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▼ 1.
Domande scottanti
▼ 2.
Entriamo in tema
▼ 3.
L’aspetto positivo dell’elezione
▼ 4.
Il problema dell’elezione
▼ 5.
Aspetti conclusivi |
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1.
DOMANDE SCOTTANTI: Mi
arrivano spesso lettere che chiedono spiegazioni sulla «(doppia)
predestinazione» e su Rm 9. Eccone una delle ultime: «Vorrei sapere come lei
interpreta il capitolo 9 di Romani. Recentemente io ed un mio fratello
calvinista ne abbiamo discusso e, anche se non mi piace per nulla, mi sembra che
la sua interpretazione predestinazionista sia corretta, anche se non mi convince
che Dio faccia delle persone per la perdizione» {Marco Solaris; 18-01-2008}.
Gli risposi
quanto segue. È da mesi che ho scritto l’articolo «Romani 9,14-24 nel suo
contesto», ma non l’ho ancora messo in rete per diversi motivi... Poi, ogni
volta bisogna prepararsi a veementi reazioni da parte di calvinisti militanti…
Conosco le interpretazioni calviniste dei Rm 9, ma non mi convincono. Se
l’elezione e la predestinazione fossero irresistibili, proprio il «popolo del
patto» e «popolo eletto» in questo capitolo ci fanno una brutta figura e
smentiscono tale ideologia; di fatto Dio avrebbe fallito.
Poi gli feci
riferimento a vari articoli su calvinismo, elezione, predestinazione e doppia
predestinazione già presenti sul sito. [p.es. ►
Elezione; ►
Predestinazione; ►
Predestinazione doppia] Infine gli feci la seguente raccomandazione:
Guardati dalle ideologie. Quelle religiose sono più perniciose, poiché
strumentalizzano la Bibbia. Esse semplificano cose che sono molto più complesse
e che in parte sono avvolte dal mistero divino.
Il lettore mi
rispose come segue, ponendo questioni specifiche. «Le osservazioni che
hai fatto nel sito sono molto interessanti, e anche convincenti. Quello che
onestamente mi turba spiritualmente sono ancora questi versi che seguono. Ti
garantisco che non sono affatto calvinista, e non credo nelle ideologie, ma
cerco anche io nel mio piccolo di fare esegesi delle Scritture, il mio problema
è che qui le Scritture mi dicono proprio ciò che non mi piacerebbe sentire, mi
spiego? Vorrei trovare una interpretazione logica e coerente di Rm 9,16-18,
che non sia quella calvinista, ma onestamente non ci riesco.
Se il vangelo
è offerto a tutti e chi vuole credere viene salvato, costui lo fa solo perché
Dio lo muove in tal senso, come pure muove a indurimento altri. Questo mi dà
un’idea molto negativa di Dio, come il dio capriccioso del corano, però se
diciamo che salvarsi o dannarsi non dipende solo da Dio, ma che dipende dalla
nostra libera scelta di correre verso Dio e volere la salvezza, diciamo l’esatto
opposto del v. 16!
Inoltre c’è
Rm 9,19s. Ho letto nel tuo sito che fai l’esempio di Dio che rimprovera
Caino di non peccare e lo invita all’ubbidienza come prova del libero arbitrio.
Ebbene qui Paolo sembra che risponda proprio a questo tipo d’obiezione: Anche
se Dio rimprovera tutte le persone d’essere peccatori ed è Lui a decidere a chi
accordare fede o incredulità, non sta a noi giudicarlo.
Studiando il
brano mi sono reso conto che leggendo il capitolo 9 di Romani dando per scontata
la scelta sovrana di Dio, il brano diventa chiarissimo; e se si cercano di dare
altre interpretazioni, s’arriva a dovere parlare continuamente d’un tema diverso
senza connessioni logiche». {Marco Solaris; 18-01-2008}.
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2.
ENTRIAMO IN TEMA: I versi
di Romani 9,14-24 vengono continuamente tolti dal loro contesto naturale e posti
su un piano filosofico-dogmatico, per attestare la «doppia predestinazione»,
ossia a salvezza e a perdizione. Ci preme quindi di verificare se le cose stanno
proprio così.
