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Sui profeti del nuovo patto ci sono opinioni
differenti tra i cristiani. Alcuni ritengono che essi siano sullo stampo dei
profeti d’Israele dell’AT (soprattutto in campo carismaticista). Altri
affermano che i profeti siano cessati con il completamento del canone del NT
(soprattutto in campo darbista e non carismaticista). Io personalmente
dissento da queste due posizioni. La Scrittura mi convince che i profeti
teocratici siano cessati con Giovanni battista. Dopo di Lui nessuno si
presento chiamandosi personalmente «profeta con nome» (p.es. «profeta
Giovanni»; cfr. invece apostolo).
In seno alle assemblee cristiane del
NT l’interpretazione ispirata delle sacre Scritture ebraiche — specialmente
in senso messianologico (o cristologico) — era chiamata «profezia» o
«profetare». Si trattava di una «proclamazione ispirata» sulla base della
lettura comunitaria dell’AT di ciò che riguardava specialmente il «mistero
di Gesù» quale Messia, secondo l’assunto di Ap 19,10: «La testimonianza
di Gesù; è lo spirito della profezia» (Ap 19,10).
Per non appesantire
troppo questo confronto, alcuni aspetti li ho messi nei seguenti articoli:
►
Profeta con nome nel NT
►
Profezia e profetare nel NT {Nicola
Martella} |
1. La tesi
{Emanuela Crespi}
▲
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Nota redazionale:
Sebbene il lungo testo dell’autrice contenga alcuni errori tecnici, oltre a
citazioni altrui non delimitate con virgolette e note bibliografiche, lascio
in genere tutto così. Mi limito solo all'usuale lavoro di redazione.
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Caro Nicola, ho letto con interesse la tua opinione
riguardo a Bob Hazlett [►
Voglia di profeti e veggenti] e ai profeti in generale («Profeti nel Nuovo Testamento»). Ho letto anche la tua risposta ad Andrea Merli in merito a questo
argomento. [►
Bob Hazlett: due tesi a confronto]
È chiaro che quando si discute di ciò che è
dottrinalmente giusto o sbagliato, parlare della propria esperienza personale,
di quello cioè che si «sente» e si «vive» in prima persona, costituisce un
argomento debole ed inaffidabile proprio per la sua natura di carattere
personale e soggettiva.
Sono d’accordo con te nel ritenere che
l’esperienza da sola non sia affatto una garanzia di verità. Questo è biblico,
ma ancor più dimostrato dall’osservazione del mondo intorno a noi. Fenomeni
straordinari («miracolosi») avvengono di continuo non solo fra vari gruppi
cristiani, ma anche fra buddisti, induisti, musulmani e perfino gruppi
esoterici, come tu ben sai.
Sono anche d’accordo con te (anche se non lo
dici espressamente negli scritti citati) nel credere che negli ultimi tempi la
caratteristica della chiesa, secondo la Bibbia, è una grande apostasia, con
venti di «dottrine di demoni» che spirano in tutte le direzioni,
dentro la chiesa.
Il fatto che siamo negli ultimi tempi credo sia
fuori discussione.
Detto questo, vorrei sottoporti alcune
riflessioni sulla questione profetica che spero saranno al tuo livello di
preparazione e che indurranno alla reciproca riflessione.
Sono rimasta molto colpita dalla tua definizione
di «profeta» nel NT. Cito tue testuali parole: «Per prima cosa, il concetto “profeta/i
di Dio” non esiste in tutto il NT e neppure “profeta/i del Signore”, ma
semplicemente “profeta /i”. Il termine greco prophētēs significa soltanto
“proclamatore”, ossia “parlatore in pubblico” e non, come falsamente si afferma
e si ripete, chi predice il futuro».
In effetti, la frase «profeta di Dio» non esiste
nel NT. Tuttavia, sostengo che questo avviene perché dire «profeta di Dio» è
semplicemente inutile — è la ripetizione di uno stesso concetto. Sarebbe come
dire «figlio dei miei genitori»: il concetto di figlio presuppone già di per sé
l’esistenza dei genitori. Dall’evidenza che ho trovato, e che ora ti sottopongo,
il concetto di profeta presuppone già il fatto che una persona parli a nome di
Dio.
Secondo la normale interpretazione del termine,
un profeta è un individuo che parla al posto di qualcun altro, preannunziandone
la volontà; nel caso specifico, tradizionalmente si definisce «profeta» un uomo
che parla in vece di Dio. Ma lasciamo perdere il fallace senso comune, e
guardiamo l’etimologia di questa parola. Citi giustamente il greco prophētēs,
che significa letteralmente «proclamatore». Sicuramente saprai (e
qualunque linguista te lo potrà confermare) che il significato etimologico di
una parola si estrapola da tre parametri fondamentali: primo, la radice
della parola stessa; secondo, il contesto nel quale quella parola veniva
utilizzata; terzo, i suoi sinonimi nella stessa lingua e in altre lingue.
