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1. INTRODUZIONE: Un indagine di Unioncamere[1]
di questi giorni dice che «a fronte d’un calo della fiducia dei
consumatori
italiani, per un insieme d’incertezze (dal caro mutui,
all’andamento delle tariffe), che si trascineranno anche nel 2008, solo cinque
regioni continueranno a viaggiare alla media registrata lo scorso anno». «Calo
di fiducia» e «incertezza» del futuro, sono questi i sentimenti con cui molte
persone stanno entrando nel nuovo anno. Probabilmente, questi sono anche i
nostri sentimenti. È interessante rilevare però, che la preghiera modello del
«Padre nostro» nasce proprio in risposta a tali sentimenti. Le parole di Gesù
sono molto chiare: «Non fate dunque come loro, poiché il Padre vostro sa
le cose di cui avete bisogno, prima che gliele chiediate. Voi dunque
pregate così: “Padre nostro che sei nei cieli…”» (vv. 8-9). Gesù
contrappone il «Padre nostro» alla preghiera dei «pagani» (v. 7), tutta
dominata dalla «ricerca» dei propri «bisogni» e dalla paura del «domani»
(vv. 31-34) e insegna un modo di pregare che ci aiuta ad affrontare i nostri
bisogni e il nostro futuro con sentimenti migliori.
Tuttavia, non
è facile comprendere il nesso che esiste tra la preghiera che Gesù ci ha voluto
insegnare è la nostra vita, i nostri bisogni, anche materiali e il nostro
futuro. Sul «Padre nostro» si sono scritti molti libri e non c’è teologo d’un
certo calibro che non si sia misurato con le sue parole. Da Tertulliano a
Cipriano, da Clemente Alessandrino a Gregorio di Nyssa, da Agostino a Tommaso
d’Aquino, da Lutero a Calvino, da Barth a Bonhoeffer. Però, sulla scia dei
«Padri della chiesa» si è finito spesso per spiritualizzare oltremodo «questa
preghiera». Si è enfatizzato l’aspetto cultuale e altruistico a discapito della
preghiera di richiesta, della preghiera «per noi» e per le cose materiali,
definita troppo egoista, materialista e infantile per essere vera preghiera. Il
punto nevralgico di questa linea interpretativa lo si ritrova puntualmente nella
richiesta «dacci oggi il nostro pane quotidiano» (v. 11). Come dice il
Culmann, «fin dai primi secoli, c’è stato chi ha ritenuto inconciliabile con la
spiritualità profonda delle altre richieste del Padre nostro, in particolare
della prima parte, il riferimento al pane materiale, che naturalmente è quello
che viene subito in mente. Appariva cioè difficile… attribuire a Gesù, nell’atto
d’insegnare a pregare, l’accoglienza d’esigenze considerate troppo meschine,
come quella di mangiare»[2]
(il neretto è mio). Origene ha scritto: «Il pane preso nel senso carnale non è
celeste né oggetto d’una grande domanda»[3]
(il neretto è mio).
Ma è proprio
vero che la preghiera di richiesta, la preghiera «per sé» e per cose materiali è
tanto meschina? Non è possibile che anche la cosiddetta preghiera «spirituale»,
«di lode» e «per gli altri» abbia le sue controindicazioni? È vero che Gesù, col
«Padre nostro» aveva in mente una tale gerarchia della preghiera? Cosa c’entra
il «Padre nostro» con questo nostro nuovo anno?