Ribadiamo che
Dio nella sua sovranità ha tutto il diritto di scegliere chi vuole, di innalzare
o abbassare, creare o distruggere. Ha quindi anche la libertà e il diritto di
salvare o perdere. Alla domanda se Dio abbia fatto così nella storia, stanno in
evidente contrasto versi come Gv 3,16 e 1 Tm 2,4,
brani in cui non si parla di elezione o predestinazione e che non si possono
restringere arbitrariamente solo agli eletti.
Notiamo che su
questo tema si attivano continuamente le malsane scorciatoie dogmatiche della
«doppia predestinazione» (Dio ha [pre]destinato gli uni a salvezza e gli altri a
perdizione) e dell’universalismo (Dio alla fine salverà tutti). Per evitare tali
scorciatoie dogmatiche e razionalistiche, bisogna lavorare esegeticamente!
Allora si scoprirà che esiste una «verità multipolare»: da una parte, c’è
il diritto di Dio (libertà, sovranità) e, dall’altra, c’è la sua volontà di
salvare tutti gli uomini, avendo riconciliato con sé in Cristo ogni cosa (2 Cor
5,19). Fare qui una scelta discriminante per la tesi o l’antitesi oppure creare
un’artificiosa sintesi porta a risultati ideologici «affascinanti» o a dogmi
facili e «coerenti», ma significa anche non cogliere l’intera realtà della
questione, che si può comprendere solo in modo multipolare; ciò significa
altresì la superbia di non lasciare «l’ultimo mistero» in Dio e l’ultima parola
a Lui. [►
Multipolarità; ►
Multipolarità in elezione e predestinazione]
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3.
L’ASPETTO POSITIVO DELL’ELEZIONE:
Si cita volentieri Rm 9,14-24, riportando la risposta di Paolo, ma si dimentica
la domanda; e altresì, decontestualizzando il tutto, si pongono questi
versi su un piano universale, dimenticando la contingenza storica
specifica. La domanda che bruciava nel cuore dei credenti romani, in gran parte
giudei (Rm 16), era perché proprio il popolo eletto (Israele), detentore di
adozione, patti, promesse, culto legittimo e quant’altro (Rm 9,1-5), avesse così
miseramente fallito riguardo a Gesù, sebbene come Messia fosse provenuto
«secondo la carne» proprio da loro (v. 5).
La risposta di
Paolo fu storica e teologica. Per capirla bisogna comprendere che i Giudei
credevano di essere a posto (salvati) già per il fatto di essere il popolo
eletto (cfr. Gv 8,33ss). Egli ribadì subito che non era la «parola di Dio» (= le
promesse divine) a essere deficitaria! Ma sebbene Israele sia il popolo eletto
(l’elezione è semplicemente il piano di Dio nella storia!), «non tutti i
discendenti da Israele sono Israele» (Rm 9,6), ossia l’appartenenza razziale
al popolo eletto da sola non basta, se non ci si decide a entrare nel patto di
Dio. Non basta neppure essere etnicamente figli d’Abramo (v. 7). Paolo, per far
capire questa verità storica e teologica, distinse nettamente fra una nascita
naturale e una spirituale: «Non i figli della carne sono figli di Dio: ma i
figli della promessa sono considerati come discendenza» (v. 8). Poi mostrò
nel caso di Isacco e di Giacobbe ed Esaù questo principio della razza (figli
della carne) e della grazia (figli della promessa; vv. 9-13). Usando
l’esempio storico di Giacobbe e di Esaù, Paolo evidenziò che doveva rimanere «fermo
il proponimento dell’elezione di Dio, che dipende non dalle opere ma dalla
volontà di colui che chiama» (v. 11); è interessante notare che il piano
storico di Dio venga descritto come «proponimento dell’elezione di Dio».
Si noti che fin qui tutto giocava a favore
d’Israele (vv. 12s). Si noti pure che Paolo, illustrando la scelta
storica di Dio riguardo a chi doveva essere il detentore delle sue promesse, non
pose la questione della salvezza, ma solo quella della differenza fra «razza»
(carne) e «promessa»; è chiaro che anche i «figli della carne» potevano
essere salvati, se entravano nel patto, le cui promesse erano state affidate ai
«figli della promessa».
Questa
differenza fra «razza» (popolo del patto) e «figli della promessa»
(«resto fedele») fu ripresa da Paolo (ma anche da Gesù, Gv 8) per i rapporti
esistenti all’interno d’Israele, tutto in conformità a ciò che avevano detto già
anticamente i profeti (vedi sotto).
