(Ascolta, Israele: l’Eterno, nostro Dio, l’Eterno è uno)
Nota
redazionale: Apprezzo lo sforzo di Argentino Quintavalle per aver
affrontato questa specifica questione. Personalmente non concordo con
tutte le sue tesi. Nelle mie note redazionali mi limito a brevi
interventi e soprattutto a indicare le opere in cui esprimo altri punti
di vista o in cui affronto, discuto e critico alcuni aspetti delle
stesse concezioni espresse dall’autore. {Nicola Martella}
Un rabbino di Philadelphia ha scritto: «I cristiani hanno
naturalmente il diritto di credere in una concezione
trinitaria di Dio, ma i loro tentativi di basare questa
concezione sulla Bibbia ebraica devono chiudere gli occhi
alla schiacciante testimonianza di questa Bibbia. Le
Scritture ebraiche sono chiare e inequivocabili riguardo
all’unità di Dio. La Bibbia ebraica afferma l’unità di Dio;
il monoteismo e una fede intransigente in un unico Dio sono
il marchio di garanzia della Bibbia ebraica, l’affermazione
più decisa del giudaismo e l’incrollabile fede del Giudeo».
Se i cristiani
sono accusati d’essere politeisti o triteisti e se anche è ammesso che il
concetto cristiano della Trinità (nel senso di tri-unità) è una forma di
monoteismo, un elemento ricorre sempre: non si può credere nella Trinità ed
essere Giudeo. Quello che i cristiani credono essere monoteismo, non è ancora
abbastanza monoteistico per essere considerato come vero dal giudaismo.
L’articolo del rabbino sopraccitato riflette quest’opinione.
Egli continua a
dire: «...da nessuna parte il concetto d’una pluralità o d’una trinità della
Deità può essere trovata nella Bibbia ebraica». È bene allora iniziare con la
vera fonte della teologia giudaica e con l’unico mezzo di prova: le Scritture
ebraiche (Vecchio Testamento).
Uno degli
ostacoli più grandi che trattengono gli ebrei ad accettare Gesù come loro
Signore e Salvatore è la loro riluttanza a credere che Gesù abbia una natura
soprannaturale. Inoltre, essi sono stati istruiti, sin da giovani, secondo i
tredici principi di Maimonide, uno dei quali è il seguente: «Io credo fermamente
che il Creatore, benedetto sia il Suo Nome, è Uno: non c’è un altro come Lui;
Egli era, è e sarà sempre il nostro Dio».
Gli ebrei sono
stati abituati a pensare che se credono che Dio sia Uno, allora quest’idea
esclude qualsiasi idea che Dio possa manifestare se stesso attraverso Gesù il
Messia. Hanno sempre pensato che il concetto cristiano della tri-unità di Dio
fosse un’idea gentile e pagana. Ma non è
così! I cristiani come pure gli ebrei devono credere in un Unico Dio. Non
ce n’è un altro. Il Dio d’Abrahamo, Isacco e Giacobbe è il Dio del popolo
ebraico e dei cristiani. Le Scritture del Vecchio Testamento sono autorevoli sia
per il giudeo che per il cristiano.
1. TRI-UNITÀ NEL TANACH
(Vecchio Testamento): Mentre è universalmente ammesso, sia dai giudei
che dai cristiani, che Dio è Uno e che non c’è nessuno accanto a Lui, dobbiamo
riconoscere che la tri-unità di Dio è insegnata nella Torà, nei Profeti e negli
Scritti — l’intero Tanach — il Vecchio Testamento. Non solo nel Tanach ma anche
nelle opere talmudiche e rabbiniche questo concetto è ben noto.
1.1. DIO È UNA
PLURALITÀ
■ Il nome
Elohim: Si è d’accordo che Elohim è un sostantivo plurale e che l’«im»
finale indica il plurale maschile. La parola Elohim è utilizzata per il vero Dio
in Gn 1,1, «Nel principio Dio creò i cieli e la terra», ed è utilizzata
anche in Es 20,3, «Non avere altri dèi (Elohim) nel mio cospetto»,
e in Dt 13,2, «Andiamo dietro a dèi (Elohim) stranieri…». Mentre
l’uso del plurale non prova una tri-unità, apre certamente la porta a una
dottrina della pluralità nella Deità, dato che la parola è utilizzata sia per il
vero Dio e sia per i molti falsi dèi.
■ Verbi
plurali utilizzati con Elohim: Tutti gli studiosi ebrei riconoscono che la
parola Elohim è un sostantivo plurale. Tuttavia, essi negano che ciò permetta di
credere a una pluralità nella Deità. Di solito, il loro ragionamento è questo:
quando «Elohim» è utilizzato per il vero Dio, è seguito da un verbo singolare;
quando è utilizzato per i falsi dèi, è seguito da un verbo plurale. Il rabbino
sopraccitato lo dichiara in questi termini: «Ma, infatti, il verbo utilizzato
nel verso d’apertura della Genesi è “bārā’”, che significa “creò” — singolare.
Non è una cosa così difficile per uno studente d’ebraico capire che il verso
iniziale della Genesi parla chiaramente di Dio al singolare».
