|
|
Qui
presentiamo la parte seconda di questo studio sulla preghiera.
Nella
prima parte
l’autore ha trattato i seguenti aspetti:
■ Dalla
preghiera alla «preghiera cristiana»
■ La
preghiera ipocrita
■ La
logica del merito
■ La
preghiera «magica» |
La tirannia della paura
Abbiamo parlato della preghiera «magica», ma a essa si
aggiungono altri elementi concomitanti; infatti bisogna anche tener presente il
presupposto di fondo su cui essa si basava. Se non ne teniamo conto
probabilmente ci lasciamo sfuggire l’altro polo fondamentale dell’insegnamento
di Gesù sulla preghiera.
Di questo Gesù ci dà una traccia con le parole che
introducono il «Padre nostro» (v. 9): «il Padre vostro sa le cose di cui
avete bisogno, anche prima che gliele chiediate» (v. 8). A prima
vista, esse paiono un riferimento alla prescienza di Dio, ma la cosa
interessante è che vengono contrapposte a ciò che fanno i pagani quando
pregano, e quindi alla loro ricerca spasmodica dell’esaudimento. Con questa
frase Gesù mostra che alla base di questo modo di pregare dei pagani c’è il
rapporto che essi hanno con i loro bisogni, o, per meglio dire, con «le
cose di cui avete bisogno». Il termine «avete» traduce un verbo greco
(echete) che indica il possesso di cose perlopiù materiali. Questo è
confermato dal termine «bisogno», il cui corrispondente greco (chreian)
deriva dal termine mano (cheir). Il senso è dunque quello di «cose che si
possono tenere nella mano», quindi cose materiali.
Gesù non addita questi bisogni perché sono i
«nostri bisogni» e riguardano «cose materiali», ossia non sono sufficientemente
altruisti o «spirituali». La richiesta che Gesù insegna più avanti: «Dacci
oggi il nostro pane quotidiano» (v. 11), che è una richiesta «per noi» (dacci)
e riguarda cose materiali (il pane). Neppure al verbo usato (aiteô)
si deve dare un valore peggiorativo, visto che viene usato più avanti per
spronare i discepoli a chiedere in preghiera (7,7-11), senza specificare
un oggetto particolarmente «altruistico» o «spirituale». Anzi, l’esempio che lì
fa del figlio che «chiede un pane» (7,9), richiama proprio un tipo di
richiesta orientata verso i nostri bisogni materiali. Più semplicemente Gesù
dice che il Padre conosce i nostri bisogni, anche prima che li sottoponiamo alla
sua attenzione. Dov’è allora il punto?
È estremamente importante per la comprensione di
queste parole, il fatto che esse compaiano, più avanti, nel brano del «sermone
sul monte», dove Gesù parla delle preoccupazioni (v. 32). Anche li
vengono contrapposte a quanto fanno i pagani: «Non siate dunque in ansia,
dicendo: “Che mangeremo? Che berremo? Di che ci vestiremo?”. Perché sono i
pagani che ricercano tutte queste cose; ma il Padre vostro celeste sa che avete
bisogno di tutte queste cose» (v. 31-32).
L’argomento qui non è la preghiera, ma qualcosa che
spesso le soggiace: i nostri bisogni più essenziali (ossia le cose che ci
preoccupano) e il modo in cui li affrontiamo (con più o meno agitazione). Ed è
il modo in cui trattiamo questi bisogni che spesso determina la nostra preghiera
e rivela cosa domina il nostro cuore (cfr. v. 21). Ecco perché la frase
risolutoria «il Padre vostro sa…» compare sia in questo brano (v. 32) che
in quello del «Padre nostro» (v. 8).
In questo contesto (vv. 25-34) si capisce che è la
paura, l’ansia, l’agitazione per i propri bisogni (mangiare, bere,
vestire, v. 25), l’affanno, la preoccupazione che determinano
l’esistenza dei pagani (v. 32). Questa paura dilata la giusta proporzione
delle cose e porta a una tirannia dei nostri bisogni sulla nostra stessa vita.
Il «vestito» diventa più importante del «corpo» e il «nutrimento»
più importante delle «vita» (v. 25). Il proprio «valore» è
misurato dal valore che si dà a queste cose (v. 26). «Aggiungere» (v.
26), accumulare, cercare «l’abbondanza» (cfr. Lc 12,15) diventa più
importante. La «ricerca» (v. 32) di queste cose diventa dominante e
imperiosa. Diventa una priorità (v. 33). Il tempo viene visto in modo
minaccioso, perché porta con sé l’incognita del «domani» (v. 34). Tutto
questo produce tensione e «affanno» (v. 34). Da qui l’ingiunzione: «Cercate
prima il regno e la giustizia di Dio, e tutte queste cose vi saranno date in più»
(v. 33).
