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1. La questione della prima lettrice
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Seguo con molto
interesse i tuoi studi, mi ha incuriosito soprattutto quello dei profeti. Vorrei farti
una domanda riguardo alle profezie che a volte vengono fatte dalle chiese.
Spesso chi profetizza parla come se parlasse Dio e con gli occhi chiusi, secondo
il tuo studio questo non è biblico. Ho capito bene? E molto spesso chi
profetizza, dà delle direttive alla chiesa riguardante il futuro. A volte queste
persone lo fanno anche in maniera personale, per esempio a me una volta dissero
che sarei diventata una missionaria... Queste possono essere parole di
conoscenza? O cosa? Grazie per la tua disponibilità. {Monica Gallistru; 15-11-2007}
2. La prima risposta
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■ Nel NT non
c’è neppure un solo caso in cui uno dei personaggi conosciuti si rivolga ai
Giudei storici, ai Giudei cristiani, ai pagani o ai Gentili cristiani,
cominciando il suo discorso con: «Così parla il Signore…» oppure con:
«Così parla lo Spirito di Dio…». Quindi nessuno si arrogò il diritto di parlare
assolutamente da parte di Dio in modo diretto, inequivocabile, assoluto e senza
possibilità di essere contraddetto.
Ben si accetta
per scontato che «mutato il sacerdozio, avviene per necessità anche un
mutamento di legge» (Eb 7,12). Si trascura però che Dio aveva messo altresì
un punto finale riguardo a ciò che aveva da dire circa alla storia della
salvezza: «Dio, dopo aver in molte volte e in molte maniere parlato
anticamente ai padri per mezzo dei profeti, 2in questi ultimi giorni
ha parlato a noi mediante il suo Figlio» (Eb 1,1s). Ciò che gli Apostoli
dissero non andava di là dai confini dell’insegnamento di Gesù, che disse loro:
«Queste cose v’ho detto, stando
ancora con voi. 26ma il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre
manderà nel mio nome, egli v’insegnerà
ogni cosa e vi rammenterà tutto
quello che v’ho detto» (Gv
14,25s).
Dobbiamo
credere a Gesù, quando affermò che Giovanni Battista era stato l’ultimo profeta
teocratico, l’Elia che doveva venire. [►
Profeti del nuovo patto]
Come mutò il sacerdozio, così mutò anche il profetismo. Nessuno degli apostoli e
dei dignitari riconosciuti della chiesa venne designato con l’espressione
precisa, ad esempio «profeta Paolo» (cfr. invece «apostolo Paolo»). [►
Profeta con nome nel NT]
Nessuno di loro cominciò il suo discorso con «Così parla il Signore (Dio, lo
Spirito)…». Nel nuovo patto nessuna parola detta sotto ispirazione è
insindacabile, poiché vale questo: «Parlino due o tre profeti, e gli altri
giudichino» (1 Cor 14,29).
Chi inizia il
suo discorso con «Così parla il Signore (Dio, lo Spirito)…», si accolla una
grande responsabilità dinanzi a Dio, correndo il serio rischio di togliere e
di aggiungere alla Parola di Dio (Ap 22,18s). Di questo dovrà poi rendere conto
dinanzi al trono di Dio. Infatti, usare il nome del Signore invano, significa
prendersi una grande responsabilità dinanzi a Lui, poiché si tratta di abuso
d’ufficio e di lesa maestà codificato nel Decalogo stesso (Es 20,7; Dt 5,11).
Profetare nel
nuovo patto significava parlare / proclamare in modo ispirato sulla base
della lettura comunitaria, e cioè in modo applicativo per edificare, esortare e
consolare (1 Cor 14,3), mentre l’insegnante parlava in genere in modo
sistematico.
