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Nicola Martella:
L’opera ha così tanti titoli, sottotitoli e dediche
che in un primo momento è veramente difficile sapere di che cosa si
tratti: un commento sulla Genesi, la biografia dei tre patriarchi,
un libro di aneddotica giudaica, una traduzione della Genesi, un
libro per la liturgia o altro. A fatica si riesce a trovare il
curatore ufficiale. Anche la terminologia tecnica giudaica risulta
dapprima ostica per chi non è un insider.
Sfogliando e leggendo qua e là, ci si accorge che si tratta, tra
altre cose, della traduzione della Genesi — ma solo fino al capitolo
22 — con versione ebraica e traduzione italiana a fronte; è
certamente una buona cosa per chi conosce l’ebraico, quindi per
l’esperto. Al lettore medio resta soltanto la curiosità di
paragonare la traduzione, a cui si è abituati, con quella fatta in
quest’opera. Oltre ad alcune particolarità, il lettore troverà i
nomi scritti in modo aderente all’ebraico; il Tetragramma (JHWH,
Jahwè) non è riportato neppure come Adonaj «Signore» ma come Hashèm
«il Nome».
All’atto pratico, quest’opera presenta porzioni
di lettura della Torà così come ricorrono nella liturgia della
sinagoga, con annesse letture supplementari provenienti dalle altre
parti dell’AT (p.e. Profeti). Sotto alla traduzione c’è un nutrito
apparato, ma chi si aspetterà delle note esplicative dei termini
contenuti nel testo, rimarrà perlopiù deluso. Un vasto spazio è dato
al rabbino Rashì (Shlomò ben Yitzkhàk, 1040-1105), i cui commenti
sono riportati solo in ebraico: peccato. Gli altri commenti sono
perlopiù opinioni, non di rado speculative, di altri rabbini di
estradizione talmudica e mistica (Cabalà, Zòhar, Khassidùt).
Certamente anche in tali note non mancano, di tanto in tanto, alcune
osservazioni interessanti di carattere teologico. Il testo della
Genesi è intercalato, come già detto, da Haftaròt o porzioni di
lettura, ossia da testi biblici letti nella liturgia sinagogale
paralleli alla Torà. In esse si cerca di stabilire un aggancio col
testo della Genesi, ma esso è spesso tenue e deriva da una qualche
allusione testuale casuale, da un’analogia terminologica, da una
speculazione vera e propria o da altro. In uno di essi, agganciato
alla storia di Noè (Gn 6,6ss), salta all’occhio come Is 42,5-19 o
42,5-43,10, secondo tradizioni differenti, non sia applicato al
«Servo di Dio» in qualità di Messia ma a Israele (p. 59ss). Ogni
tanto c’è un box con qualche aneddoto o con qualche «spiegazione»
rabbinica derivante da un approccio non esegetico ma speculativo. Il
pensiero mistico e speculativo è mostrato dai vari riferimenti alla
numerologia (le lettere ebraiche sono altresì numeri), da cui si
cerca di trovare un significato nascosto nel testo.
L’opera non è adatta a chi non è esperto; per
chi ha già una tendenza a spiritualizzare il testo biblico mediante
un uso metaforico e simbolico dei termini, quest’opera sarà un
incitamento ulteriore alla speculazione dottrinale. Poiché la «Torà
scritta» (= Pentateuco) e quella orale (= tradizione rabbinica) sono
poste sullo stesso piano — «Sono tutte parole del Dio vivente»
(p. 8) — e poiché Dio le avrebbe rivelate tutte già sul Sinai (!),
ci si può immaginare che cosa ciò significhi. A ciò si aggiunge che
viene accreditato un quadruplice metodo d’interpretazione che va dal
significato semplice del testo, all’interpretazione omiletica, al
valore numerico e ai segreti cabalistici. A ciò si aggiunge che per
ogni parola del Pentateuco ci sarebbero settanta
interpretazioni! Alcuni rabbini hanno tratto dei significati
addirittura dalla puntazione delle parole (alle consonanti ebraiche
sono state aggiunte nei primi secoli d.C. delle vocali sotto forma
di punti), dalla grandezza delle lettere o dalla posizione di queste
ultime o dalla loro ricorrenza dopo un certo numero di parole
(dall’acronimo derivante si pretende di derivare un significato)!
(p. 10). Le porte sono ampiamente aperte a ogni tipo di
speculazione. E Dio le avrebbe veramente rivelate già sul Sinai!?
Il glossario finale è senz’altro utile per chi
troverà, in modo ricorrente, dei termini incomprensibili al lettore
medio e digiuno di letteratura ebraica; vari termini sono però così
scontati per l’ebreo che non ricorrono affatto. Interessanti sono
senz’altro le varie tabelle contenute nell’opera. La
traslitterazione proposta dell’ebraico non segue un metodo
rigorosamente scientifico, ma è un adattamento pragmatico.
La lettura di quest’opera provocherà e spingerà
chiunque voglia praticare una corretta esegesi (e non una «versettologia»
speculativa) a chiedersi quale sia l’approccio giusto verso il testo
biblico e una legittima spiegazione d’esso. La lettura di quest’opera
mostra come sia pericoloso e fatale prescindere dal normale
significato letterario del testo nel suo contesto (letterario,
storico, teologico) per cercarne altri più «profondi» con l’uso di
numerologia, spiritualizzazioni e speculazioni varie. Allora si
diranno cose giuste ma al posto sbagliato (malattia che affligge
anche libri e articoli cristiani!). Oppure si rischia di trovare di
tutto, tranne che la verità; non a caso Gesù rimproverava proprio
gli esegeti giudaici del suo tempo in questo modo: «Voi errate
perché non conoscete le Scritture» (Mt 22,29). Oppure anche
così: «Se credeste a Mosè, credereste anche a me; poiché egli ha
scritto di me. Ma se non credete agli scritti di lui, come crederete
alle mie parole?» (Gv 5,46s). Infatti, come direbbe l’apostolo
Paolo, ci si può concentrare sulla «lettera» (la tradizione delle
speculazioni giudaiche sulla Torà) e mancare proprio lo «spirito»
del testo in esame che vivifica (2 Cor 3,6; cfr. Rm 7,6). {Nicola
Martella, recensione comparsa in Lux Biblica 29 (IBEI, Roma 2004), pp.
182ss}
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