Questa paura è tanto più acuita dalla loro concezione
impersonale di Dio. Il loro Dio, in quanto idolo fatto di pietra, di legno o di
terra non lo si distingue da tutte le altre cose. Le cose diventano
personificazione d’una divinità (Mammona v. 24). Si «confida» in
esse come in un Dio (Mc 10,24). Esse diventano un’estensione dell’idolo. Ciò che
si proietta sull’idolo, lo si proietta su tutte queste altre cose. Esse
riflettono il proprio delirio d’onnipotenza. E a tal fine ci si mette al loro «servizio»
(v. 24). Occuparci e preoccuparci di queste cose diventa un «servire» idolatrico
(v. 24). La nostra proiezione d’onnipotenza diventa in realtà una schiavitù,
perché il vero «padrone» diventa Mammona (v. 24). Per questo Gesù
chiama le ricchezze un «inganno» (Mt 13,22) e le pone insieme alle «preoccupazioni»
quali cose che soffocano la vita spirituale prodotta dalla Parola di Dio (Lc
8,14).
Questa paura si riflette anche sulla preghiera e il
suo esaudimento. Il verbo «ricercano» (v. 32), nel greco è epizêteô,
che vuol anche dire «desiderano, chiedono insistentemente, chiedono a gran
voce». Mossa da questa «pulsione» (la paura), la preghiera diventa ricerca
affannosa dei propri bisogni. L’attenzione è tutta focalizzata su se
stessi e sulle cose. La preghiera assume una forte connotazione egoista e
materialista. La richiesta «per sé» e la richiesta di «cose materiali» diventa
dominante e prioritaria. L’oggetto della preghiera è tutto qui. Tutto
è in funzione dei nostri bisogni, persino Dio, il quale non ha più un valore
proprio, in quanto persona, ma un valore strumentale. Il vero Dio sono i nostri
bisogni e la nostra paura. La «preghiera» e «Dio» stesso sono strumenti al
servizio di questi bisogni.
L’ansia di conseguire i nostri bisogni sposta il
baricentro della preghiera dalla semplice richiesta alla ricerca affannosa e
spasmodica dell’esaudimento. Essa è focalizzata tutta sul risultato.
L’esaudimento diventa «esaudimento a tutti i costi» e «il più presto possibile».
L’esaudimento è più importante di Dio e le sue benedizioni più ricercate della
sua persona. Il «no» è
inaccettabile. Ma la paura fissa anche i «tempi» dell’esaudimento. Questi tempi
sono fortemente contratti. L’esaudimento deve avvenire in tempi brevi. La
sollecitudine per i propri bisogni crea un esaudimento a propria immagine e
somiglianza: un «esaudimento sollecito». L’uomo non può reggere a lungo
l’affanno e la tensione. L’affanno deve esserci solo «oggi», non anche «domani».
Non si può aspettare. I tempi dell’uomo sono molto corti. Per questo,
l’esaudimento deve avvenire «oggi». Ma quando scopre che i tempi di Dio sono
lunghi (cfr. 2 Pt 3,8), allora finisce per usare la preghiera in senso
manipolatorio.
Da tutto ciò risulta evidente che il lato problematico
della preghiera di richiesta, quella che facciamo per noi, per i nostri bisogni
e per quelle cose anche materiali che rientrano in questi bisogni, non è dato da
queste cose di per sé, ma dal rapporto distorto che noi abbiamo con esse. Un
rapporto che è dominato dalla paura, la quale dà un carattere ossessivo,
eccessivamente egoista e materialista alla nostra vita e quindi alla preghiera.
È la paura che imprime alla preghiera questo carattere distorto. Essa sposta la
priorità della preghiera, contrae i suoi tempi e le dà un valore manipolatorio.
Dalla manipolazione all’invocazione
Quello
che Gesù dice intorno al modo pagano e quello giudaico di pregare, delimita i
confini della preghiera cristiana, ci aiuta a capire dove si trova il suo
confine. Il confine è che la preghiera non deve essere manipolatoria,
cioè dominata dalla logica del merito e dalla tirannia della paura, né volta a
mercanteggiare con Dio o a estorcere il suo esaudimento. Ma qual è il cuore
della preghiera? Lo scopriamo nelle prime parole della preghiera modello che
Gesù ci ha lasciato: «Padre nostro che sei nei cieli». La parola «Padre»
può essere tradotta anche con un più familiare e domestico «Papà». Il cuore
della preghiera è la fiducia con cui possiamo rivolgerci a un Papà che ci vede,
ci ascolta, ci conosce perfettamente e provvede ai nostri veri bisogni.
