti biblici», ossia se corrispondono
ai bisogni reali presenti nella nostra nazione e nelle
chiese, o se coltivano (oltre se stessi per avere un «posto
al sole» fra gli altri «istituti biblici») uno scolasticismo
fine a se stesso. L’erudizione non è un male, ma gli
«istituti biblici» hanno primariamente una missione
concreta da compiere, che deve corrispondere ai bisogni
reali. Alzare il livello d’insegnamento non è di per
sé sbagliato, ma allora bisogna allungare gli anni
scolastici. Il rischio è come è, come un ex studente ha
lamentato, che gli studenti perseguano per tutti gli anni di
studio solo obiettivi accademici, restando incapaci di
comunicare addirittura fra di loro e di crescere in tale
comunione spirituale e di azioni concrete comuni.
Neppure le «facoltà teologiche» sono di per sé
negative, ma ciò presenta alcune problematiche, ad esempio
le seguenti.
■ 1) Gli «istituti biblici»
dovrebbero rendere le persone, che ricevono ogni anno come
studenti (spesso sono pochi), idonei a servire nel modo
migliore possibile riguardo a ciò che sono e faranno oppure
li inquadrano in specializzazioni e programmi che dopo lo
studio non gli serviranno a molto?
■ 2) I titoli che promettono
tali «facoltà», sono veramente riconosciuti in Italia? In
parecchi casi abbiamo seri dubbi. Gli «istituti biblici»
devono promettere solo ciò che possono realmente mantenere
attualmente. Avere prospettive è cosa buona, ma il realismo
è salutare; si fa sempre bene a dire come le cose stanno
veramente.
■ 3) Devo pensare ad alcuni fratelli che attualmente
sono molto impegnati praticamente nell’opera, i quali sono
passati per un «istituto biblico». Essi
hanno un dinamismo incredibile, ma una scarsa attitudine
allo studio di lingue e materie teoriche. Un «istituto
biblico», o comunque lo si voglia chiamare, deve preparare
una tale persona secondo la sua indole e secondo il
ministero che vuole svolgere. Lo scolasticismo in certi casi
può reprimere la loro vocazione reale e creare (almeno sul
momento) falsi obiettivi. Detto con un po’ di umorismo,
penso che la cosa migliore che alcuni di questi servitori
del Signore abbiano trovato in un tale «istituto biblico»
sia stata la compagna di vita e di servizio.
■ 4) Che ci sia bisogno anche di intellettuali che
perseguano un «mandato culturale» in Italia (anche questa è
missione!), è vero. Abbiamo certamente bisogno di persone
preparate e competenti in molti settori (i «tuttologi»
improvvisati fanno molto danno per la loro limitatezza e
spesso per affermazioni categoriche in cose che non
comprendono fino in fondo); al riguardo gli
«istituti biblici» hanno un loro ruolo,
comunque si chiamino e qualunque sia il loro livello
d’istruzione. La questione dell’accademismo però è quello di
creare falsi obiettivi, facendo dimenticare la chiamata
specifica degli «istituti biblici» in corrispondenza alla
situazione concreta e alle persone reali che hanno come
studenti.
■ 5) Studenti che «scoppiano» all’interno di un
«istituto biblico» per adempiere ai
doveri scolastici, mettendo in secondo piano la cura della
propria anima, la crescita morale, la cura dei rapporti
interpersonali, la comunione col Signore e con i credenti e
così via — sono una misera testimonianza per lo stesso
«istituto biblico». A ciò si aggiunga che gli studenti
arrivano — non solo con molte domande concrete su se stessi,
su Dio, sul mondo, sulla ricerca della volontà di Dio, sui
propri doni e sul proprio ministero futuro — ma anche con
molti problemi che sperano di risolvere. Lo scolasticismo
fine a se stesso è la risposta meno adeguata a dare tali
risposte. Di studenti andati in profonda crisi spirituale ed
esistenziale, ne ho visti parecchi.
Ha detto bene Tonino Mele che il «verme
dell’accademismo» è un corpo estraneo, riprendendo
l’immagine che avevo presentata. Infatti non bisogna
«gettare via il bambino con tutta l’acqua sporca». Io, come
detto, credo nel mandato specifico degli «istituti biblici»,
ho insegnato (e imparato) con passione, studiare è
entusiasmante, sono rimasto curioso e sono oltremodo
entusiasta per ogni nuova scoperta; è fuori dubbio che
tornerei volentieri a insegnare in uno o più «istituti
biblici».
