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Un lettore, dopo
aver letto l'articolo «Il Decalogo»,
ha sentito il bisogno di pormi una domanda specifica: «In
base a che cosa l’uomo viene considerato peccatore?».
A tutto ciò gli rispondo con varie osservazioni
di tipo biblico. Siano i lettori ad approfondire ulteriormente le questioni, a
intervenire con la loro personale esperienza e a tracciare eventuali conclusioni.
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La questione del lettore
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Gentilissimo Nicola
Martella, ho letto il materiale che lei ha messo su internet con riferimento al
Decalogo. Se ho ben capito, il Decalogo riguardava il popolo ebraico. Mi sorge
una domanda. In base a che cosa l’uomo viene considerato peccatore? Grazie per
la sua cortesia nel darmi una risposta. {Samuele Negrea; 04-06-2008}
La risposta ▲
Il Decalogo («Dieci
Parole» Es 34,28; Dt 10,4; Dieci Comandamenti) erano la Costituzione dello
Stato teocratico dell’antico Israele, su cui si basavano le altre leggi: la
«legge del patto» e quindi le leggi civili, penali e religiose. Non si trattava
di una «legge universale», ma di quella specifica che Dio diede a un popolo
particolare all’interno della logica dell’«antico patto» e della sua teocrazia
(o Stato confessionale; Dt 4,13). Fintantoché la progenie di Abramo aveva una
conformazione di famiglia patriarcale, le bastava la «legge abramitica»,
ossia quella che Dio diede ad Abramo dopo il patto di grazia (Gn 26,5; cfr. Gn
17,1ss), legge che tenne legata la discendenza ai valori del monoteismo durante
la permanenza in Egitto. All’uscita d’Israele dall’Egitto e in vista di
diventare nazione in Canaan, tale legge abramitica era diventata insufficiente e
poteva formare tutt’al più la base per una legislazione più ampia. La legge
specifica, quella mosaica, fu aggiunta in Israele, per far fronte alla nuova
situazione; essa intendeva regolare la vita del popolo, in cui c’erano giusti e
ingiusti, e sanzionare le trasgressioni (cfr. Gal 3,17.19). [Si veda l’articolo
Nicola Martella, «Legge: origini»,
Manuale Teologico dell’Antico Testamento (Punto°A°Croce, Roma
2002), pp. 213s.]
Mutato il
patto, è mutata la legge (cfr. Eb 7,12; 8,6s). La chiesa non è sottoposta alla
«legge mosaica», ma alla «legge di Cristo» (1 Cor 9,21; Gal 6,2),
chiamata pure «legge dello Spirito della vita» (Rm 8,2; in contrasto con
la «legge del peccato e della morte»). Cambiato il patto, cambiò lo
Statuto che lo regge; la base costituzionale non fu più il Decalogo
(costituzione della teocrazia d’Israele), ma la legge messianica (cfr. Mt 5-7 «ma
io vi dico»), Costituzione dell’assemblea messianica (Mt 16,18), che
teocrazia non è (non ha confini nazionali). La «legge di Cristo» ha messo fuori
uso la prima e ha affrancato i credenti da essa (Rm 7,1-6; 8,2; Gal 5,1).
Infatti la chiesa non è uno Stato teocratico con confini specifici né si trova
sotto l’antico patto.
Stando così le
cose, Dio non ha mai misurato la peccaminosità dell’uomo solo con il
Decalogo, essendo esso la Costituzione d’Israele, uno Stato confessionale in cui
la legge religiosa era legge di Stato. Infatti c’erano leggi già prima di quella
mosaica, sia nel popolo d’Israele (Gn 26,5), sia tra le nazioni (Ez 5,7; 11,12;
cfr. Rm 1,19ss).
Andando alla
domanda specifica, constatiamo che il peccato e la sua sanzione c’erano già
prima della legge mosaica e del Decalogo; altrimenti non si poteva dire ciò
che era giusto o sbagliato, né classificare alcuno come integro o empio, né
premiare gli onesti e sanzionare i disonesti; si rimanda qui al libro della
Genesi e a quello di Giobbe.
Quanto a
peccato e peccare, prima dell’avvento della legge mosaica o presso i pagani,
si veda quanto segue.
■ «Ora la
gente di Sodoma era scellerata e oltremodo peccatrice contro l’Eterno. […] il
loro peccato è molto grave» (Gn 13,13; 18,20).
■ Dio discusse
in sogno con il pagano Abimelek di peccato (Gn 20,6) e quest’ultimo lo fece con
Abrahamo (v. 9). Giacobbe ne discusse accesamente con Labano (Gn 31,26).
■ Giuseppe
rifiutò le avance di Potifera, concludendo: «Come dunque potrei io
fare questo gran male e peccare contro Dio?» (Gn 39,9).