Guardiamo allora questi tre parametri.
Prima di tutto, la radice. Il termine greco
prophētēs (in latino, prophetas) deriva direttamente dal verbo
profànai, cioè «parlare a nome di un
altro». Quindi, anche se la parola in sé si può tradurre genericamente come
«parlare», il significato vero e proprio è questo: parlare «pro-qualcuno»,
parlare «al posto di», «per» qualcun altro. Vediamo ora il contesto greco: il
profeta greco era, per definizione, colui che rivelava il futuro, l’interprete
delle cose divine, in modo particolare degli oscuri oracoli. Questo termine si
associava perfino ai poeti, nel momento in cui questi si facevano portatori del
messaggio delle muse: «Ispirami, o Musa, il tuo profeta io sarò»
(Pindaro, Framm. 127).
Ma andiamo ancora più in profondità. Andiamo al
termine, anzi ai termini che nella lingua ebraica traducono «profeta».
La prima parola che troviamo in ebraico è
nabî’, di etimologia incerta. Secondo molti critici recenti la radice
nabî’ significa «parlare con entusiasmo», «emettere grida, e gesticolare in
maniera più o meno esagitata», come facevano i visionari pagani. A giudicare da
un esame comparativo di altre parole ebraiche e delle altre lingue semitiche,
pare altrettanto probabile che il significato originale di questa parola fosse
solo «dire parole, parlare» (cfr. Laur, «Die Prophetennamen des A.T.», Fribourg,
1903, pag. 14-38).
Vediamo allora il significato di nabî’
rispetto al contesto e ai suoi sinonimi. I due sinonimi più comuni, ro’éeh
e hozéh, enfatizzano al contrario la speciale natura della conoscenza
profetica, la visione, vale a dire la divina rivelazione o ispirazione. Entrambe
le parole hanno lo stesso significato; hozéh si utilizza quasi sempre in
riferimento alle visioni sovrannaturali, mentre râ’ah, di cui ro’éh
è il participio, è il termine comunemente usato per indicare il verbo «vedere»
in tutte le sue forme. Parlare nel senso di «vedere» è una chiarissima
indicazione del fatto che questo «parlare» avviene in concomitanza ad una
speciale rivelazione, o «visione».
Il fatto che le due parole sono sinonimi viene
confermato nella stessa Bibbia. L’autore del primo libro dei Re ci informa del
fatto che, prima della sua epoca, ro’éh veniva usato nei casi in cui al
suo tempo si utilizzava nabî’ .
Hozéh si trova con maggior frequenza dai
tempi di Amos. Vengono utilizzati altri termini più o meno specifici, il cui
significato è chiaro: messaggero di Dio, uomo di Dio, servo di Dio, uomo dello
Spirito o uomo ispirato, e così via. Molto frequente è invece l’uso del termine
hazôn, visione, parola di Dio o oracolo (ne um) di Dio.
In questo senso, il greco (del NT) prophetes
(da «pro-phanai,» parlare «per», o «in nome di» qualcuno) traduce il
significato ebraico in modo accurato.
Questo, brevemente, per quanto riguarda
l’etimologia. La tua affermazione che il termine phophetes significhi
semplicemente «parlatore in pubblico» e non abbia nulla a che vedere con
predizioni future o trasmissione di un messaggio divino è del tutto arbitraria.
Non è certamente supportata da basi linguistiche, oltre che dal senso comune, e
pare più fondata sull’idea aprioristica che questo tipo di comunicazione
sovrannaturale non debba e non possa più verificarsi.
Ma andiamo oltre.
Tua frase: «“Profetare” nel NT significa
parlare pubblicamente in una situazione specifica per convincere con la Parola,
ad esempio, il non-credente e il principiante che viene al raduno, applicando la
sacra Scrittura alla sua situazione particolare; qui non ci vuole un dono di
chiaroveggenza o divinazione».
Sostieni
dunque che «profetare» sia sinonimo di testimoniare pubblicamente ai credenti e
non, parlare di Gesù, esortare, edificare e consolare con il messaggio della
salvezza. Questo concetto sembrerebbe apparentemente confermato da 1 Corinzi
14,3s, dove leggiamo che: «Chi profetizza, invece, parla agli uomini per
edificazione, esortazione e consolazione.
4Chi
parla in altra lingua edifica se stesso, ma chi profetizza edifica la chiesa».
Questo testo però non dice affatto che la
profezia equivale al
«parlare per esortare e consolare». Dice che: la profezia esorta e consola.
