1. Premesse:
Sento sempre un certo fastidio, quando su temi così delicati si tolgono versi
dal loro contesto e si mettono nei «cassetti» di una sovrastruttura dogmatica
preconfezionata. Invece di occuparsi del merito (qui Rm 9), trattato dall’autore
specifico (qui Paolo) nel contesto particolare (qui Rm 9-11) e con lo stile
specifico (qui trattazione teologica), si va a scomodare un altro autore
(Giovanni), da cui si traggono versi particolari, un altro libro (Apocalisse) e
un altro genere (apocalittico). Sinceramente mi viene di chiudere subito la
lettura e di spostare il contributo nel cestino. E dire che da Gaetano Nunnari
avevo ricevuto già un contributo, ma l’avevo rimandato indietro scrivendogli
quanto segue: «Avevo cominciato a elaborare il tuo contributo. Poi mi sono
fermato. Ti avevo detto che avrei pubblicato solo un tuo contributo che
rispondesse al merito di Rm 9 nel suo contesto (ossia Rm 9-11). Sei caduto
nuovamente nel vizio della versettologia e metti nuovamente in gioco versi, a
cui ho dato già una risposta (p.es. Gv 6). […] Di nuovo parti dalla
sovrastruttura iper-calvinista e metti versi che ti aggradano, tolti dal loro
contesto, nei cassetti di tale ideologia. Così non si ragiona. Dovrei nuovamente
smontare pezzo per pezzo ogni tua affermazione riconducendola al suo contesto
naturale. Ma così facciamo "l’arte dei pazzi", rivangando sempre le stesse cose,
come se non le avessi dette e già affrontate. Poi il tuo scritto è pieno di
falsi sillogismi (p.es. non c’è alcuna differenza fra "chiunque crede" e "ogni
credente", ma tu ci cavi sangue dalle rape!). Perciò il tuo contributo non è
adatto per questo tema di discussione e non può essere pubblicato».
Leggendo il suo attuale contributo e anche quelli degli altri, mi è venuto il sospetto
che non sempre abbiano chiaro in mente la differenza fra «predestinazione» e
«doppia predestinazione» e usano questi due concetti in modo interscambiabile
fra di loro. Per togliere ogni dubbio, affermo che io credo nella «predestinazione»,
ossia che Dio abbia un piano per la mia vita e sono felice che Dio mi abbia
rivolto una santa chiamata mediante l'annuncio dell'Evangelo [►
Elezione]; ritengo però che la cosiddetta «doppia predestinazione»
(Dio avrebbe destinato a priori chi sarà salvato o perduto) sia una conclusione
basata sul falso sillogismo.
2. Osservazioni
e obiezioni: Nel nuovo contributo Gaetano ha solo aggiustato un po’ il tiro.
Come recita il proverbio: «Il lupo perde il pelo ma non il vizio». Poi invece di
ragionare in modo esegetico, partendo dalle questioni presentate all’inizio di
Rm 9 (gli Israeliti hanno fallito sebbene siano il popolo
eletto!), egli cerca di
organizzare il capitolo intorno a questa tesi aprioristica, secondo cui
«la doppia predestinazione è un insegnamento che va accettato». Poi menziona che
è un «mistero»: ma se è tale, dico io, non si può sapere; e allora
perché tanta sicurezza nel chiamarlo un «insegnamento [biblico] che va
accettato»? Qui non c’è coerenza. Inoltre un esegeta segue il ragionamento
dell’autore, un ideologo smonta tutto e lo rimonta a proprio piacere e fa dei
dettagli la cosa principale (l’ideologo inghiotte il cammello e cola il
moscerino).
Poi Gaetano
lascia nuovamente Rm 9 e il suo contesto (oltre alla domanda di base: perché
Israele ha fallito pur essendo il popolo eletto?) e si mette a parlare di
«doppia predestinazione». Egli afferma: «La dottrina della doppia
predestinazione crea problemi quando ci si pone a ragionarla dal punto di
vista umano». No, pone problemi dal punto di vista di una esegesi
rigorosa! Una tale dottrina vive solo di apriorismi dogmatici e falsi sillogismi! Io, che
credo nella predestinazione divina (il piano divino per la mia vita), non ho
trovato nell’analisi esegetica del testo biblico nulla di rilevante che mi
faccia aderire a una fantomatica dottrina della «doppia predestinazione».
Inoltre
nessuna cosa può essere «considerata dal punto di vista di Dio», se Egli
non l’ha rivelata in modo chiaro e incontrovertibile. Solo agli ideologici che
si muovono all’interno di un sistema preconfezionato, fatto a loro immagine e
somiglianza, tutto è «chiaro» riguardo alla loro ideologia dogmatica (poi essi
stessi rinfacciano il medesimo procedimento ad esempio ai seguaci della Torre di
Guardia!). Allora si attribuisce a Dio ciò che si vuole, accollandosi una grave
responsabilità, ad esempio: «Ogni uomo merita la morte eterna, questa è
giustizia, ma per amore, alcuni saranno salvati». Gaetano Nunnari dovrebbe
mostrarmi il chiaro brano della Scrittura dove Dio avrebbe mai detto tutto ciò.
Questo modo di ragionare mostra le sue contraddizioni: se Dio l’ha detto, non è
più un «mistero»; se è un «mistero», allora Dio non l’ha chiaramente
detto.