L’osservazione
fatta, in generale è vera, poiché la Bibbia insegna che Dio è un solo Dio, e
quindi, la struttura generale è quella d’avere un sostantivo plurale seguito da
un verbo singolare quando si parla del vero Dio. Tuttavia, ci sono brani dove la
parola è utilizzata per il vero Dio ma è seguita da un verbo plurale:
● Gn
20,13: «Or quando Dio (Elohim) mi fece errare lungi
(letteralmente: Essi mi fecero -
hit`û) dalla casa di mio padre…».
● Gn
35,7: «…perché qui Dio (Elohim) gli era apparso (letteralmente:
Essi gli erano apparsi - niglû)».
● 2 Sm
7,23: «…Dio (Elohim) sia venuto (letteralmente:
Essi sono venuti - hālekû)».
● Sal
58,11: «Certo c’è un Dio (Elohim) che giudica (letteralmente:
Essi giudicano - šōpetîm)».
■ Il nome
Eloah: Se la forma plurale Elohim fosse l’unica forma disponibile per
riferirsi a Dio, allora si potrebbe asserire che gli scrittori delle Scritture
ebraiche non avevano altra alternativa che utilizzare la parola Elohim sia per
il vero Dio che per i molti falsi dèi. Tuttavia, esiste la forma singolare d’Elohim
(Eloah) ed è utilizzata in passaggi come Dt 32,15-17 e Hb 3,3. Si sarebbe potuto
utilizzare questa forma singolare in tanti altri casi. Essa ricorre solo 250
volte, mentre la forma plurale è utilizzata 2.600 volte. Il maggiore uso della
forma plurale volge l’argomento a favore della pluralità nella Deità piuttosto
che contro d’essa.
Nota
redazionale: Se si fa un confronto con la Septuaginta, la traduzione
greca dell’AT (3° sec. a.C.) — essa traduce il testo consonantico (cfr.
i rotoli di Qumran), quindi antecedenti alla revisione masoretica del
primo Medioevo — si prenderà atto che essa non ha fatto alcuna
differenza fra Eloach
(sg.) ed Elohîm (pl.), quando sono riferiti al Dio del patto,
traducendoli ambedue con Theós e usando sempre i verbi al singolare,
anche quando in ebraico c’è occasionalmente il plurale (!).
■ Pronomi plurali: Un altro caso da osservare
nella grammatica ebraica è che spesso, quando Dio parla di
se stesso, utilizza il pronome plurale: «Poi Dio (Elohim)
disse: “Facciamo l’uomo a
nostra
immagine e a nostra
somiglianza”» (Gn 1,26).
Difficilmente
avrebbe potuto fare riferimento agli angeli poiché l’uomo è stato creato a
immagine di Dio e non a immagine d’angeli. Il Midrash Rabbah su Genesi riconosce
la forza di questo passaggio e commenta come segue: «Rabbi Samuel Bar Nahman, a
nome di Rabbi Jonathan, ha detto che quando Mosè scriveva la Torà, e scriveva
una parte d’essa ogni giorno, quando giunse al verso che dice, “e Elohim disse:
facciamo l’uomo a nostra immagine e a nostra somiglianza”, Mosè disse: Padrone
dell’universo, perché dai qui una scusa ai settari (che credono nella tri-unità
di Dio)? Dio rispose a Mosè: Tu scrivi che chiunque vuole errare sarà lasciato
errare» (Midrash Rabbah su Gn 1,26).
È evidente che
il Midrash Rabbah prova semplicemente a girare intorno al problema e non è in
grado di dare una risposta adeguata al fatto che Dio parla di se stesso al
plurale. Sicuramente Dio non ha fatto scrivere a Mosè le Scritture per fare in
modo che la gente sbagli, ma piuttosto per mostrare la via giusta e la
rivelazione giusta, cioè che Dio è Uno e che Dio è trino e che chiama se stesso
Elohim e che dice: «facciamo l’uomo». Quando Dio (Elohim) creò il mondo,
ha voluto rendere assolutamente chiaro che la creazione non rispecchia un
principio matematico unitariano. Elohim ha creato l’uomo come un essere composto
d’una tri-unità – un corpo, un’anima e uno spirito, all’immagine di Dio; e per
rendere questo più chiaro Dio rivela se stesso nella forma plurale Elohim e
dice, «Facciamo l’uomo».
L’uso del
pronome plurale lo si trova anche in:
● Gn 3,22: «Poi
l’Eterno Dio (Jahwè Elohim) disse: “Ecco, l’uomo è diventato come uno di
Noi”».
● Gn
11,7: «Orsù, Scendiamo e Confondiamo quivi il loro linguaggio».
● Is 6,8:
«Poi udii la voce del Signore che diceva: “Chi manderò? E chi andrà per Noi?”»
In quest’ultimo
versetto sembra esserci una contraddizione tra il singolare «Io» (manderò) e il
plurale «chi andrà per noi», a meno che non prendiamo in considerazione una
pluralità (noi) in una unità (io).