Le parole d’apertura del «Padre nostro» mostrano che
la preghiera cristiana è anzitutto invocazione. «Invocare» deriva dal
latino «vocare», che significa chiamare. In secondo luogo, significa anche
chiedere, implorare, appellarsi. Invocare può anche voler dire «chiamare
qualcuno per chiedere aiuto». Ma, prima di tutto, significa dare valore alla
persona che s’invoca, alla sua autorità e potenza e, in virtù di questo,
chiedere che si muova in nostro soccorso. La preghiera cristiana è proprio
questo: invocare Dio e la sua azione. Non si tratta di presentargli il conto dei
nostri meriti. Non si tratta di strappargli il suo esaudimento. Si tratta
d’entrare in un rapporto personale col Padre, quindi in un rapporto filiale, in
virtù del quale chiedere il suo favore e il suo aiuto.
Ogni preghiera che prescinde da questo rapporto
personale e filiale è una manipolazione. Ogni preghiera che mette l’esaudimento
al di sopra della semplice richiesta, aspettante e fiduciosa, pensando d’aver
trovato la via per avere tutto e subito, è una manipolazione. Dio la sente, ma
non la ascolta. Egli è un Dio che si rivela quale Papà amorevole e provvidente,
ma che si nasconde a ogni nostro tentativo di manipolarlo. La preghiera
cristiana dev’essere indirizzata a Lui quale destinatario principale e referente
diretto. Il «nostro» deve avere una valenza di possesso, da significare
«mio», personale, ma non talmente personale da sfociare in un rapporto
esclusivista e isolazionista. «Padre nostro» non significa che ne ho
l’esclusiva. Il mio «merito» non mi dà nessuna priorità. Egli è anche Padre del
mio fratello «più peccatore» e di quello «meno meritevole».
Ancora oggi il confine tra preghiera cristiana e
preghiera religiosa o pagana è segnato dal confine tra invocazione e
manipolazione. L’invocazione chiama Dio «Padre» e confida nella sua
volontà: essa è soprattutto richiesta e abbandono. La manipolazione invece,
tratta Dio come un idolo, in modo impersonale e strumentale ai propri bisogni e
ansie: essa ricerca soprattutto l’esaudimento. Nel primo caso, l’azione
determinante è quella divina, che l’orante invoca e alla quale adegua la sua
azione. Nel secondo caso, l’azione determinante è quell’umana, alla quale
l’orante dà il valore eccessivo, quasi magico di poter plasmare l’azione divina.
Questo è per Gesù l’epicentro della preghiera, il suo passaggio obbligato,
«l’arco di trionfo» dove ogni preghiera entra da vincitrice o da sconfitta.
Molti libri si scrivono sulla preghiera, dove si
dicono anche cose interessanti. Ma forse andrebbero riletti alla luce delle
considerazioni di Gesù sulla preghiera modello. La critica radicale di Gesù
contro ogni preghiera manipolatoria, il cui epicentro non è più la richiesta
semplice, umile e dipendente da Dio, ma la ricerca spasmodica dell’esaudimento,
la richiesta sufficiente a se stessa, la risposta e non più la sola domanda,
andrebbe presa più sul serio. Forse ci si renderebbe meglio conto che si è
paurosamente vicini al confine che Gesù ha assegnato alla preghiera cristiana o
…forse lo si è già superato. Forse bisognerebbe già rivedere molti «titoli»[7]
intorno alla preghiera. Forse d’alcuni libri si dovrebbe salvare solo il titolo.
Forse dovremmo imparare a rivedere alcune espressioni,
tipo «l’arma della preghiera»[9],
«osare in preghiera», «fede vittoriosa», ecc. È vero che spesso, il nostro
linguaggio ha un valore fenomenologico e diciamo una cosa per intenderne
un’altra. Anche la Bibbia fa dichiarazioni tipo «la preghiera della fede
salverà il malato» e «la preghiera del giusto ha una grande efficacia»
(Gcm 5,15s), senza per questo dare un valore magico alla preghiera o farne un
motivo di vanto umano. Ma quanti sanno oggi fare questa distinzione? Quanti,
sentendosi ripetere la «potenza della preghiera», senza precisazioni ulteriori,
capiscono che la potenza è in Dio e che loro non devono esaltarsi in nessun
modo? Quanti capiscono che la preghiera è un momento estremamente umano, dove ci
presentiamo a Dio con tutta la nostra debolezza e miseria di «poveri in spirito»
(Mt 5,3), per sperimentare così, e soltanto così, la grazia e la potenza di Dio?
Quanti sanno che la vittoria non è nel nostro atteggiamento di fede, ma nella
risurrezione di Gesù Cristo? Quanti sanno distinguere «la destra dalla
sinistra»?