Bisogna fare attenzione. La profezia ha la
funzione di esortare, consolare ed edificare. Ma queste
cose non sono, di per sé, profezia. Di nuovo, stai dando alle parole un
significato che esse non hanno, basandoti su un preconcetto. Tradotto
riduttivamente in un banale esempio, sarebbe come dire che «chi canta, regala
gioia e serenità al prossimo» e da questa frase dedurre che cantare
significa regalare gioia al
prossimo. Cantare non significa regalare gioia al prossimo più di quanto
profetizzare significhi edificare, esortare e consolare. La gioia del canto è
una delle sue conseguenze, dei suoi scopi. Ma il canto non si identifica con la
gioia. Similmente, profetizzare non si identifica con l’esortazione. Uno
profetizza; lo scopo e la conseguenza per cui lo fa è l’edificazione della
chiesa (o la conversione dei non credenti).
Oltre a questo, in questo passaggio di 1 Corinzi
Paolo sta parlando espressamente di doni spirituali, ponendoli a confronto.
«Parlare» con franchezza non è un dono, e mai viene definito tale in tutto il
NT. Al contrario: sono i doni dello spirito che
infondono coraggio e franchezza
nel parlare, nonché potenza, a chi li riceve. L’uno è la causa dell’altro; ma i
due non sono la stessa cosa.
Ma vediamo qualche esempio. Quando Pietro (che
nei capitoli precedenti non aveva certo brillato per il proprio coraggio) riceve
il dono dello Spirito Santo a Pentecoste, si alza e fa un discorso ardito e
convincente davanti a tutto il popolo. Un «discorso», appunto: nella Bibbia,
queste parole franche di testimonianza, esortazione, consolazione eccetera, che
tu definiresti a questo punto «profezia», vengono chiamate per quello che sono
veramente: «Discorso di Pietro». Anche l’apostolo Paolo fa spesso quello
che tu ritieni profezia, cioè: «parlare pubblicamente in una situazione
specifica per convincere con la Parola, ad esempio, il non-credente e il
principiante che viene al raduno, applicando la sacra Scrittura alla sua
situazione particolare» in varie occasioni. E in tutte, quello che lui fa è
definito, correttamente, «discorso di Paolo». Al contrario, quando Gesù parla
della fine dei tempi in Luca, il passo è intitolato giustamente: «discorso
profetico di Gesù». Secondo la tua definizione, una ripetizione in termini.
Pare che la tua interpretazione della profezia,
oltre a non avere riscontro da un punto di vista linguistico, sia anche sfuggita
per secoli a frotte di traduttori e compilatori della Bibbia.
Ma torniamo all’apostolo Paolo. Che la profezia
non sia un semplice «parlare» per esortare, consolare ed edificare fine a se
stesso è chiaro proprio nel passo di 1 Corinzi che tu citi («Superiorità del
dono di profezia su quello delle lingue»).
Al verso 1: «Desiderate l’amore e cercate
ardentemente i doni spirituali, ma soprattutto che possiate
profetizzare». Chiaro: l’amore va desiderato, la profezia è uno dei doni
spirituali che vanno ricercati ardentemente. In questo senso Paolo dice che «gli
spiriti dei profeti son sottoposti ai profeti, perché Dio non è un Dio di
confusione, ma di pace» (1 Corinzi 14:32s). Se profetare è parlare, perché
Paolo parla di «spiriti dei profeti»? Perché non parlare allora di «spiriti dei
lavoratori»? o «spiriti di quelli che fanno la lode»? La risposta è chiara:
perché la profezia è un dono dello Spirito. E siccome Dio è un Dio di ordine,
solo un profeta (cioè uno che abbia ricevuto il dono di profezia) giudica un
altro profeta. Se così non fosse, Paolo avrebbe logicamente scritto che «Gli
spiriti dei profeti – leggi: gli spiriti di quelli che parlano in modo
intellegibile – sono sottoposti a tutti i presenti». Ma non è quello che
leggiamo.
Ancora, tua affermazione: «Se tutti profetano
[= parlano in modo intellegibile], ed entra qualche non credente o principiante,
egli è persuaso da tutti…» (1 Cor 14,24s). Qui risulta che tutti profetano (=
parlano pubblicamente), non solo persone particolari («unti»), sebbene ciò
accade secondo un ordine».
Dice davvero questo? Leggiamo il testo. Paolo,
poco prima, dice che:
«Io vorrei che tutti
parlaste in lingue, ma molto più che profetizzaste» (v. 5): quindi non tutti
parlano in altre lingue e non tutti profetizzano, anche se questo è il desiderio
e l’esortazione dell’apostolo.
«Ma nell’assemblea preferisco dire cinque
parole con la mia intelligenza per istruire anche gli altri, piuttosto che
diecimila parole in altra lingua» (v. 19). «Cinque parole con la mia
intelligenza per istruire gli altri»! Una definizione piuttosto lunga per quello
che Paolo poteva benissimo esprimere come «profetizzare». Infatti qui non sta
affatto confrontando la profezia con il parlare in lingue, ma sta sottolineando
l’importanza dell’interpretazione delle lingue e dell’ordine.