■ Descrizioni
plurali di Dio: Un altro punto che risalta dall’ebraico, è il fatto che i
sostantivi e gli aggettivi utilizzati nel parlare di Dio sono spesso plurali.
Alcuni esempi sono i seguenti:
● Sal
149,2: «Si rallegri Israele in Colui che lo ha fatto» (letteralmente:
Coloro che lo hanno fatto - be`ōśājw).
● Is
54,5: «Il tuo Creatore è il tuo sposo» (letteralmente: CREATORI, SPOSI -
`ōśajik, bō`alajik).
Tutto quello che
abbiamo detto finora si basa esclusivamente sulla lingua ebraica delle
Scritture. Se basiamo la nostra teologia solo sulle Scritture, dobbiamo dire che
se da una parte affermano l’unità di Dio, nello stesso tempo tendono verso il
concetto di un’unità composta che consente una pluralità nella Deità.
■ Lo Šema`:
Dt 6,4: «Ascolta, Israele: l’Eterno, il nostro Dio, l’Eterno è uno».
Dt 6,4,
conosciuto come Šema`, è stato da sempre la grande confessione
d’Israele. Questo verso, più di qualsiasi altro, è utilizzato per affermare il
fatto che Dio è uno, ed è spesso utilizzato per contraddire il concetto di
pluralità nella Deità. Ma è valido l’uso che viene fatto di questo verso?
Deve essere
subito notato che le parole «il nostro Dio», nel testo ebraico sono nella forma
plurale (’ëlōhênû), e letteralmente vogliono dire: «i nostri Dèi».
Tuttavia, l’enfasi principale è nella parola «uno», in ebraico ’eḥād.
Uno sguardo nel testo ebraico, dove la stessa parola viene utilizzata altrove,
mostra subito che la parola ’eḥād non significa «uno» in senso assoluto,
ma «uno» in senso composito.
Per esempio, in
Gn 1,5 la combinazione di «sera e mattina» costituiscono un giorno (’eḥād).
In Gn 2,24 un uomo e una donna s’uniscono insieme in matrimonio e i due «saranno
una stessa carne» (’eḥād). In Esd 2,64 ci è detto della
«radunanza tutt’assieme» (’eḥād), ma naturalmente era composta da
numerosa gente. Ez 37,17 fornisce uno straordinario esempio dove due bastoni
sono accostati l’uno all’altro per farne un solo pezzo (’eḥād).
Così, l’uso della parola ’eḥād, nelle Scritture, mostra d’essere
un’unità composta e non assoluta.
C’è una parola
ebraica che indica l’unità assoluta, ed è jeḥîd, che
si trova in molti passi (Gn 22,2,12; Gdc 11,34; Sal 22,20; 25,16; Pr 4,3; Gr
6,26; Am 8,10; Zc 12,10) in cui il significato è «unico». Se Mosè voleva
insegnare l’unità assoluta di Dio, in opposizione all’unità composta, questa
sarebbe stata una parola di gran lunga più appropriata. Infatti, Maimonide ha
notato la forza di «jeḥîd» e ha scelto d’usare questa parola
nei suoi «Tredici articoli di fede» al posto di ’eḥād. Eppure, Dt 6,4
(lo Šema`) non utilizza «jeḥîd» in riferimento a
Dio.
Nota redazionale: Per l’approfondimento della tematica, per la
rappresentazione di altri aspetti della questione e per una diversa
interpretazioni di questi elementi rispetto alle tesi sopra esposte,
cfr. queste opere:
■ Nicola Martella, Esegesi
delle origini,
Le Origini 2
(Punto°A°Croce, Roma 2006), pp.
13s (’ëlōhîm in Gn 1,1); pp. 74s («Facciamo…» in Gn
1,26 quale «plurale della deliberazione»); p. 258 («come uno di noi»
in Gn 3,22).
■ Nicola Martella, «Dio nella Genesi», Temi delle origini,
Le Origini 1
(Punto°A°Croce, Roma 2006), pp. 15-19 (’ëlōhîm,
’ëlôach,
Jahwè ’ëlōhîm e altri nomi di Dio).
■ Nicola Martella,
Manuale Teologico dell’Antico
Testamento(Punto°A°Croce,
Roma 2002): «Tremendo», pp. 365ss (’ëlōhîm); «Dio:
pluralità», pp. 141s; cfr. qui anche per l’antropologia biblica:
«Antropologia 3: componenti principali», pp. 89s.
1.2. DIO È ALMENO DUE: Elohim e Jahwè sono
applicati a due Personalità. Come per rendere più forte
l’idea della pluralità, ci sono situazioni nelle Scritture
ebraiche dove il termine Elohim è applicato a due
personalità nello stesso verso.
Un esempio è Sal
45,6s: «Il tuo trono, o Dio, è per ogni eternità; lo scettro del tuo regno è
uno scettro di dirittura. Tu ami la giustizia e odii l’empietà. Perciò Dio, il
Dio tuo, ti ha unto d’olio di letizia a preferenza dei tuoi colleghi».