Mediocrità e ignoranza sono «vermi»
peggiori
È fuori dubbio che mediocrità e
ignoranza sono «tarli» che fanno tanto danno nelle menti e
nelle vite di tante persone. La ricerca della verità è
importantissima. A ignoranti «tuttologi» bisogna preferire
persone competenti in uno o più campi specifici del sapere.
Un vero studioso è chi sa che «conosciamo in parte», come
affermò Paolo; chi scava sulla superficie di un iceberg,
sa che più scava e più è enorme ciò che sta sotto. La
saccente ignoranza e l’arrogante mediocrità, accompagnata
dalla pretesa del «tuttologo», mi ripugnano da qualunque
«pulpito» o «cattedra» partano. La questione
dell’accademismo è un’altra, come mostro qui di seguito.
Qual è la vocazione degli «istituti
biblici»?
In un vivaio c’è una grande
varietà di piante diversissime fra loro per natura, specie,
frutti, eccetera. Trattare tutte queste piante allo stesso
modo è sbagliato: hanno bisogno di un clima, di un terreno e
di una cura differente; alcune si possono innestare solo con
altre; e così via. Il gestore di tale vivaio vuole trarre il
massimo da ogni pianta in riferimento alla natura della
singola pianta, agli obiettivi che si è prefissato e
all’impiego concreto che ne farà chi l’acquisisce. Penso che
gli «istituti biblici» debbano esser come vivai, dando a
ognuno il suo in corrispondenza di ciò che ognuno è (anche
fra gli studenti ci sono indoli, «specie» e vocazioni
differenti) e del bisogno concreto che si ha. (Far studiare
ad esempio lingue bibliche a una persona con una
predisposizione pratica per avere almeno tre studenti in una
classe, non solo crea un problema a tale studente durante
gli studi, ma probabilmente anche agli altri studenti per la
mediocrità del livello e successivamente alle chiese per
l’uso limitativo ed erroneo che farà di tale infarinatura
linguistica, poiché un saccente ignorante spesso radicalizza
ciò che crede di sapere.)
Mi piace anche l’immagine dell’allenatore
(a differenza dell’addomesticatore), il quale allena ogni
giocatore secondo la sua indole e il suo potenziale
concreti, traendo da lui il massimo per eccellere nel suo
ruolo. Si potrebbe aggiungere anche l’immagine della
fucina, in cui il fabbro tratta ogni metallo secondo la
sua natura specifica, per trarne strumenti e oggetti
confacenti alla natura stessa del singolo metallo.
Questa è la mia visione di
un «istituto biblico»: un vivaio, un campo d’allenamento e
una fucina. Chi ha una predisposizione accademica o
intellettuale, lo si aiuti a eccellere in ciò; lo stesso
vale per chi ha una predisposizione di tipo più pratico: si
tragga il massimo da lui. La cosa peggiore che possa fare un
medico, è curare una malattia con le medicine sbagliate. I
bonsai possono apparire affascinanti, ma sono
naturalmente e praticamente dei menomati. Studenti che
escono da un «istituto biblico» come «limitati
nell’efficienza» o addirittura come dei malformati
nella personalità, nella spiritualità e nella morale, è la
cosa peggiore che si possa fare o desiderare.
È fuori dubbio che ci vogliono
docenti preparati e competenti: chi non eccelle di per
sé, difficilmente aiuterà altri a eccellere. Come detto però
la questione è quella degli obiettivi che un «istituto
biblico» deve avere. Penso che ognuno di essi faccia bene a
non perdere di vista la vocazione che ha nel panorama
concreto in cui è inserito; deve avere un equilibrio
(continuamente cercato) fra informazioni da trasmettere e
formazione della personalità, fra obiettivi scolastici
(curriculum, programmi) e bisogni concreti (degli studenti e
dell’opera di Dio nella propria nazione).
Non è tragico che un «istituto
biblico» diventi una facoltà teologica, ma poi lo sia
veramente. Restano comunque alcune domande al
riguardo: È vero ciò che si promette? (curriculum, titoli,
ecc.). I docenti hanno veramente la preparazione necessaria?
Si hanno abbastanza studenti per essere facoltà? Che cosa
faranno in pratica tali studenti con un titolo del
genere, dopo aver terminato gli studi? E così via.