«Tutti infatti, ad uno ad uno, potete
profetizzare affinché tutti imparino e tutti siano incoraggiati» (v. 31).
Questo è in linea con le precedenti affermazioni di Paolo: tutti dobbiamo
desiderare il dono di profezia, ed esercitarlo con ordine. Tutti possiamo,
potenzialmente, profetizzare.
«Perciò, fratelli miei, cercate ardentemente
il profetizzare e non impedite di parlare in lingue». Ancora una volta,
Paolo esorta a cercare il dono di profezia. Tutto il suo discorso è incentrato
sui doni spirituali, fra i quali è la profezia. Considerare la profezia come un
«parlare umano intellegibile», quindi un’attività umana, non ha senso perché
elimina qualunque connessione logica fra questa attività e gli altri doni del
discorso, oltre ad essere contraddittorio di altre cose che Paolo afferma.
Sarebbe come sostituire al verbo «profetizzare» il verbo «cantare».
A chiarimento totale della questione leggiamo
Romani 12,6: «Ora, avendo noi doni differenti secondo la grazia che ci è
stata data, se abbiamo profezia, profetizziamo secondo la proporzione della fede».
Questo passo si commenta da solo. Se abbiamo il dono di profezia,
lo esercitiamo secondo la misura della nostra fede. D’altronde Paolo ripete in
varie occasione il concetto della diversità dei doni spirituali, e che non tutti
sono apostoli, non tutti parlano in altre lingue, non tutti profetizzano.
Come la pensava Pietro, sempre nel NT?
«Nessuna
profezia infatti è mai proceduta da volontà d’uomo, ma i santi uomini di Dio
hanno parlato, perché spinti dallo Spirito Santo» (2 Pietro 1,21). È chiaro
che nessuna parola di questo versetto avrebbe senso se la profezia fosse davvero
solo un «parlare, Bibbia alla mano, della salvezza a un non credente» (anche se
lo Spirito Santo in questo ci guida e ci aiuta).
È invece vero quello che tu affermi in risposta
ad Andrea: cioè che «l’espressione “parole profetiche” compare solo una volta
nel NT, e in riferimento alle parole scritte dei profeti dell’AT. In 2 Pietro
1,19ss la “parola profetica” corrisponde a “profezia della Scrittura” (= AT!) o
semplicemente a “profezia” (= AT!)». Giusto! Questo perché si sta parlando
dell’infallibilità delle Scritture e del fatto che la profezia della Bibbia non
è soggetta ad interpretazione personale. Da cosa trai però l’assunto: «Perciò,
quelle che un “unto” dà a qualcuno, non sono “parole profetiche”».
Chiamiamole allora come la Bibbia le chiama: «profezie». Da oggi in avanti, per
non incappare nell’accusa di aver coniato un termine improprio, chiameremo le
rivelazioni che Dio dà a qualcuno (spec. ai credenti che hanno chiesto e
ricevuto il dono di profezia) con il loro nome: «profezie».
Infine, al verso 30, leggiamo: «E se una
rivelazione è data a uno di quelli che stanno seduti, il precedente si taccia»
(v. 30).
Tu interpreti questa frase come segue: «Si
tratta quindi di un linguaggio “ispirato”, ossia che abbia le caratteristiche di
1 Cor 14,3 (edificare, esortare e consolare)». A parte mettere il termine
«ispirato» fra virgolette (quando la Scrittura parla di ispirazione in modo
inconfutabilmente legato alla rivelazione diretta di Dio), stupisce la tua
definizione di ispirazione: un linguaggio di amore. Da quando in qua amore e
ispirazione sono la stessa cosa? Sembrerebbe che le difficoltà etimologiche si
riflettano tanto nella lingua greca quanto in quella italiana.
Per inciso (anche se questa affermazione è così
semplice che ti potrà sembrare puerile) uno potrebbe notare che, se la Scrittura
ci esorta continuamente a guardarci dai «falsi profeti», a «provare gli
spiriti», a «riconoscere l’albero dai frutti» e a distinguere fra i profeti
falsi e quelli veri, questo significa che, accanto ai profeti falsi, ci sono
anche i profeti veri. Giustamente tu chiedi: «se si abbassa la guardia e si
attribuisce tutto a Dio o al suo Spirito… Dove stanno allora tali “molti falsi
profeti” operanti proprio dall’interno del cristianesimo?» Giusto; ma se si
attribuisce tutto ai «sensitivi e [ai] “canali” spiritualistici», alla
chiaroveggenza e alla divinazione, o se si riduce la profezia al semplice
«discorso pubblicò, dove sono i profeti veri? Non c’è motivo di distinguere fra
due cose se una delle due non esiste.