■ I rischi
e pericoli per una comunità in cui si pretende che profetare significhi
«predire», sono ad esempio i seguenti: ▪ 1) Si spaccia per «profezia» i pensieri
o le visioni del proprio cuore (Gr 23,16) e ciò aumenta l’orgoglio di chi le fa;
▪ 2) Si mettono in bocca a Dio parole che si intendeva da tempo dire
personalmente a qualcuno, senza averne il coraggio (Gr 14,14; 23,21); ▪ 3) Si
comunica proprio il contrario di ciò che Dio avrebbe mai voluto dire in tale
situazione (Gr 23,17; 27,15); ▪ 4) Si alimentano in coloro, che sono già
predisposti, facoltà di divinazione spacciate per carisma di predizione (Gr
14,14; Ez 12,24; 21,28). ▪ 5) Tutto ciò alimenta l’arbitrio soggettivo e inganna
il popolo di Dio, facendo ritenere che la Bibbia fosse un libro per i tempi
antichi, ormai superata dalle nuove «parole di Dio», comunicate mediante
i profeti odierni. ▪ 6) Inoltre la maggior parte delle cose, che vengono
spacciate per «profezia», è costituita da cose banali, materiali, quotidiane,
ecc., che nulla hanno a che vedere con i grandi orizzonti storico-salvifici dei
profeti legittimi dell’AT. ▪ 7) Molte delle predizioni di tali «profeti», che si
possono leggere nei loro libri e filmati (cfr. P. Yonggi Cho, Benny Hinn, ecc.)
e che riguardano fatti concreti e circostanziati del futuro incombente, non si
sono realizzate; essi mostrano così di aver spacciato per «profezia» i desideri
e le visioni del proprio cuore e di essere a tutti gli effetti dei «falsi
profeti» (Dt 18), accollandosi così il pesante giudizio previsto da Dio! Per
l’approfondimento si veda l’articolo «Estasi, visioni e falsa profezia» in
Nicola Martella,
Carismosofia
(Punto°A°Croce, Roma 1995), pp. 147-143; cfr. qui anche «Facoltà
extrasensoriali», pp. 154-162; «Fenomeni medianici», pp. 163-175.
■ Chi dà alla
chiesa locale delle direttive riguardante il futuro, affermando che sia
rivelazione di Dio, si accolla una grave e pesante responsabilità. In caso di
non adempimento nei termini e nelle circostanze affermate, si squalifica
spiritualmente e moralmente, mostrando di essere stato un «falso profeta». Per
tali persone, come detto, c’è un pesante giudizio divino (cfr. Gr 28,13-17
Anania; cfr. Mi 3,6s; 5,11; Zc 10,2s).
■ Quanto alle
«profezie personali», esse rientrano nella stessa casistica e portano con
sé pesanti responsabilità (Gr 23,30ss). Spesso vengono fatte per accreditarsi,
per mostrare che Dio si usi di loro. In effetti si tratta di desideri del loro
cuore. A volte tali «parole profetiche» condizionano le persone che le ricevono,
credendo che provengano veramente da Dio, e contribuiscono perciò alla loro
infelicità, poiché non riescono a realizzarle. È lo stesso meccanismo
dell’oroscopo o di un’altra forma predizionale, ben conosciuto dalla psicologia,
che giuda inconsapevolmente chi ci crede alla realizzazione di tale «oracolo».
Quanti di tali
pronostici, spacciati per «profezia», si sono adempiuti? La mia
interlocutrice è diventata una missionaria? Altri cui era stata predetta una
pesante malattia, si sono poi ammalati? L’Europa che sarebbe stata raggiunta nel
giro di 3-5 anni da un potente risveglio, che si sarebbe poi esteso a tutto il
mondo, si è spiritualmente risvegliata? Il ritorno del Signore annunciato entro
e non oltre 10 anni, si è verificato? Coloro che da decenni hanno affermato di
sapere per rivelazione che l’anticristo sarebbe già vivo e attivo in una certa
parte del mondo e in breve si sarebbe manifestato, sono essi stessi ancora vivi?
E così via. Per l’approfondimento si vedano qui le analisi delle opere di vari
autori di escatologia in Nicola Martella (a cura di), Escatologia fra
legittimità e abuso.
Escatologia 2
(Punto°A°Croce, Roma 2007).