È sorprendete
che per la progressione della rivelazione si scomodi Ap 13,8; 17,8 a
favore della doppia predestinazione; ma qui non viene trattato l’argomento (come
in Rm 9), vengono solo fatte delle dichiarazioni all’interno di un libro di
apocalittica, un genere particolare che volentieri si ricollega agli inizi e
alla fine e usa un linguaggio simbolico e misterioso.
Rm 9,24
parlerebbe di individui? È la logica individualistica degli Occidentali a far
parlare così. Non si parla di «io - tu», ma di «noi, ossia Giudei, Gentili» come
massa di persone. I versi dopo parlano di «mio popolo» e di «figli» (vv. 25s),
poi di «numero… come la rena» e di «rimanente» (v. 27), quindi di «seme» (o
discendenza; v. 29). Anche nelle conclusioni si parla di «Gentili» (non
eletti dalla prospettiva dell’antico patto) e d’Israele (il popolo eletto),
parlando d’esso come una realtà globale (vv. 31ss «cercava», «non ha
conseguito») fatta di una molteplicità d’individui (aspetto globale; «hanno
urtato»), la cui eccezione riguarda solo «chi crede in lui» (v. 33),
ossia chi fa parte del «resto». Come si vede, è sorprendete che da un
capitolo, che tratta il perché del destino del popolo eletto, si passi a
snaturarlo ideologicamente in un testo addomesticato alle tesi della «doppia
predestinazione»!
E nonostante
ciò si ha l’ardore di affermare che «per la mente umana ciò non è
comprensibile, ma è l’evidente realtà»! «Evidente» è ciò che risulta da una
rigorosa e onesta esegesi contestuale. Un falso sillogismo può essere «evidente»
solo a chi fa ideologia dottrinale, ma rimane una falsa conclusione che parte da
false premesse.
Domande su
«tante cose che a noi sfuggono» (p.es. l’inferno) non rendono meno
accettabile o spiegabile la sedicente «doppia predestinazione» (rimane un falso
sillogismo!). Infatti, ciò che è un «mistero» non rivelato, o non esiste o è
appunto non rivelato. Se una rigorosa esegesi contestuale dimostrasse
chiaramente l’esistenza della «doppia predestinazione», essa non sarebbe più
un «mistero» su cui avere diverse opinioni. A differenza dell’Inferno, di cui la
Scrittura parla in modo chiaro ed evidente, della sedicente «doppia
predestinazione» non esiste nella Bibbia né la concettualità né una chiara
evidenza esegetica. È quindi sbagliato affermare che «dobbiamo semplicemente
prenderne atto e accettare tale realtà che la Scrittura ci trasmette». Così
ragionano solo gli ideologi (si basano su un consenso dottrinale), non gli
esegeti (si basano sulle chiare prove testuali e contestuali).
Se «tutto ciò
è un mistero che risiede in Dio, e noi non possiamo capirlo con il nostro
raziocinio», allora non si può neppure dichiararlo né fissarlo in senso
dogmatico, non essendo chiaro all’analisi esegetica contestuale. Allora rimane
una semplice e discutibile opinione. Ciò che è chiaramente rivelato e si può
appurare con una rigorosa esegesi contestuale, può essere capito e spiegato
(p.es. l’incarnazione del Logos di Dio; Gv 1,1s.14).
Appellarsi qui
all’onnipotenza e all’onniscienza di Dio non risolve la questione. Ci
vogliono prove esegetiche e non solo considerazioni derivate.
Per essere
rassicurato dalla Scrittura, mi basta già sapere che Dio mi ha
«predestinato», ossia ha un piano per la mia vita ed è capace di preservarmi
fino alla fine — senza dover creare da ciò un falso sillogismo, di cui si nutre
la sedicente «doppia predestinazione». Inoltre non esiste nessuna differenza in
Gv 3,16 fra «chiunque crede in lui» e «ogni credente in lui», si cui si
gioca volentieri. Non credo che presentare Gv 3,16 a chi è perduto significa
evangelizzare con «troppi sentimentalismi»; e non credo che gli iper-calvinisti
abbiano il dono di preveggenza per distinguere chi ha un cuore di «roccia» o di
«buona terra»; qui c’è un particolare e colpevole orgoglio di tanti «eletti»
auto-nominati. Alcuni dei più grandi persecutori dei cristiani, sono diventati i
loro sostenitori; Paolo da Tarso insegna.
3. Conclusione:
La trattazione di Gaetano su Rm 9 nel suo contesto è irrilevante e scadente, anzi inesistente.
La frase
interrogativa con cui chiude, non rende le cose migliori: «Dio ama tutti i
peccatori? Dov’è scritto?». Faccio notare che in Rm 5,6-10 Paolo ribadì
che Cristo è morto per gli empi (v. 6), i peccatori (v. 8) e i nemici (v. 10); e
nello stesso capitolo parla del «mondo», in cui è entrato il peccato, è venuta
la legge e poi la grazia (v. 12ss). Qui sarebbe stato il luogo giusto per
parlare della sedicente «doppia predestinazione», ma Paolo non lo fece, ma parlò
di «tutti gli uomini» sia riguardo alla condanna, sia riguardo all’accesso alla
vita e alla giustificazione (v. 18ss).
Anche
l’apostolo Giovanni ebbe molte occasioni per parlare di una sedicente
«doppia predestinazione», ad esempio in 1 Gv 2,1s, ma qui affermò che «Gesù
Cristo, il giusto… è la propiziazione per i
nostri peccati; e non soltanto per
i nostri, ma anche per quelli di tutto il
mondo».
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A proposito di elezione e predestinazione