Se poi, di nuovo, profezia significa «parlare»,
allora «falso profeta» significa semplicemente «bugiardo». Un qualunque bugiardo
è forse definito «falso profeta»? Falso profeta non è forse (anche negli scritti
degli anti-carismatici) chi parla del futuro o di cose a lui ignote, senza
essere stato ispirato da Dio? Come mai fate voi stessi un uso così «selettivo»
di questa bizzarra, nuova e fallace definizione di profezia?
Paradossalmente, la definizione di falso profeta
non si applica nemmeno, necessariamente, al profeta che dica qualcosa di «suo»,
accompagnandolo con una presunta benedizione da parte di Dio. Si veda ad esempio
il caso in cui il profeta Nathan disse a Davide, che voleva costruire un tempio
a Dio: «Va’, fa’ tutto ciò che hai in cuore di fare, perché l’Eterno è con te»
(2 Samuele 7,3). Quella stessa notte Dio comandò a Nathan di tornare dal re e di
dirgli che la gloria della costruzione del tempio era riservata non a lui, ma a
suo figlio. Questo non fece di Nathan un falso profeta, né mise in discussione
la sua sottomissione a Dio.
Un’ultima precisazione: conosco, purtroppo, il
«fuoco estraneo» di cui parli, le tristi manifestazioni del «Toronto Blessing»,
per non parlare di Benny Hinn e Paul Cain (sospetto per le sue tesi prima ancora
di essere smascherato come omosessuale). Ripeto, leggendo la Bibbia ci si
aspetta apostasia, e non risveglio, nella chiesa. Ma tagliare rettamente la
Parola di verità significa ammettere tutto quello che c’è scritto, che non è,
fino a prova contraria, il contenuto del tuo saggio «Profeti nel Nuovo
Testamento» né la tua tesi contro il fratello Andrea Merli (su Bob Hazlett).
Quanto a Bob Hazlett non mi esprimo: lo
incontrerò il 10 novembre con la massima tranquillità, pregando per il
necessario discernimento. Potrebbe essere un falso profeta; ma per quello che
so, e per quello che leggo nella Bibbia, potrebbe anche essere un credente con
un autentico dono di profezia e una vita esemplare.
Qualunque sarà la mia impressione, sarò felice
di condividerla con chiunque non abbia la propria capacità di discernimento
(anche umana) inquinata da preconcetti.
Grazie per la tua attenzione e, se proverai per
me la simpatia che Gesù ebbe per il giovane ricco, per la tua cortese risposta.
{02-11-2007}
2. Osservazioni e obiezioni
{Nicola Martella}
▲
Per non ripetermi, mi limito solo ad alcune questioni
aperte. Per molti aspetti rimando a questa mia letteratura:
■ Nicola Martella,
Manuale Teologico dell’Antico Testamento
(Punto°A°Croce, Roma 2002), articoli: «Profeta (ambito ministeriale)», pp.
279ss; «Falsi profeti», pp. 281s; «Falsi legittimi», p. 283; «Profetismo:
fenomeno», pp. 283s; «Profezia: proclamazione», pp. 284s.
■ Nicola Martella (a cura di),
«Che cos’è la “profezia”?», Escatologia biblica essenziale.
Escatologia 1 (Punto°A°Croce, Roma 2007), pp. 21-24.
2.1. ENTRIAMO IN TEMA:
Apprezzo lo sforzo di Emanuela di spiegare il suo punto di vista. Riconosco pure
il suo diritto di avere opinioni divergenti dalle mie. Il mio piccolo consiglio
a lei è il seguente: prima di attribuire al proprio interlocutore
qualcosa, su cui poi si costruisce il proprio ragionamento e i proprio
giudizi, si fa bene a chiedergli preventivamente se veramente la pensa
così. Detto questo, considero ogni confronto sempre utile, quindi anche con
Emanuela. Non conoscendo
la sua preparazione tecnica e linguistica (ebraico, greco, ecc.), può sempre
mettermi al corrente al riguardo, così sappiamo su che piano ci muoviamo. Quindi non ho nessuna preclusione nei
suoi confronti né intendo offenderla in alcun modo con le mie osservazioni che
seguono, visto che si trovano su un piano dialettico e non su uno personale. Poi
è fuori dubbio che ognuno di noi cristiani può imparare dall'altro, se la sacra
Scrittura rimane l'unica «livella» nella dottrina e nella morale.
2.2. IL FINE NON GIUSTIFICA I MEZZI:
Ritengo che bisogna giocare secondo regole di correttezza (anche quelli morali
sulla proprietà altrui) e di fair play. Vorrei fare quindi un appunto a Emanuela fin dall’inizio: Perché non cita
correttamente le parti che non provengono dalle sue conoscenze e che ha preso da
altrove? Perché non delimita il testo con virgolette e non pone alla fine il riferimento
bibliografico? Ad esempio cita un autore (Laur) che difficilmente potrà aver
consultato per data (1903) e per lingua (tedesco).