Nel nuovo
patto ogni cosiddetta «parola di conoscenza» dev’essere assoggettata al
giudizio della chiesa locale (1 Cor 14,29). Se è una parola non convince la
chiesa, perché non ci sono i presupposti oggettivi, o non si adempie nei termini
e nelle circostanze predetti, chi l’ha detta dev’essere pubblicamente
rimproverato e gli si deve chiedere di ravvedersi, smettendola di nominare il
nome di Dio invano (Es 20,7; Dt 5,11) e di pretendere di parlare da parte sua.
In caso contrario dev’essere espulso dalla chiesa locale. {Nicola Martella}
3. La questione della seconda lettrice
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Ciao Nicola, ho letto sul sito la risposta data alla sorella
che ti chiede un parere inerente la profezia personale e il
dono di conoscenza e mi è parso bene di scriverti il mio
parziale dissenso sulla posizione da te presa.
Nonostante condivida i pericoli segnalati, mi permetto
di farti notare che in 1 Cor 14,30-31 Paolo dice: «Se una
rivelazione è data a uno di quelli che stanno seduti, il
precedente taccia. Infatti tutti potete profetare a uno a
uno, perché tutti imparino e tutti siano incoraggiati».
Da questo passo si comprende molto bene che, al di là
degli abusi e del tornaconto personale, siamo incoraggiati a
pronunciare agli altri ciò che pensiamo che il Signore ci
abbia fatto capire. Ovvio che dobbiamo farlo alla luce
dell’umiltà, dell’amore, della consapevolezza che potremmo
errare (mai dire «il Signore dice» ma piuttosto «sento di
dire questo... ma prega affinché il Signore confermi queste
parole») e soprattutto sottomettendoci gli uni agli altri
senza mai ritenerci degni di chissà quale favore da parte di
Dio solo perché abbiamo avuto il privilegio d’essere usati
in questo senso.
Il rifiutare categoricamente la parola basandosi solo
su chi la usa impropriamente, secondo me, è un errore da
evitare in quanto porta alla chiusura nei confronti di
quello che potrebbe essere un modo che il Signore ha scelto
per edificare la sua chiesa o un suo figlio in un contesto
specifico.
Non possiamo schematizzare Dio, perché Lui è Dio!
Sperando che quanto scritto possa essere pubblicato e
generi un dialogo costruttivo, colgo l’occasione per
porgerti i miei saluti. {Barbara Venturello; 21-11-2007}
4. La seconda risposta
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Dissentire da un altro credente è legittimo, se si è
interessati a capire la verità che ci fa liberi e si è
disposti a dialogare sulla base dell’approfondimento
reciproco della sacra Scrittura. Ringrazio Barbara per il
tono del suo parziale dissenso.
Ripeto qui la definizione che ho dato diverse
volte sulla «profezia» nel nuovo patto. Nelle chiese al
tempo degli apostoli, i profeti erano «proclamatori
ispirati» che parlavano in modo estemporaneo e sotto
ispirazione, sulla base della lettura comune delle sacre
Scritture (allora l’AT), con fine di edificare, esortare e
consolare la chiesa locale (1 Cor 14,3ss) con l’applicazione
della Parola.
Non si trattava quindi di un evento interpersonale, ma
comunitario, ossia quando la chiesa locale si radunava per
la lettura e la spiegazione delle sacre Scrittura, che
allora accadeva in modo collegiale o partecipato. 1 Cor
14,30s, che Barbara cita, parla d’un evento ecclesiale e non
privato: ci sono persone sedute e una di loro parla, ma non
in modo ispirato, mentre un’altra ha avuto un’intuizione
spirituale relativa alla Parola appena letta. Se tutti
possono «profetare a uno a uno», mostra che si tratta
di una riunione di chiesa.