Dovrebbe essere osservato che c’è un primo Elohim (v. 6) al quale vengono
rivolte le parole, e un secondo Elohim (v. 7) che è il Dio del primo Elohim. E
così l’Iddio di Dio l’ha unto con l’olio di letizia.
Un secondo
esempio è Os 1,7: «Ma avrò compassione della casa di Giuda; li salverò
mediante l’Eterno, il loro Dio; non li salverò mediante arco, né spada, né
battaglia, né cavalli, né cavalieri». Chi parla è Elohim che dice che egli
avrà compassione della casa di Giuda e li salverà mediante Jahwè, il loro Elohim.
Così Elohim numero uno salverà Israele per mezzo d’Elohim numero due.
Non solo Elohim
è applicato a due personalità nello stesso verso, ma è così anche per Jahwè, il
nome personale di Dio. Un esempio è in Gn 19,24: «Allora l’Eterno fece
piovere dai cieli su Sodoma e Gomorra zolfo e fuoco, da parte dell’Eterno».
Vediamo chiaramente che Jahwè fa piovere zolfo e fuoco da un secondo Jahwè che è
in cielo, mentre il primo è sulla terra.
Un secondo
esempio è Zc 2,8s: «Poiché così parla
l’Eterno degli eserciti: È per rivendicare la sua gloria, ch’egli mi ha
mandato verso le nazioni che hanno fatto di voi la loro preda; perché chi tocca
voi tocca la pupilla dell’occhio suo; infatti, ecco, io sto per agitare la mia
mano contro di loro, ed esse diventeranno preda di quelli ch’erano loro
asserviti, e voi conoscerete che l’Eterno
degli eserciti m’ha mandato». Anche qui vediamo che un Jahwè manda un
altro Jahwè a eseguire un compito specifico.
Nota redazionale: È evidente che tali versi si possano intendere
anche in altro modo. È probabile che qui si «cavilli» con una mentalità
analitica occidentale su una particolarità scontata del linguaggio
ebraico, in cui — come in tanti altri versi — il soggetto e lo strumento
si confondono e in cui una persona può parlare di sé in terza persona
(Mt 25,34.40). Ecco qui di seguito solo alcuni esempi.
Secondo tale logica ci sarebbero ad esempio due Gesù (!): «E
Gesù gli disse: “Le volpi
hanno delle tane e gli uccelli del cielo dei nidi, ma il
Figlio dell’uomo non ha
dove posare il capo”» (Mt 8,20). «E Gesù, conosciuti i loro
pensieri, disse: “…Or affinché sappiate che il Figlio dell’uomo ha sulla
terra
di rimettere i peccati: Lèvati (disse al paralitico),
prendi il tuo letto e vattene a casa”» (Mt 9,4.6). Questo schema si
ripete per circa 27 volte nel solo Evangelo di Matteo. Ci sono quindi
due Gesù? Cfr. Mt 10,22s (a motivo del mio nome… prima che il Figlio
dell’uomo sia venuto); Mt 11,18s (è venuto Giovanni… È venuto il Figlio
dell’uomo); Mt 12,6.8 (Or io vi dico che… perché il Figlio dell’uomo è);
Mt 12,31 (Perciò io vi dico… chiunque parli contro il Figlio dell’uomo);
Mt 13,37.41 (Ed egli, rispondendo, disse loro: Colui che semina la buona
semenza, è il Figlio dell’uomo… Il Figlio dell’uomo manderà); Mt 16,13
(Poi Gesù… domandò…: Chi dice la gente che sia il Figlio dell’uomo?); Mt
16,24.27s (Allora Gesù disse ai suoi discepoli:… il Figlio dell’uomo
verrà… finché non abbiano visto il Figlio dell’uomo); Mt 17,9.12 (Gesù
diede loro quest’ordine: Non parlate di questa visione ad alcuno, finché
il Figlio dell’uomo sia risuscitato dai morti… così anche il Figlio
dell’uomo); Mt 17,22 (Gesù disse loro: Il Figlio dell’uomo sta per); Mt
18,11; Mt 20,17s (Gesù… disse loro:… il Figlio dell’uomo sarà dato); Mt
20,25.28 (Ma Gesù… disse:… appunto come il Figlio dell’uomo); Mt
24,25.27.30.37.39.44 (Ecco, ve l’ho predetto… così sarà la venuta del
Figlio dell’uomo… apparirà nel cielo il segno del Figlio dell’uomo… e
vedranno il Figlio dell’uomo, ecc.); Mt 25,31; Mt 26,1s (Gesù… disse… il
Figlio dell’uomo sarà consegnato); Mt 26,23s (Ma egli, rispondendo,
disse:… quello mi tradirà… ma guai a quell’uomo per cui il Figlio
dell’uomo è tradito!); Mt 26,45; Mt 26,63s (E il sommo sacerdote gli
disse: “Ti scongiuro per il Dio vivente a dirci
se tu sei il Cristo, il
Figlio di Dio”. Gesù gli rispose: “Tu l’hai detto; anzi
vi dico che da ora innanzi
vedrete il Figlio dell’uomo
sedere alla destra della Potenza, e venire su le nuvole del cielo”).
Cfr. anche Mt 22,41s.