Una breve ricerca ha mostrato che Emanuela ha
semplicemente copiato e modificato parti di articoli presenti sul web, ad
esempio:
■
Alexamenos. La Voce di Dio
(inizio): «Un profeta è, come dice la stessa etimologia del termine, un
individuo che parla al posto di qualcun altro, preannunziandone la volontà; nel
caso specifico, tradizionalmente dicesi “profeta” un uomo che parla in vece di
dio». Uno sguardo a questo sito mostra che esso è chiaramente
anticristiano.
■
Associazione Archeosofica - Nazireato e
Profetismo (inizio). «Nella nostra lingua il vocabolo “profeta”
deriva dal latino propheta, e questo dal greco propétes, proveniente dal verbo
profànai, cioè “parlare a nome di un altro”». Non disdegna di citare neppure
una fonte chiaramente esoterica. Anche altre frasi sono tratte da
qui!
■
Catholic Encyclopedia:
Prophecy, Prophet, and Prophetess
(I.B.2.). «The Hebrew Names -- The ordinary Hebrew for prophet is nabî’. Its
etymology is uncertain. According to many recent critics, the root nabî, not
employed in Hebrew, signified to speak enthusiastically, “to utter cries, and
make more or less wild gestures”, like the pagan mantics. Judging from a
comparative examination of the cognate words in Hebrew and the other Semitic
tongues, it is at least equally probable that the original meaning was merely:
to speak, to utter words (cf. Laur, “Die Prophetennamen des A.T.”, Fribourg,
1903, 14-38). The historic meaning of nabî’ established by biblical usage is
“interpreter and mouthpiece of God”. This is forcibly illustrated by the
passage, where Moses, excusing himself from speaking to Pharao on account of his
embarrassment of speech, was answered by Yahweh: “Behold I have appointed thee
the God of Pharao: and Aaron thy brother shall be thy prophet. Thou shalt speak
to him all that I command thee; and he shall speak to Pharao, that he let the
children of Israel go out of his land” (Exodus 7:1-2). Moses plays towards the
King of Egypt the role of God, inspiring what is to be uttered, and Aaron is the
prophet, his mouthpiece, transmitting the inspired message he shall receive. The
Greek prophetes (from pro-phanai, to speak for, or in the name of someone)
translates the Hebrew accurately. The Greek prophet was the revealer of the
future, and the interpreter of divine things, especially of the obscure oracles
of the pythoness. Poets were the prophets of the muses: Inspire me, muse, thy
prophet I shall be” (Pindar, Bergk, Fragm. 127).
The word nabî’ expresses more especially a function. The two
most usual synonyms ro’éeh and hozéh emphasize more clearly the special source
of the prophetic knowledge, the vision, that is, the Divine revelation or
inspiration. Both have almost the same meaning; hozéh is employed, however, much
more frequently in poetical language and almost always in connexion with a
supernatural vision, whereas râ’ah, of which ro’éh is the participle, is the
usual word for to see in any manner. The compiler of the first book of Kings
(ix, 9) informs us that before his time ro’éh was used where nabî’ was then
employed. Hozéh is found much more frequently from the days of Amos. There were
other less specific or more unusual terms employed, the meaning of which is
clear, such as, messenger of God, man of God, servant of God, man of the spirit,
or inspired man, etc. It is only rarely, and at a later period, that prophecy is
called nebû’ah, a cognate of nabî’; more ordinarily we find hazôn, vision, or
word of God, oracle (ne um) of Yahweh, etc.».
Da questo sito cattolico ha tratto
anche le altre informazioni
(si noti la citazione di Laur, “Die Prophetennamen des A.T.”!!!).
Mi
fermo qui. Il «non rubare» non vale anche della proprietà letteraria di
altri? Tutto questo le fa onore come persona e come cristiana? Non
dovrebbe ella ravvedersi al riguardo e scusarsi con i lettori? Purtroppo questa
è una prassi diffusa fra cristiani
e non,
quindi
non limitata
a Emanuela, e mostra che anche gli evangelici possono avere una dottrina
salvifica biblica, ma una morale del mondo.
Visto il modo non professionale di trattare i dati altrui, da ciò deriva anche
l’altra domanda: Quale competenza diretta ha Emanuela di tutto ciò?
Infatti, oltre alla mancanza di professionalità, le molte approssimazioni da lei usate,
non rivelano le sue lacune tecniche?
Già tutto ciò non squalifica l'intero lavoro che mi ha mandato? L'albero buono
non deve
fare frutti buoni!? (Mt 7,17).
2.3. LA TRATTAZIONE DEL TEMA: Non
ostante ciò non voglio sottrarmi dall’affrontare alcune sue osservazioni e
obiezioni. Intanto Emanuela mi ha mandato un secondo scritto, di cui vuole la
mia analisi, ma non lo tratterò qui. Seguo a mano a mano il «suo» scritto
soprastante.