Il sistema dei crediti
La questione dei crediti è stata
sollevata da uno studente di università all’interno di una
critica verso l’intero sistema scolastico. Premiare il
merito è cosa sacrosanta. La questione è per che cosa si dà
un credito. Se si dà dei crediti solo per gli aspetti
accademici (assimilazione dei saperi e loro riproduzione
scritta e orale), si è delle «anatre zoppe» che creano altre
«anatre zoppe»; ciò discriminerà certamente tutto ciò che è
di pratico (servizio) e anche la formazione della
personalità e lo sviluppo del carattere (aspetti spirituali,
morali, ecc.). È chiaro che ciò rappresenterebbe una forte
discriminazione verso coloro che non vogliono solo acquisire
dei saperi, ma vogliono imparare a servire e specialmente a
diventare dei cristiani migliori. Lo stesso vale anche
viceversa, ad esempio, nelle «scuole di vita», dove spesso
si ritiene che la formazione sia più importante dei saperi
(che possono essere approssimativi o generalistici). Anche
le «scuole di vita» sono importanti, ma anche in esse non ci
dev’essere mediocrità e pressappochismo.
Ho visto studenti a caccia di
crediti accademici che hanno trascurato di vivere da
cristiani e di crescere a 360° come credenti. A volte, i
problemi con cui sono arrivati, non sono stati risolti;
tutto è stato «rimosso» ai fini degli obiettivi accademici,
per ripresentarsi poi alla fine degli studi. Tornando al
vivaio, alcuni «alberi» si sono messi (e sono stati messi)
in curriculum e specializzazioni adatti ad altri «alberi»,
ma non a loro stessi, poiché hanno percepito che gli
obiettivi accademici erano il massimo a cui si poteva
aspirare. Come si sa, solo alberi con grandi e profonde
radici possono sorreggere un alto o grande albero.
Il sistema dei crediti non è
sbagliato, se ogni «albero» è trattato secondo la sua natura
e specie e se i crediti sono consoni per valutare ciò che in
tale studente veramente c’è e non solo secondo mire
accademiche (adatte per l’uno, ma non per l’altro).
Equilibrio del curriculum e il bene
dello studente
L’equilibrio nel curriculum è
necessario per dare a ognuno il suo, senza prevaricazione e
strumentalizzazione. Il rispetto della natura dell’allievo è
un punto fondamentale nella pedagogia. È un punto
fondamentale anche dell’educazione biblica. «Inizia il
fanciullo secondo la
sua via; non se ne discosterà neanche quando sarà
anziano» (Pr 22,6). L’espressione ebraica «secondo la
sua via» non è da intendere tanto «secondo la
condotta che deve tenere» (così alcune traduzioni), ma «secondo
la sua indole (natura, ecc.)»; non è tanto un «livello»
che deve assolutamente raggiungere, ma che venga istruito
secondo la sua propria «costituzione».
È strano che si possa aver pensato
che uno studioso — ho sempre preferito chiamarmi «studiante»
(studiare è una delle mie passioni più forte») — sia contro
lo studio, l’analisi e la ricerca! Qui stiamo però parlando
d’altro, ossia della vocazione e del servizio degli
«istituti biblici».
Alternativa fra vecchio e nuovo
Non ho posto l’alternativa fra
vecchio e nuovo. Se dovessi porre un’alternativa,
privilegerei certamente l’esegesi invece che i sistemi
ideologici e le sovrastrutture dogmatiche nate durante la
storia in contrapposizione con altri. Ma di ciò non ho
parlato. Non so da dove Tonino abbia voluto trarre tale
alternativa fra vecchio e nuovo. Ci sono vecchie stoltezze e
nuove follie. Ci sono vecchie saggezze e nuove intuizioni.
Gesù disse che «ogni scriba ammaestrato per il regno dei
cieli è simile a un padrone di casa il quale trae fuori del
suo tesoro cose nuove e cose vecchie» (Mt 13,52). Quindi
l’alternativa è fra cose giuste e non, fra cose utili e non,
fra cose vere e non, siano esse vecchie o nuove.
Alternativa fra accademia e
accademismo
Da «studiante» non posso certo
disprezzare lo studio serio e profondo, l’analisi accurata e
la ricerca rigorosa. Chi legge i miei libri, sa dello
scrupolo che mi pongo nell’illuminare un soggetto da vari
punti di vista. Non ho mai messo in dubbio una cosa del
genere. Gli «istituti biblici» sono importantissimi per
l’opera di Dio. Ma qui non devo ripetere ciò che ho già
detto sopra. Ho sopra parlato di «vivai», di «campi di
allenamento» e di «fucina»: questi sono immagini che amo.
Gli «istituti biblici», qualunque siano i loro obiettivi
accademici, siano proprio questo e inizino ogni studente al
sapere biblico e teologico, ognuno «secondo la sua via».
Terzo
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Quarto
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Quinto
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Sesto
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Settimo
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Ottavo
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Nono
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Decimo
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Undicesimo
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Dodicesimo
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Aggiornamento: 28-04-07
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