Paolo parlò di se in terza persona: «Voglio
dire che ciascun di voi dice: “Io sono di
Paolo; e io d’Apollo; e io
di Cefa; e io di Cristo”» (1 Cor 1,12). «Nessuno dunque si glori
degli uomini, perché ogni cosa è vostra: e
Paolo, e Apollo, e Cefa, e
il mondo, e la vita, e la morte, e le cose presenti, e le cose future,
tutto è vostro» (1 Cor 3,21s). «Bisogna gloriarmi: non è cosa
giovevole, ma pure, io verrò
alle visioni e alle rivelazioni del Signore.
Io conosco un uomo in
Cristo, che quattordici anni fa… E so che
quel tale…
Di quel tale io mi glorierò;
ma di me stesso non mi
glorierò se non nelle mie debolezze. Che se pur
io volessi gloriarmi… E
perché io non avessi ad
insuperbire a motivo della eccellenza delle rivelazioni…» (2 Cor
12,1ss).
Davide parlò di sé in terza persona: «Davide disse a
Saul: “Perché dai tu retta alle parole della gente che dice:
Davide cerca di farti del
male?”… l’Eterno t’aveva dato oggi
nelle mie mani…
io quindi non ti metterò
le mani addosso. Contro chi
è uscito il re d’Israele? Chi
vai tu perseguitando? Un can morto, una pulce» (1 Sm 24,10s.14s).
Cfr. anche 2 Sm 7,18 (1a persona) con vv. 19ss.25-29 (3a
persona); si noti v. 18 («Davide...
disse: Chi sono io...?») con v. 26 («La casa del tuo servo
Davide sia stabile dinanzi a te»): quanti Davide c'erano?
1.3. DIO È TRE
■ Quante
Persone ci sono?: Se le Scritture ebraiche parlano effettivamente d’una
pluralità, la domanda che si presenta è: quante personalità esistono nella
Deità? Abbiamo già visto i nomi di Dio applicati ad almeno due personalità
diverse. Investigando le Scritture troviamo che tre, e solo tre, distinte
personalità sono considerate divine.
● 1.
Primo, ci sono le numerose volte dove si parla di Dio come il Signore Jahwè.
Questo utilizzo è così frequente che non è necessario parlarne ancora.
● 2. Una
seconda manifestazione di Dio è menzionata come «l’Inviato di Jahwè». Egli è
considerato sempre distinto da tutti gli altri angeli ed è univoco. In quasi
ogni passo dove è menzionato, si parla di lui sia come l’Angelo di Jahwè che
come Jahwè stesso. Per esempio in Gn 16,7 è chiamato l’Angelo di Jahwè, ma in Gn
16,13 è chiamato Jahwè. In Gn 22,11 egli è l’Angelo di Jahwè, ma in 22,12 è Dio
stesso. In Gn 31,11 è l’Angelo di Dio, ma nel v. 13 è il Dio di Bethel. In Es
3,2 è l’Angelo di Jahwè, ma nel v. 4 è Jahwè e Dio. In Gdc 6,11,12,20-22a è
l’Angelo di Jahwè, ma è Jahwè nei vv. 14,16.22b.23. In Gdc 13,3,21 è l’Angelo di
Jahwè, ma nel v. 22 è Dio.
Un passaggio
molto interessante è Es 23,20-23 dove quest’angelo ha il potere di perdonare o
di non perdonare il peccato perché il nome di Dio (Jahwè) è in lui e, quindi,
egli deve essere ubbidito senza condizioni. Questo non può essere detto d’un
qualunque altro angelo. Il fatto che il nome proprio di Dio è in quest’angelo
mostra il suo status divino.
● 3. Una
terza personalità è lo Spirito di Dio, spesso chiamato semplicemente il Ruach
Ha-kodesh. Ci sono molti riferimenti allo Spirito di Dio, tra cui Gn 1,2; 6,3;
Gb 33,4; Sal 51,11; 139,7; Is 11,2; 63,10,14. Lo Spirito Santo non può essere
una semplice emanazione perché ha tutte le caratteristiche della personalità
(intelletto, emozione e volontà) ed è considerato divino.
Ci sono, quindi,
diverse parti delle Scritture ebraiche che mostrano che tre personalità sono
menzionate come divine: il Signore Jahwè, l’Angelo di Jahwè e lo Spirito di Dio.
Nota redazionale: È evidente che tali versi si possano intendere
anche in altro modo. In effetti si tratta di una teofania o manifestazione
di Dio. La differenza è che «l’Inviato di Jahwè» è una manifestazione
sensibile e percettibile (non è un «angelo», ma una teofania!), mentre la «rûach
[di] Jahwè» è una manifestazione invisibile e spirituale, sebbene reale. In
Ag 2,4s le espressioni «io sono con voi» e «il mio Spirito dimora
tra voi» si corrispondono.
Per l’approfondimento della tematica, per la rappresentazione di altri
aspetti della questione e per una diversa interpretazioni di questi elementi
rispetto alle tesi sopra esposte, cfr. queste opere:
■ Nicola Martella, Esegesi
delle origini,
Le Origini 2
(Punto°A°Croce, Roma 2006), pp. 24-31
(rûach ’ëlōhîm
in Gn 1,2).