■ Profeti
di Dio: È la ripetizione di uno stesso concetto?
Che dire allora dell’espressione nell’AT «profeti di Ba`al»? (1 Re
18,19.22.25.40; 2 Re 10,19; Gr 2,8; Gr 23,13). Se fosse la ripetizione dello
stesso concetto, sorprende che nell’AT si trovi l’espressione nabî’ di Jahwè
«proclamatore dell’Eterno» tradotta nella Settanta come prophētēs tou Kyriou
«proclamatore del Signore» (1 Sm 3,20; 1 Re 18,4.13.22; 1 Re 22,7; 2 Re 3,11).
Si noti il contrasto evidenziato da Elia: «Son rimasto io solo dei
proclamatori di Jahwè, mentre i proclamatori di Ba`al sono in
quattrocentocinquanta». Ricorre pure l’espressione «profeti di Dio» (Esd
5,1). ● La tesi mi sembra essere qui confutata. Se questa espressione non
ricorre mai nel NT, ci deve pur essere un motivo!
A ciò si aggiunga anche l’espressione «profetare
(= proclamare) nel nome di ***»: Esd 5,1 Dio d’Israele; Gr 2,8
di Ba`al; 11,21 dell’Eterno; 23,13 di Ba`al; 36,9 dell’Eterno; 26,16 dell’Eterno,
del nostro Dio; 26,20 dell’Eterno; Zc 13,3 dell’Eterno. L’unico luogo in cui
questa espressione fu usata nel NT, riguardava il lontano passato, l’AT: «Prendete,
fratelli, per esempio di sofferenza e di pazienza i profeti che hanno parlato
nel nome del Signore» (Gcm 5,10; v. 11 Giobbe).
■ Profeta
greco: Si afferma che «il profeta greco era, per
definizione, colui che rivelava il futuro». Ciò è errato. Chi rivelava il futuro
era il mántis «medium», ad esempio la Pizia, mentre il prophētēs
era il «portavoce» di tale sapere, ossia colui che interpretava il responso,
adattandolo al cliente.
■ Che
significa nabî’?:
La tesi della radice che significa «parlare con
entusiasmo» è vecchia e ormai desueta. Che nābā’
significhi «proclamare» si può vedere dal
suo uso «non profetico», ossia ad esempio nel tempio da parte dei cantori. I
figli di Asaf, di Heman e di Jeduthun «erano i proclamatori [ebr. hannebî’îm]
degli inni sacri accompagnandosi con cetre, con saltèri e con cembali».
Asaf «proclamava [ebr. hannibā’]
gli inni sacri» (v. 2) e similmente faceva Jedutun (v. 3). Cfr. Nicola
Martella, «Salmi»,
Radici 1-2 (Punto°A°Croce, Roma 1994), p. 92.
Che
nabî’
significasse semplicemente «proclamatore, portavoce» e addirittura in senso
passivo «chiamato, eletto», è mostrato da brani in cui non si parla dei
profeti d’Israele. Dio disse in sogno ad Abimelek: «Restituisci la moglie a
quest’uomo, perché è nabî’; ed egli pregherà per te, e tu vivrai» (Gn 20,7);
qui si può interpretare con «chiamato, eletto». Questo significato è confermato
dal Sal 105,15 in cui Dio disse dei tre patriarchi d’Israele: «Non toccate i
miei unti e non fate alcun male ai miei nebî’îm».
In Es 7,1 Aaronne fungeva da nabî’ «portavoce» di Mosè dinanzi a faraone,
su cui Jahwè lo aveva stabilito come autorità (ebr. ‘ëlohîm
«tremendo»).
Tralascio qui i termini ro’éh e
ḥozéh,
sia perché ci porterebbero troppo fuori dalla discussione, sia perché ro’éh
era un termine già disusato ai tempi dei profeti teocratici in epoca monarchica,
sia perché non hanno nessuna incidenza nel NT. A ciò si aggiunga che in Amos Am
7,12 il termine
ḥozéh
era usato in senso dispregiativo; per altro non ricorre mai nel resto dei libri
profetici.
■ Falsi
sillogismi: Si afferma che in greco prophētēs
«traduce il significato ebraico in modo accurato». Per prima cosa dall’ultimo
nabî’ d’Israele nell’AT (Malachia) all’ultimo prophētēs d’Israele nel
NT (Giovanni battista) erano trascorsi 400 anni senza «profeti». Seconda cosa,
intanto si era passati in Palestina per due mutamenti linguistici: dall’ebraico
all’aramaico e poi al greco. Terza cosa, ognuno che conosce un po’ di
linguistica o almeno diverse lingue sa che ogni parola ha un «campo semantico»
che non coincide con quello del termine corrispondente in un’altra lingua. Ciò
che io posso dire in tedesco, non lo posso dire in italiano allo stesso modo, e
viceversa; se in una lingua c’è un termine, nell’altra ce ne voglio almeno due o
più per dire le stesse cose.