2. ATTENZIONE A CERTE «PIE» CONTRAPPOSIZIONI:
Nel «Sermone sul Monte», una delle cose che Gesù prende di mira è la «giustizia
degli scribi e dei farisei» (Mt 5,20) e questo vale in particolare per la
sezione dov’è inserito il «Padre nostro». Tutta la sezione inizia con
l’esortazione: «Guardatevi dal praticare la vostra giustizia davanti agli
uomini per essere osservati da loro» (Mt 6,1). Segue poi l’esortazione
ripetuta tre volte a fuggire l’ipocrisia sia nel fare l’elemosina
(v. 2), che nel pregare (v. 5) e nel digiunare (v. 16). Già a
questo punto è interessante vedere come, un’opera altamente altruista quale
quella di dare l’elemosina e un’opera altamente devozionale, come quella del
digiuno possono essere infettate dal morbo dell’ipocrisia. In alcune sue
parabole (quella del fariseo e del pubblicano, quella dei lavoratori delle
diverse ore, quella del figlio prodigo), Gesù illustra la logica che stava
dietro la religiosità e l’altruismo del pio ebreo, una logica che si può
definire la «logica del merito». Secondo tale logica, la devozione e l’altruismo
non avevano come finalità principale Dio e il prossimo, ma la consacrazione del
proprio merito, il quale appariva viepiù definito, quando lo si raffrontava col
demerito altrui. Questo ci fa vedere come una tale logica può essere fatale
anche per una concezione genuinamente spirituale e altruistica della
preghiera. Per il religioso ebreo, la preghiera era un’opera che, al pari del
fare l’elemosina (Mt 6,1s.5) e al pari del digiunare (Mt
6,1.5.16), aveva un valore meritorio, quindi una finalità molto egoistica, ben
poco spirituale e devota. Tutta la pietà, la devozione e l’altruismo del
religioso ebreo, l’aveva portato a mettersi su d’un piedistallo, dal quale
pensava di poter guardare gli altri dall’alto in basso e di poter manipolare Dio
con la forza dei suoi meriti.
Bisogna stare attenti a fare
contrapposizioni del tipo «preghiera spirituale, di lode e altruistica» contro
«preghiera di richiesta, per sé e per cose materiali». Ci sono momenti in cui la
preghiera di richiesta e la preghiera per sé assume per Dio un valore più vicino
alla lode di quanto possano esprimere parole solitamente definite «di lode». Ciò
accade quando un peccatore si ravvede e chiede il perdono di Dio; oppure quando
un adoratore del «dio denaro» si converte e inizia a pregare: «Dacci oggi il
nostro pane quotidiano» (rettamente inteso). Non suona tutto questo come un
cantico soave alle orecchie del nostro Dio? Viceversa, si può «onorare Dio
con le labbra», con espressioni «di lode», e avere «un cuore lontano da Lui»
(Mc 7,6). Come notava giustamente il teologo M. Kahler, «il fariseo
ringrazia, il pubblicano chiede». Inoltre, come c’è una preghiera falsata di
tipo materialista, c’è anche una preghiera falsata di tipo spiritualista,
che nasce dal disprezzo dualista delle cose materiali.
La Scrittura non fa mai contrapposizioni
così nette, vista l’ambiguità del cuore umano. Anzi, non è azzardato dire che il
Nuovo Testamento (e non solo l’AT) incoraggia la preghiera di richiesta, la
preghiera per noi e anche per cose materiali. Si noti anzitutto che la seconda
sezione del «Padre nostro» riguarda richieste «per noi» (vv. 11-13) per non dire
che tutta questa preghiera è una serie di richieste. I seguenti testi sono poi
abbastanza chiari, se non li guardiamo con gli occhi d’un certo spiritualismo
disincarnato.
■ «Dacci
oggi il nostro pane quotidiano» (v. 11); si noti che questa
richiesta apre la sezione del «Padre nostro» dedicata alle richieste «per
noi», e poi vengono le richieste «più spirituali» intorno alla «remissione
dei nostri peccati» (v. 12) e alla «liberazione dal male» (v. 13);
■ «Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete; bussate e
vi sarà aperto… Qual è l’uomo tra di voi, il quale, se il figlio gli chiede
un pane, gli dia una pietra? Oppure se gli chiede un pesce,
gli dia un serpente?… quanto più il Padre vostro, che è nei cieli, darà cose
buone a quelli che gliele domandano!» (Mt 7,7-11);
■ «Non
angustiatevi di nulla, ma in ogni
cosa fate conoscere le vostre richieste a Dio in preghiere e
suppliche, accompagnate da ringraziamenti»
(Fil 4,6).
■ «Carissimo, io prego che
in ogni cosa tu prosperi e goda buona salute, come prospera l’anima tua»
(3 Gv 2).
Indubbiamente, la lode e l’altruismo hanno un ruolo importante nella
preghiera e tutto questo discorso non va estremizzato. Bisogna rifuggire la
preghiera patologicamente egoista, come la preghiera ipocritamente altruista e
devota, la preghiera materialista, come la preghiera spiritualista. Bisogna
ricercare il senso autentico della preghiera. Non dobbiamo polarizzarci su un
aspetto a discapito d’un altro, per quanto ci possa apparire più «spirituale». È
per questo che diventa determinante intendere il punto fondamentale
dell’insegnamento di Gesù sulla preghiera. Ed è qui che cogliamo il nesso tra il
«Padre nostro» e l’anno che ci sta davanti.