Si noti ora
che i versi sopra citati si inseriscono proprio in tale contesto positivo per
Israele (= Giacobbe) a discapito di Esaù; togliendo dal contesto tali
versetti, si fa un’ingiustizia storica e teologica. Se noi fossimo Israeliti,
non reputeremmo che Dio abbia fatto delle ingiustizie, scegliendo noi ed
esercitando nei nostri riguardi misericordia e compassione (vv. 14s) ed
evidenzieremmo subito con Paolo che la misericordia di Dio è insindacabile (v.
16). Poi Paolo portò il caso storico del tempo dell’esodo, quando Dio indurì il
cuore del Faraone (v. 17; Es 4,21; 7,3; 9,12; 10,20.27; 11,10; 14,4.8.17), che
per altro lo aveva indurito anche di suo verso di Dio (Es 7,13.22; 8,19; 9,35).
Si noti come secoli dopo sacerdoti e indovini dei Filistei abbiano usato solo
l’aspetto antropologico della questione (ciò che fece il Faraone) per esortare
sul daffare (1 Sm 6,6); si noti che anche qui la questione aveva un carattere
storico e non soteriologico: Dio usava i fatti storici contingenti per palesare
al mondo la sua potenza e il suo «nome» (= persona, autorità). Paolo concluse
con il diritto divino a esercitare misericordia e indurimento secondo il suo
arbitrio (v. 18). Ricordiamo ancora che
fin qui tutto aveva un carattere positivo per Israele. Inoltre le
argomentazioni erano di carattere storico, non soteriologico.
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4.
IL PROBLEMA DELL’ELEZIONE
4.1. UN
PRINCIPIO ANALOGO NEL NUOVO PATTO: Gli interlocutori di Paolo gli fecero
notare che, stando così le cose (volontà divina insindacabile), non si capiva
perché Dio si lagnasse ancora o rimproverasse ancora (v. 19). Paolo non diede
una risposta logica a tali obiezioni retoriche, ma evidenziò il diritto di Dio
come quello del vasaio verso l’argilla, ossia di fare vasi per un uso nobile e
per un uso ignobile (vv. 20s). Così applicò lo stesso principio applicato sopra
a Giacobbe e a Esaù ai credenti della chiesa. Si noti che Paolo lasciò
tutto in un mistero, che risiede in Dio, e non rispose in modo esauriente e
razionale a tutte le questioni, ma presentò nuovamente il diritto di Dio di
agire come vuole verso i «vasi d’ira preparati per la perdizione» e i «vasi
di misericordia che aveva già innanzi preparati per la gloria» (vv. 22s). E
poi concluse, come già detto, applicando il principio positivo — usato
precedentemente per l’Israele storico — ai credenti della chiesa (Giudei e
Gentili), affermando che Dio ha anche chiamato tali «vasi di misericordia»
(v. 24).
Paolo ritornò
alla questione del fallimento storico d’Israele riguardo a Gesù quale Messia.
Egli mostrò che Dio aveva parlato già in Osea della futura accettazione del popolo
ripudiato (si tratta qui d’Israele!), per fare dei ritornati dei «figli del
Dio vivente» (Rm 9,25s; Os 1,10; 2,23). Tornando però alla differenza fra
massa e «resto fedele», evidenziò con Isaia che alla fine dei tempi il «rimanente
solo sarà salvato» (Rm 9,27s; Is 10,22s). Per spiegare ciò, riportò un’altra
parola d’Isaia pronunciata durante il pesante assedio assiro contro Gerusalemme
(Rm 9,29; Is 1,9).
4.2. LA
RESPONSABILITÀ UMANA: Infine Paolo affrontò la questione «perché i
Gentili sì e Israele no». Qui mostrò praticamente l’altra parte della medaglia,
l’altro polo della questione. Se la scelta storica insindacabile di Dio era
tutta a favore d’Israele, essendo il suo piano storico-salvifico e le sue
promesse incentrate sulla linea Abramo - Isacco - Giacobbe - Israele (vv. 4ss),
sul piano pratico non possono essere sorvolate o taciute le responsabilità
storiche e teologiche degli Israeliti (cfr. Gv 1,11). Questo è l’altro «polo
della questione». Per capire la verità, essendo correttamente accessibile a noi
solo in modo multipolare, dobbiamo tener presenti tutti e due gli aspetti della
questione.