■ Nicola Martella,
Manuale Teologico dell’Antico
Testamento(Punto°A°Croce,
Roma 2002): «Manifestazioni di Dio», pp. 224-227; «Spirito di Dio», pp.
336ss; «Teofania», pp. 351s.
■ Le tre
personalità nello stesso passo: Nelle Scritture troviamo anche che tutte e
tre le personalità della Deità sono menzionati in singoli brani. Due esempi sono
in Is 48,12-16 e Is 63,7-14.
Nel primo è
detto: «Ascoltami, o Giacobbe, e tu, Israele, che io ho chiamato. Io sono
Colui che è; io sono il primo, e sono pure l’ultimo. La mia mano ha fondato la
terra, e la mia destra ha spiegato i cieli; quand’io li chiamo, si presentano
assieme. Adunatevi tutti quanti, e ascoltate! Chi tra voi ha annunziato queste
cose? Colui che l’Eterno ama eseguirà il suo volere contro Babilonia, e leverà
il suo braccio contro i Caldei. Io, io ho parlato, io l’ho chiamato; io l’ho
fatto venire, e la sua impresa riuscirà. Avvicinatevi a me, ascoltate questo:
Fin dal principio io non ho parlato in segreto; quando questi fatti avvenivano,
io ero presente; e ora, il
Signore, l’Eterno, mi manda col
suo spirito».
Dovrebbe essere
osservato che colui che parla si riferisce a se stesso come a colui che ha
creato i cieli e la terra. È chiaro che egli non può essere qualcuno diverso da
Dio. Ma nel v. 16, colui che parla e che utilizza i pronomi in prima persona
«io» e «mi», si distingue da altre due personalità. Egli si distingue dal
Signore Jahwè e dallo Spirito di Dio. Qui le Scritture ebraiche ci stanno
presentando la tri-unità.
Nel secondo
brano (Is 63,7-14), c’è una riflessione retrospettiva al tempo dell’Esodo, dove
tutte e tre le personalità erano presenti e attive. Il Signore Jahwè è
menzionato nel v. 7, l’Angelo di Jahwè nel v. 9 e lo Spirito di Dio nei vv.
10,11.14. Mentre nel resto delle Scritture Dio parla di se stesso come l’unico
autore della redenzione d’Israele dall’Egitto, in questo brano il merito viene
dato a tre personalità. Ma non c’è contraddizione perché tutte e tre
costituiscono l’unità della Deità.
Troviamo lo
stesso insegnamento su Dio anche nel Sal 2 dove leggiamo che lo Spirito Santo,
il Ruach Hakodesh, dice attraverso Davide: «Io spiegherò il decreto: L’Eterno
mi disse: Tu sei il mio figlio, oggi io t’ho generato» (Sal 2,7).
Qui abbiamo lo
Spirito Santo che parla attraverso di Davide (cfr. Atti 4,25) e nello stesso
tempo istruisce Davide, che l’Eterno, che in ebraico è il nome ineffabile di
Jahwè, ha un Figlio generato in maniera soprannaturale. Forse lo stesso re
Davide non ha compreso completamente le parole ispirate che ha scritto per lo
Spirito Santo; ma egli non ha scritto questo per fare in modo che fraintendiamo.
Dio, che è onnipotente, manifesta se stesso come una tri-unità.
Nota
redazionale: È evidente che tali versi si possano intendere anche in
altro modo all’interno del loro contesto storico, linguistico, teologico
e culturale. In questo luogo sarebbe troppo lunga la rappresentazione.
1.4. LA TRINITÀ È GIUDAICA?: Ma un tale
concetto è giudaico? Non può essere un concetto gentile o
pagano che si è infiltrato in qualche modo nelle Sacre
Scritture come qualcuno ha voluto insinuare? No, quest’era
ed è una concezione giudaica del Dio creatore e che si
relaziona con il suo popolo Israele in maniera una e trina.
La seguente citazione lo conferma. Pr 22,20 recita: «Non
ho io già da tempo scritto per te (ebraico: triplice)
consigli e insegnamenti». Su questo Rabbi Joshua bar
Nehemiah ha detto che questa è la Torà le cui lettere sono
triplici, e il tutto è una trinità: la Torà è trinitaria,
poiché è composta dalla Torà, dai Profeti e dagli Scritti.
La Mishna è una trinità composta di talmud (insegnamento)
halakhot (leggi giudaiche per tutti i giorni) e haggadot
(articoli storici). I mediatori d’Israele erano una trinità:
Mosè, Aaronne e Miriam. Le preghiere sono una trinità:
preghiere del mattino, del pomeriggio e della sera. Israele
è una trinità, essendo formato da Sacerdoti, Leviti e
Israeliti. Il nome Mosè in ebraico è formato da tre lettere.
Egli è della tribù di Levi, anch’esso formato da tre lettere
ebraiche. Tre sono i patriarchi: Abrahamo, Isacco e
Giacobbe. Nel terzo
mese che è il mese di Sivan (dopo Nisan e Ijar) il popolo è
arrivato al monte Sinai le cui lettere sono tre (Midrash
Tanhuma).