Purtroppo, atteggiamenti e formule
manipolatorie vengono spacciate per vera fede. È interessante che nelle
istruzioni sulla preghiera modello del «Padre nostro», non si parli per niente
della fede, tantomeno della «fede efficace», né della «preghiera efficace». In
Mt 7,7-11 si dice: «Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete; bussate e
vi sarà aperto», ma l’enfasi non è sul «bussare» o sul «trovare», ma sul «Padre
vostro, che è nei cieli», che dà «cose buone a quelli che gliele
domandano» (v. 11). L’enfasi principale è sulla bontà di Dio. Più avanti
Gesù parlerà della fede che «può spostare le montagne» (Mt 17,20), ma qui nessun
accenno. Che sia proprio per togliere ogni valore manipolatorio alla fede? Di
sicuro, col «Padre nostro» Gesù ha voluto sancire la priorità del rapporto
personale con Dio, rispetto ai suoi risultati per noi (esaudimento dei
nostri bisogni). Una volta stabilito questo punto, diventa meno problematico
parlare di «fede che sposta le montagne». Del resto, sulla scia di Mt 6,8.30.32,
si può dire che il modello di preghiera insegnato da Gesù nasce da un atto di
profonda fiducia, in un Dio che si prende cura di noi e dei nostri bisogni,
fiducia che è anzitutto in Dio e poi nelle sue benedizioni.
Altre volte si può notare un rapporto distorto con le
promesse di Dio. Dio viene quasi «inchiodato alle sue responsabilità». Ci
comportiamo come dei «creditori», che vogliono avere subito il «loro credito» e
non danno più dilazioni di tempo. Fissiamo a Dio un esaudimento in «trenta
giorni». Tuttavia, il rapporto fede-promesse, nella Bibbia è mediato dal
tempo. La fede biblica ha una connotazione fortemente temporale. L’esaudimento
non è fine a se stesso, ma la tappa d’un disegno più grande, che Dio sta
dispiegando nel tempo. Ecco perché l’esaudimento, l’adempimento delle promesse e
la fede rispondono ai tempi di questo disegno e non ai nostri tempi. E il modo
in cui la Scrittura ci parla dell’adempimento di promesse chiare e
inequivocabili, come la promessa a Abramo d’un figlio (Rm 4,18-21; Eb 11,8-12) e
la promessa ai discepoli di Gesù del ritorno del Signore (2 Pt 3,8s), ci mostra
che il tempo dell’adempimento e dell’esaudimento è interamente nelle mani del
Signore.
La logica del «tutto e subito» spacciata per fede
trionfante, non lo scalfisce, non muta il suo disegno, non accorcia i suoi
tempi. «Osare» in preghiera, non può mai avere il senso di pretendere in modo
sfrontato, ma solo quello di chiedere senza paura, senza timore, in modo
fiducioso (Mt 7,7-11). La fede trionfante la si vede nel tempo. Lo scopo che Dio
persegue è più grande del nostro e ci riguarda più da vicino, dello scopo
«immediato» che noi perseguiamo. «Il Padre vostro sa le cose di cui avete
bisogno, prima che gliele chiediate», significa anche questo: Dio non si è
dimenticato delle cose che avete bisogno, anche se vi fa aspettare per averle;
il vostro gran da fare per estorcergliele non serve a niente.
Forse dovremmo prendere
coscienza che le concezioni e le abitudini della vita vecchia, possono benissimo
implementarsi nella nostra «nuova» vita in Cristo, dandoci persino un’aureola di
spiritualità, pur restando ancora «abituati all’idolo» come i cristiani
deboli di Corinto (1 Cor 8,7). Imparare a pregare significa imparare a liberarci
da ogni nostra idolatria. Sino alla fine dobbiamo imparare a pregare, perché «non
sappiamo pregare come si conviene» (Rm 8,26). Sino alla fine dobbiamo
fare l’esperienza che la preghiera non è assolutamente il luogo della nostra
forza, ma della nostra debolezza che incontra la potenza di Dio. Sino alla fine
dobbiamo riposizionarci all’interno d’una preghiera che non è manipolatoria, ma
cristiana.
[9]
Dove sta scritto che la preghiera è un’arma? La Scrittura parla di «combattere
nelle preghiere» (Rm 15,30; Col 4,12), ma quando parla di «armatura
del credente» proprio alla preghiera non associa nessun tipo d’arma (Ef
6,17s) e quando parla di «armi della nostra guerra» sembra più
opportuno vedervi un riferimento alla Parola di Dio che alla preghiera
(2 Cor 10,4s).
►
URL di origine:
http://puntoacroce.altervista.org/Artk/2-Preghiera_abusi2_Lv.htm
13-11-2007;
Aggiornamento:
|