3. IL PUNTO
FONDAMENTALE DEL «PADRE NOSTRO»: Per capire il punto
fondamentale, si noti anzitutto che la prima parola del «Padre nostro» è «Padre».
Che questo non sia casuale, lo s’evince dal fatto che Gesù contrappone ai
Giudei, un «Padre che vede» (Mt 6,6) e ai pagani un «Padre che sa» (Mt 6,8). Più
avanti, per spingere i discepoli a chiedere in preghiera, paragona Dio a un
«Padre buono» (Mt 7,11). Si noti infine che «Padre» è la parola più ricorrente
in tutto il «sermone sul monte» (17 volte). Questo è il punto fondamentale
dell’insegnamento di Gesù sulla preghiera. Tutto il resto gli ruota attorno. Si
può dire anche così: Gesù c’insegna anzitutto chi pregare e, poi (ma solo
poi), come pregare.
Non è
esagerato dire che il «Padre nostro» è parte fondamentale d’una nuova
rivelazione che Gesù ci ha voluto dare. Gesù ci rivela Dio come Padre. E
questa è veramente una nuova rivelazione. Nell’Antico Patto Dio s’era
rivelato come l’Eterno, il Signore. Ad Abramo Dio dice: «Io
sono il Signore che ti ho fatto uscire da Ur dei Caldei»
(Gn 15,7). Nel Decalogo è detto: «Io
sono il Signore, il tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d’Egitto»
(Es 20,2). Raramente viene chiamato «Padre» (15 volte). Soprattutto viene
chiamato Padre d’Israele: «Sono diventato un padre per Israele, e
Efraim è il mio primogenito» (Gr 31,9). Mai viene usato questo termine «in
riferimento a un’unica persona».
Nel Nuovo
Patto Gesù ci rivela Dio soprattutto come Padre. Nel NT, Dio viene chiamato
Padre per 254 volte. Il termine «Signore» passa in secondo piano, come
mostra il seguente testo: «In quel tempo Gesù prese a dire: “Io ti rendo
lode, o Padre, Signore del cielo e della terra”» (Mt 11,25). «Padre»
è il nome esclusivo di Dio: «Non chiamate nessuno sulla terra vostro padre,
perché uno solo è il Padre vostro, quello che è nei cieli» (Mt 23,9). I
seguenti testi mostrano che questa rivelazione è venuta con Gesù Cristo.
■ «Nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre
se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare. (Mt 11,27).
■ «Nessuno ha mai visto Dio; l’unigenito Dio, che è nel seno del Padre,
è quello che l’ha fatto conoscere» (Gv 1,18;
6,46).
I seguenti testi mostrano invece che questa rivelazione si compie nella croce.
■ «L’ora viene che non vi parlerò più in
similitudini, ma apertamente vi farò conoscere il Padre»
(Gv 16,25).
■ «Io ho
fatto loro conoscere il tuo nome, e lo farò conoscere, affinché l’amore
del quale tu mi hai amato sia in loro, e io in loro»
(Gv 17,26).
Ci sono tuttavia vari modi per essere «padre». C’è il padre «tutto d’un pezzo» e
il padre che è «bambino coi suoi bambini», il padre che «porta il pane in casa»
e il padre che «gioca coi suoi figli», il padre «distante» e il padre
«presente». Per i pagani, Dio era Padre in «senso biologico o mitologico». Era
il «Padre dell’umanità», il «Padre degli dèi» (cfr. la mitologia greca). Per
Israele, Dio era Padre in «senso soteriologico». Era loro Padre perché li aveva
eletti e li aveva riscattati dalla schiavitù. Dio restava tuttavia un Padre
alquanto «distante»: solo 2 volte il termine padre compare nell’AT come «titolo
nella preghiera».
Col «Padre nostro» Gesù ci ha insegnato a chiamare Dio «Papà». Gesù
c’invita ad avere verso Dio un atteggiamento confidenziale. Il termine che Gesù
usa per Padre è l’aramaico «abba». Questo era il primo termine che il neonato
diceva insieme a «mamma». Era un termine confidenziale, affettuoso, infantile.