Nota redazionale: Pr 22,20 è un brano troppo difficile per trarre
tali certezze. La Elberferder traduce qui: «Non ti ho io già scritto
trenta [massime] con consigli e conoscenza». Nella nota
afferma: «Testo masoretico nella forma scritta: “Non ti ho io già
scritto l’altrieri”; nella forma di lettura: “Non ti ho io già
scritto sentenze”»; ma la traduzione è insicura.
A ciò si aggiunga che tali riflessioni di del rabbino nominato
nulla hanno a che fare con una trinità teologica.
L’autore dello Zohar (opera mistica rabbinica) ha intuito la
pluralità nel Tetragramma (JHWH,
Jahwè) e ha scritto: «Venite a vedere il mistero
della parola Jahwè: ci sono tre lettere diverse: tuttavia
esse sono Uno, e così unite che non possono essere separate.
L’Antico di giorni e Santissimo è rivelato con tre teste,
che sono unite in una e quella testa è tre volte esaltata.
L’Antico di giorni è descritto come tre: perché tutte le
altre luci emanate da lui sono incluse nei tre. Ma come
possono tre nomi essere uno? Sono realmente uno, solo perché
li chiamiamo uno? Che tre possono essere uno può essere
conosciuto solo attraverso la rivelazione dello Spirito
Santo» (Zohar, Vol III, 288; Vol II, 43, Edizioni ebraiche.
Vedi anche edizione Soncino Press, Vol III, 134).
Nota
redazionale: Non bisogna dimenticare che l’opera mistica Sefer
ha-Zohar proviene dal filone della cabala e della gnosi giudaica ed è
sorta per mano di Mosè di León (1250-1305), che scrisse diverse opere
simili. A ciò si aggiunga che questo autore ricorse alla lingua aramaica
e spacciò la sua opera per quella di Simeon Bar Yohai, un eminente
saggio tumuldico del 3° secolo! Non si può certamente usare questo testo
per interpretare l’AT!
Se, secondo i rabbini, Dio ha fatto tutto e ha organizzato
tutto in maniera trinitaria, quindi deve anche essere
ebraico e biblico sapere che Dio stesso è una Trinità. Egli
si è manifestato come Salvatore, Messia, e Figlio di Dio
nella persona di Gesù. Egli ha quindi fatto scendere lo
Spirito Santo, il Ruach Hakodesh, sugli apostoli nel terzo
mese, la festa di šābu`ōt,
la festa della perfezione, celebrata dopo aver contato sette
volte sette.
Nota redazionale: È evidente che la Trinità (o tri-unità) sia una
rivelazione di Dio data alla chiesa all’interno del nuovo patto.
Retro-proiezioni di contenuti del NT sull’AT non aiutano al riguardo.
Infatti, nella storia e nella teologia c’è un prima e c’è un dopo. La
rivelazione è progressiva. L’incarnazione e Pentecoste sono i due
momenti particolari in cui Dio rivelò la sua natura trina e unitaria in
modo chiaro ed evidente. Chi cerca di trovare indizi, dove non ci sono,
ingrandisce pulci facendone elefanti. Ciò impedisce però di analizzare e
trattare i testi per ciò che sono, per arricchirsi di ciò che veramente
c’è.
Nei brani profetici, bisogna distinguere dove parla Dio e dove lo
fa il profeta, altrimenti si attribuisce a Dio ciò che dice il suo
portavoce. Lo stesso dicasi dei brani in cui parlano sia Dio che il
futuro Messia.
1.5. CONCLUSIONE: L’insegnamento delle
Scritture, quindi, è che c’è una pluralità nella Deità. Una
persona è sempre chiamata Jahwè, mentre a un’altra persona
sono dati i nomi di Jahwè e del Servo di Jahwè (o Angelo di
Jahwè). Coerentemente, la seconda persona è inviata dalla
prima persona. Una terza persona è menzionata come lo
Spirito di Jahwè o lo Spirito di Dio o lo Spirito Santo.
Anch’egli è inviato dalla prima persona, ma è in relazione
al ministero della seconda persona.
Se il concetto
della Tri-unità di Dio non è giudaico secondo i rabbini, allora non lo sono
neanche le Scritture ebraiche. I cristiani non possono essere accusati d’essere
scivolati nel paganesimo quando dicono che Gesù è il Figlio divino di Dio.
Nota
redazionale: Questo modo di procedere è tipico dell’approccio
dogmatico alle Scritture: si afferma che in essa si trovi qualcosa,
semplicemente suggerendone l'esistenza a priori e interpretando poi
alcuni brani in tal senso. Chi procede così, in genere non è
interessato a verificare se non ci siano altre spiegazioni per le stesse
cose, magari più aderenti alla globale teologia dell’AT, alla
grammatica, al modo di pensare ed esprimersi degli ebrei. Che questo
modo di pesare ellenistico provenga proprio dal mio amico Argentino, che
si batte per il pensiero ebraico, mi meraviglia! L’approccio esegetico è
diverso, poiché rispetta sempre il testo nel suo contesto (storico,
letterario, culturale, ecc.), tiene presente i destinatari, la teologia
globale dell’AT, lo sviluppo della rivelazione e il mutamento di patto.