Comunicare «agli altri ciò che pensiamo che il
Signore ci abbia fatto capire» non è «profezia»
(proclamazione ispirata), poiché quest’ultima si basa sulla
Parola letta comunitariamente e rappresenta un’applicazione
circostanziata della stessa. Certamente si può comunicare a
qualcuno, che conosciamo: «Sento di dire questo... ma prega
affinché il Signore confermi queste parole», ma questo non è
«profezia». Al riguardo si tratta, secondo i casi, di
incoraggiamento, di cura pastorale, di esortazione, di
rimprovero e così via. Ma perché chiamare «profezia»
(proclamazione ispirata) ciò che non lo è?
Ecco alcuni esempi biblici. È scritto che
Gionathan si recò da Davide nella foresta e «fortificò la
sua fiducia in Dio» (1 Sm 23,16s). Gionathan non era
però un nabî’ «proclamatore» d’Israele. Anania fu
mandato dal Signore a Saulo da Tarso per incoraggiarlo e
rafforzarlo, ma Anania non fu mai chiamato «profeta», ma
«discepolo» (At 9,10ss). Barnaba giunto nella chiesa
d’Antiochia «esortò tutti ad attenersi al Signore con
fermo proponimento di cuore» (At 11,23). Paolo e di
Sila, dopo essere usciti di prigione, entrarono in casa di
Lidia e, prima di partire confortarono i fratelli (At
16,40). Aquila e Priscilla, dopo aver ascoltato il brillante
Apollo, lo presero da parte e lo istruirono maggiormente
nelle cose del Signore (At 18,24ss). Similmente i fratelli
confortarono Apollo prima che partisse per l’Acaia (At
18,27). Paolo rimproverò Pietro pubblicamente, quando
quest’ultimo giudaizzava, non lo fece però perché ciò fosse
il compito di un profeta (Gal 2), gli bastava essere
apostolo. Paolo esortò i suoi collaboratori Timoteo e Tito
addirittura per iscritto (1-2 Tm; Tt), ma non chiamò ciò
«profezia» né titolò se stesso «profeta». Tali lettere di
esortazioni le scrissero anche Giovanni (1-3 Gv), Pietro
(1-2 Pt) e Giacomo (Gcm).
Il Signore edifica la chiesa locale con la sua Parola,
quando essa viene letta, spiegata, insegnata o quando da
essa si traggono applicazioni ispirate per l’oggi, quali
incoraggiamenti, ammonizioni, esortazioni, edificazioni,
eccetera; in quest’ultimo caso si può parlare di «profezia»
nel senso di proclamazione ispirata, estemporanea e
circostanziata. Certamente ciò può accadere anche a tu per
tu fra due figli o due figlie di Dio; ma ciò non è mai
chiamato nel NT col nome di «profezia». Quindi facciamo bene
a chiamare le cose col loro nome: incoraggiamento,
edificazione, cura d’anime, esortazione e così via.
È chiaro che non vogliamo «schematizzare Dio»,
rimanendo sovrano. Rischiamo però di farlo quando chiamiamo
le cose col nome sbagliato. Lo onoriamo chiamando le cose
col loro proprio nome e dandogli il valore che dà
loro la sua Parola. Per dire: «Il Signore mi ha detto
(rivelato, ecc.) e mi ha incaricato di dirti che…», bisogna
che ciò sia realmente vero, come successe ad Anania: «Fratello
Saulo, il Signore, cioè Gesù, che ti è apparso sulla via per
la quale tu venivi, mi ha mandato perché tu ricuperi la
vista e sii ripieno dello Spirito Santo» (At 9,17). Se
le cose non stanno veramente così, è bene usare un
linguaggio più realistico e verace come: «Ho riflettuto
(pensato, ecc.) sulla data cosa e dopo aver pregato per
giorni, per scrupolo sono venuto a dirti che…».
Se chiamiamo tutto ad esempio «primavera», quando essa
verrà non sapremo come definirla in modo comprensibile. La
stessa cosa è per «profezia»: usiamo tale designazione in
modo legittimo e solo dove ci azzecca veramente!
{Nicola Martella}
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URL di origine:
http://puntoacroce.altervista.org/Artk/1-Profezie_personali_Car.htm
19-11-2007;
Aggiornamento: 22-11-2007
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