■ Ruben
discusse con i suoi fratelli del peccato commesso contro Giuseppe (Gn 42,22) e
dopo la morte di Giacobbe, temendo il peggio, mandarono a chiedere nuovamente
perdono a Giuseppe: «Deh, perdona ora ai tuoi fratelli il loro
misfatto e il loro
peccato; perché t’hanno fatto del
male. Deh, perdona dunque ora il
misfatto dei servi de Dio di tuo
padre!» (Gn 50,17).
■ Anche il
Faraone era consapevole del suo peccato: «Questa volta io ho
peccato; l’Eterno è giusto, mentre
io e il mio popolo siamo colpevoli»
(Es 9,27); tuttavia «continuò a peccare»
(v. 34; cfr. 10,16s).
■ Anche
l’indovino Balaam era convinto di aver peccato (Nu 22,34).
Quanto a
giustizia ed empietà dinanzi a Dio, alla società e alla propria coscienza,
ecco alcuni esempi qui di seguito.
■ «Noè fu
uomo giusto, integro, ai suoi tempi» (Gn 6,9). «Io t’ho veduto giusto nel
mio cospetto, in questa generazione»(Gn 7,1).
■ Riguardo a
Sodoma e Gomorra, Abrahamo chiese a Dio: «Farai tu perire il giusto insieme
con l’empio?» (Gn 18,23-28).
■ Giuda,
dinanzi alle prove presentate da Tamara, sua nuora, ammise pubblicamente: «Ella
è più giusta di me, poiché…» (Gn 38,26).
■ «Er,
primogenito di Giuda, era perverso agli occhi dell’Eterno, e l’Eterno lo fece
morire» (Gn 38,7).
L’apostolo Paolo
affermò che la prima istanza che accusa l’uomo di peccato è la sua coscienza,
la quale si scusa e si accusa (Rm 2,14ss; 7,23). Inoltre ad accusare sono pure
le leggi o regole morali che vigono in un certo gruppo, una certa tribù,
un certo popolo (Dn 6,8.12.15; Est 4,16; cfr. Pr 14,34; 24,24; Hb 2,10).
Addirittura i gruppi più efferati e criminali si danno una legge interna e delle
regole (cfr. Pr 1,13s; 1 Sm 30,22-25) per disciplinare gli equilibri interni, i
rapporti di potere e per sanzionare chi sgarra (cfr. le varie mafie).
Dal punto
di vista teologico si è peccatori non perché si commette
personalmente il peccato, ma perché tutti hanno peccato in Adamo (Rm 5,12-19);
poi è ovvio che i peccatori di natura pecchino anche personalmente, certo in
modi differenti, a seconda dell’entità della loro corruzione morale, a cui si
sono dati. Gli alberi producono i loro frutti in corrispondenza alla loro
natura; da alberi selvatici nascono frutti selvatici.
Infine nel
nuovo patto gli uomini verranno giudicati non solo dal fatto se hanno leggi o
meno (neppure quella mosaica), ma se hanno accettato o meno Gesù di Nazaret
come Messia promesso, quindi come loro personale Signore e Salvatore. Gesù
avvertiva seriamente i Giudei del suo tempo: «Se non credete che sono io (il
Cristo), morrete nei vostri peccati» (Gv 8,24). Paolo ricordò che il
fondamento è Cristo Gesù e per chi lo ha accettato il premio dipenderà da ciò
che vi ha costruito sopra (1 Cor 3,11-15).
Perciò, ai
tempi apostolici, un Giudeo che ubbidiva alla legge mosaica, ma rifiutava
Gesù come Messia promesso, era giudicato come perduto e degno del giudizio
divino (cfr. At 13,46; Rm 9,1ss; 11,28; 1 Cor 16,22). Nel giudizio finale i
Giudei saranno giudicati secondo la legge mosaica, la quale attesta che Gesù è
il Messia (Gv 5,45ss). I Gentili verranno giudicati senza la legge
mosaica, ma secondo la legge scritta nei loro cuori (Rm 2,15s). Ciò riguarderà
comunque l’entità della pena, dopo che sarà stato appurato che hanno rifiutato
Gesù quale Messia (Ap 20,12).
In ogni modo,
come abbiamo visto, anche senza la legge mosaica, l’uomo può essere considerato
peccatore, avendo egli peccato effettivamente in Adamo. Per l’approfondimento
rimando all’articolo «La questione della legge» nel mio libro
Šabbât (Punto°A°Croce, Roma 1999), pp. 51-56.
►
Avventismo e legge mosaica nel nuovo patto
{Tommaso Failla - Nicola Martella} (T/A)
►
Avventismo e legge mosaica nel nuovo patto? Parliamone
{Nicola Martella} (T)
►
Sabato, Decalogo e avventismo
{Nicola Martella} (A)
►
URL di origine:
http://puntoacroce.altervista.org/Artk/1-Peccatori_decalogo_Sh.htm
13-07-2008;
Aggiornamento:
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