Perciò Paolo,
parlando ora sul piano soteriologico della «giustizia che viene dalla fede»,
mostrò che i Gentili l’anno conseguita (pur non cercandola; Rm 9,30), mentre «Israele,
che si protendeva verso una legge della giustizia, non ha conseguito la legge»
(v. 31). La motivazione è data dal fatto che Israele non ha agito «per fede,
ma per opere» (v. 32). Così gli Israeliti nel complesso, pur essendo il
popolo eletto, pur avendo tutti i privilegi sopra elencati e pur procedendo il
Messia-Re proprio da loro (v. 4s), avevano storicamente intoppato,
rifiutando Gesù quale Cristo (v. 32s) e quindi la salvezza. Tutto il discorso
venne poi portato avanti in Rm 10s. Si noti che Paolo continuò ribadendo che
stava pregando Dio per la loro salvezza! (Rm 10,1). Evidenziò nuovamente il
fatto che essi, ignorando la giustizia di Dio (quella mediante la fede) e
sottraendosi a essa, avevano cercato di stabilire la loro propria giustizia (v.
3). Perciò, nella loro ignoranza (v. 2), non avevano compreso la cesura storica
e salvifica: «Il termine della legge è Cristo, per essere
giustizia a ognuno che crede» (v. 4). E così via.
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5.
ASPETTI CONCLUSIVI: Per
trarre, quindi, un bilancio di Rm 9, bisogna asserire la validità della «verità
multipolare»: l’elezione insindacabile di Dio verso Israele non ha protetto
gli Israeliti nel loro complesso dal fallire storicamente e teologicamente,
allorquando hanno cercato di essere giustificati per le proprie opere giuste e
hanno rifiutato Gesù quale Messia-Re e, perciò, la «giustizia di Dio» che si ha
per grazia mediante la fede. L’elezione rappresenta il piano salvifico di Dio
nella storia, ma non funziona automaticamente, se il singolo non lo accetta e
non vi aderisce per fede, entrando personalmente nel nuovo patto.
Facciamo
quindi attenzione alle «affascinanti» ma malsane scorciatoie delle
sovrastrutture dogmatiche! In tutti i patti di Dio l’elezione, la grazia e le
promesse di Dio, da una parte, e l’entrata nel patto, l’accettazione e la
responsabilità dell’uomo, dall’altra, non sono una contraddizione, ma l’ovvietà
storica e teologica. Questa è la benefica e salutare teologia biblica dei patti
di Dio, il vero impianto teologico che coniuga la storia reale con la teologia
biblica. Chi la rifiuta, dovrà immancabilmente rifugiarsi in una delle tante
filosofie dogmatiche, nate nella storia in contrapposizione ad altre, che tanto
male hanno fatto alla teologia e alla fede.
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Per l’approfondimento si vedano nel «Manuale
Teologico dell’Antico Testamento»
i seguenti articoli: «I patti e gli altri approcci», pp. 31-53 (un confronto
fra la teologia dei patti, quella del patto unico e quella delle
dispensazioni); «Sistemi teologici», pp. 332ss (sintesi parziale
dell’articolo precedente); «Teologia del patto e l’AT», pp. 354ss (analisi
della teologia del patto unico del calvinismo).
Inoltre, per approfondire i diversi approcci
alla sacra Scrittura, si vedano i seguenti articoli: «Teologia biblica e
dogmatica: confronti», pp. 252s (i due approcci alla Scrittura a confronto);
«Teologia biblica» (approccio esegetico), pp. 353s; «Teologia dogmatica»,
pp. 356s (approccio dottrinale).
Infine, per un orientamento generale,
consiglio pure la lettura dei seguenti articoli: «Ermeneutica», p. 155
(differenza fra esegesi ed eisegesi); «Versettologia», pp. 378s (come
s’arriva a una «dottrina» mediate l’accumulo indifferenziato di versi).
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Romani 9,14-24? Parliamone
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URL di origine:
http://puntoacroce.altervista.org/Artk/1-Romani9,14-24_AT.htm
24-01-2008;
Aggiornamento: 25-01-2008
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