L’approccio eisegetico (proiettivo) mette spesso tante pulci insieme
fino a creare un elefante, poi sembra che lo sia, da una certa distanza;
ma guardando più da vicino, ci si rende conto che non è un elefante, ma
miriadi di pulci.
2. LA LUCE DEL NUOVO TESTAMENTO:
In coerenza con gli insegnamenti delle Scritture ebraiche, il Nuovo Testamento
riconosce chiaramente che ci sono tre persone nella Deità, ma è molto più
specifico. La prima persona è chiamata il Padre mentre la seconda persona è
chiamata il Figlio. Il Nuovo Testamento risponde alla domanda di Pr 30,4: «…Qual
è il suo nome e il nome del suo figlio? Lo sai tu?». Il nome del figlio è Jeshua
(Gesù). In accordo con le Scritture ebraiche, egli è stato mandato da Dio per
essere il Messia.
Inoltre, egli è
stato mandato per uno scopo preciso: morire per i nostri peccati. In sostanza,
quello che è accaduto è che Dio è diventato un uomo (non che l’uomo è diventato
Dio) per compiere l’opera d’espiazione.
Il Nuovo
Testamento chiama la terza persona della Deità lo Spirito Santo. In tutto il
Nuovo Testamento egli è in relazione all’opera della seconda persona, anche qui
in accordo con l’insegnamento delle Scritture ebraiche. Vediamo, dunque, che c’è
continuità nell’insegnamento tra le Scritture ebraiche e il Nuovo Testamento
riguardo la Tri-unità di Dio.
Nota
redazionale: Ciò che l’autore afferma sulla rivelazione detta
Trinità nel NT è giusto. La presunta «continuità nell’insegnamento tra
le Scritture ebraiche e il Nuovo Testamento riguardo la Tri-unità di
Dio» è basata su un falso sillogismo. Un «mistero» rimane tale
fintantoché non è rivelato. La rivelazione è progressiva. Il «mistero»
tenuto nascosto fin dalla fondazione del mondo, è stato svelato nel
nuovo patto. Altrimenti che «mistero» è, se già si sapeva? Per
l'approfondimento cfr.
► Mistero nel NT.
3. TRINITÀ E SENSO COMUNE: Ma
tre possono essere uno? Il senso comune si ribella a questa dichiarazione? Non
dobbiamo forse ammettere che Dio o è Uno o è Tre? Non è così. Di fatto tutto
quello con cui veniamo in contatto non è un concetto matematico d’uno, ma di
solito è un composto trinitario. L’antico filosofo greco ragionava senza
conoscere l’atomo, ma era colpito dal fatto che una mucca nera, che mangiava
erba verde, dava latte bianco. Tutte le cose sono composte di milioni e bilioni
d’atomi; ma l’atomo è una trinità composta di protone, elettrone e nucleo.
In Rm 1,20 Paolo
si serve della creazione del kosmos per dimostrare la Divinità (theiotēs).
L’universo è una tri-unità di spazio, tempo e materia. Ognuno di questi a sua
volta è una tri-unità. Lo spazio è formato da lunghezza, larghezza e profondità
(o altezza); il tempo è formato da passato, presente e futuro; la materia è
energia, movimento e sostanza. Troviamo l’illustrazione del tre in uno anche nel
caso della luce del sole, calore e raggi ultra-violetti o nella forma che può
prendere l’acqua (H2O) come
liquido, ghiaccio e vapore.
Nota
redazionale: Di là di Rm 1,20 (che non parla di Trinità), il resto è
romantico e interessante, ma non dimostra nulla.
4. QUAL È IL SIGNIFICATO PER NOI?:
Ora dobbiamo solo rispondere alla domanda: «Qual è l’importanza di tutto
questo?». La risposta è che l’importanza è grande. Dimostra la verità della
Parola di Dio. Ma la cosa più importante è quello che ha detto il Messia Gesù, «Poiché
Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché
chiunque credere in lui non perisca, ma abbia vita eterna» (Gv 3,16). Volete
aver pace nel vostro cuore e pace con il vostro Creatore? Ricevete questo dono
di Dio; confessate i vostri peccati e credete nel Figlio di Dio, il Korban
(sacrificio). Allora sarete salvati e avrete pace perfetta nei vostri cuori. «Ma
a tutti quelli che l’hanno ricevuto egli ha dato il diritto di diventar
figliuoli di Dio; a quelli, cioè, che credono nel suo nome» (Gv 1,12).
Nota
redazionale: Per un maggiore approfondimento delle questioni, si
rimanda anche in Nicola Martella, Chi dice la gente che io sia?Offensiva intorno a Gesù 1(Punto°A°Croce, Roma 2000), la sezione
«La questione giudaica», pp. 74-138; specialmente agli articoli: «La
deità del Messia», pp. 109-126; «La supremazia divina del Messia», pp.
127-138.