Un termine di tutti i giorni, privo d’ogni solennità religiosa. Anche l’immagine
della «cameretta» rimanda a un rapporto domestico. Gesù parla d’un «Padre
che è nel segreto» (Mt 6,6). Ciò allude a un padre abbastanza presente nelle
mura domestiche.
Gesù ci parla d’un Dio presente, vicino, informato e premuroso. Egli
conosce i nostri bisogni perché è vicino a noi ogni giorno. Egli sa quali sono i
nostri bisogni, perché li vede del continuo. Egli se ne prende cura ogni giorno.
Egli non discrimina i nostri bisogni materiali rispetto a quelli spirituali. Il
fatto che conosce i nostri bisogni materiali non è un impedimento a che noi
formuliamo richieste intorno al «nostro pane quotidiano». Egli vuole
«tutte» le nostre preghiere, anche se non aggiungono niente alla Sua
consapevolezza dei nostri bisogni. C’è una condizione fondamentale che emerge
dallo spirito di questa preghiera modello: le nostre richieste devono essere
espressione di quella spontaneità, di quella genuinità e di quella fiducia che
deve essere rivolta a un papà. Laddove manca quest’espressione, ci stiamo
allontanando da Dio: «In verità vi dico: se non
cambiate e non diventate come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli»
(Mt 18,3).
È questo rapporto filiale con Dio che istruisce
il nostro rapporto con le cose, anche nella preghiera. Un bambino sa di non
possedere niente di suo, perché tutto è del suo papà, ma proprio per questo, sa
che tutto è suo, e ha almeno il diritto e la confidenza di poterlo chiedere. La
sua sicurezza non è data dalle cose e dalla loro abbondanza, ma dalla presenza
del padre, che ogni giorno gli dà le cose di cui ha bisogno. È questo legame
filiale, confidenziale, famigliare, che fonda ogni modo di rivolgersi al papà,
anche quando chiede cose «infantili». Questa possibilità di poter accedere al
padre del continuo. Il poterlo guardare con questi occhi. Il sapere che si è del
continuo sotto lo sguardo di questo papà. Tutto questo è il punto focale che
Gesù ha voluto insegnare ai suoi discepoli per imparare a pregare.
4.
CONCLUSIONE: Pregare che il nuovo anno ci sia provvidenziale, pregare
per i nostri bisogni anche materiali, pregare per le cose che ci turbano, per le
cose di tutti i giorni, anche le più banali, che però hanno il potere di
generarci ansia, pregare per un lavoro, per un esame, per un impegno, per un
progetto, ecc. — niente di tutto ciò è precluso alla preghiera che nasce da un
cuore genuino e smaliziato. È il caso di dire (seppur si tratta d’un «salto
iper-contestuale») che «tutto è puro per quelli che sono puri» (Tt 1,15)
e viceversa «per i contaminati... niente è puro». La richiesta
«infantile» che viene dal cuore puro d’un bambino è più accettevole a Dio
della preghiera «super-religiosa» che viene dal cuore contaminato
dall’ipocrisia dello scriba e del fariseo.
Quando nel mio
lavoro di serramentista, mi trovo ad affrontare un qualcosa di nuovo, che mi
genera ansia per le incognite che la cosa rappresenta, quale sollievo presentare
la giornata al Signore affinché tutto possa andare per il verso giusto e quale
sentimento di gratitudine nel constatare a fine giornata che tutto è andato per
il meglio. Più il tempo passa e gli anni si susseguono l’uno all’altro e più
sono consapevole che il mio rapporto con Dio si nutre anche di queste piccole
cose, dove scopro sempre più, e con meraviglia, il volto familiare del mio Padre
celeste. Niente è per lui così infantile da poter essere portato in preghiera,
se lo scopo è quello di cercare il Suo aiuto, senza nessun tentativo di
manipolarlo. «Lasciate che i bambini vengano da me;
non glielo vietate, perché il regno di Dio è per chi assomiglia a loro»
(Mt 10,14).
Che possiamo in questo nuovo anno assomigliare
sempre più a dei bambini i quali sanno guardano solo al «pane quotidiano»
perché sanno d’avere un Padre che procurerà loro il pane di domani. Che sempre
più possiamo percepire la presenza di questo Padre, che «è nel segreto»
della «nostra cameretta», ci «vede» e «sa i nostri bisogni».
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URL di origine:
http://puntoacroce.altervista.org/Artk/2-Padre_nostro_anno_Mt.htm
05-01-2008;
Aggiornamento:
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