Che i termini non si equivalgono è mostrato, ad
esempio, da «cuore»: una persona di «buon cuore» in ebraico non è una persona
benigna o caritatevole, ma una persona di «buon senso», piena di discernimento!
Questo è mostrato dal fatto che il grande comandamento in ebraico recitava: «Tu
amerai dunque l’Eterno, il tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l’anima tua e
con tutte le tue forze» (Dt 6,5 cuore = mente); per renderlo comprensibile
ai lettori greci, esso fu modificato o ampliato nel NT (diversamente dalla
Settanta) così: «Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore e con tutta
l’anima tua e con tutta la mente tua»
(Mt 22,37), oppure: «amarlo con tutto il cuore,
con tutto l’intelletto e con tutta
la forza» (Mc 12,33).
A ciò si aggiunga, ad esempio che nell’AT mai un
poeta fu chiamato nabî’, mentre ciò accade nel NT con prophētēs
(Tt 1,12; cfr. invece At 17,28 «poeta»). Ciò non accade in Nu 21,27. Ciò mostra che il campo semantico delle
due parole era differente. Si noti che Daniele
non era un nabî’ teocratico d’Israele, ma un funzionario di Stato (per di
più straniero) e un
apocalittico; egli parlò del profeta Geremia (Dn 9,2) e dei «profeti, tuoi /
suoi servi» (vv. 6.10) indicando così altri. Eppure, sebbene nel libro di Daniele
(7°-6° sec. a.C.) «profeta, profetare» non fossero stati mai usati per lui e la
sua attività, nel NT Gesù lo chiamò «prophētēs Daniele» (Mt 24,15).
Pietro parlò della «profezia della
Scrittura pronunziata dallo Spirito Santo per bocca di Davide» (At
1,26). È chiaro che Davide non era un nabî’,
ossia un profeta teocratico d’Israele, poiché egli stesso consultava Nathan, Gad
e altri nebî’îm di Jahwè per conoscere la volontà di Dio; nel
NT prophēteia indicava semplicemente il «discorso ispirato» da Dio
mediante una persona (qui dell’AT), indipendentemente dal fatto che questa fosse nabî’
o meno. La definizione di prophēteia nel NT rispetto all’AT era questa: «Uomini
hanno parlato da parte di Dio, perché sospinti dallo Spirito Santo» (2 Pt
1,21); ciò non corrispondeva però al concetto tecnico di «profezia» nell’AT
quale espressione dei nebî’îm di Jahwè, gli organi
dell’alleanza. Tutto ciò mostra che il campo semantico di nabî’ e
prophētēs non coincidevano.
■ 1°
bilancio provvisorio: Meraviglia che Emanuela tiri delle conclusioni
affrettate da falsi sillogismi. Perciò asserisce: «La
tua affermazione… è del tutto arbitraria. Non è certamente supportata da basi
linguistiche… e pare più fondata sull’idea aprioristica…». Non crede che lo spiedo potrebbe
essere girato nell’altra direzione? C’è quindi da temere che ciò che segue,
essendo basato su false conclusioni, non ci porterà più vicini alla verità. Se
il primo bottone è messo male, il risultato è immaginabile. Così non meraviglia
che anche dopo Emanuela continui attribuendomi «un preconcetto» e simili; ma
tutto è ribaltabile.
■ Profetare
nel NT: «Chi profetizza… parla agli uomini» (1 Cor 14,3): era quindi un «parlare
ispirato». Paolo evidenziò anche il fine, ossia «per edificazione, esortazione e
consolazione»: chi parlava, non intendeva comunicare nuove rivelazioni ma
edificare, esortare e consolare con la sacra Scrittura. Era quindi una
rivelazione profetica che proveniva dalla lettura comune dell’AT. Ma non era un
semplice chiacchierare sulla Scrittura, ma un «parlare ispirato», poiché è
scritto: «Se una rivelazione è data a uno di quelli che stanno seduti, il
precedente si taccia» (1 Cor 14,30). Questo è evidenziato nella seguente
constatazione: «Tutto quello che fu scritto per l’addietro, fu scritto per
nostro ammaestramento, affinché
mediante la pazienza e mediante la
consolazione delle Scritture noi riteniamo la speranza» (Rm 15,4).
L’autore della lettera agli Ebrei parlò del suo scritto come della «mia
parola d’esortazione» (Eb 13,22). Anche Pietro disse: «V’ho scritto
brevemente esortandovi» (1 Pt 5,12). Tutti costoro si basavano su una
lettura ispirata delle sacre Scritture ebraiche alla luce delle novità del nuovo
patto, specialmente della «testimonianza di Gesù» quale Messia.
Perciò Paolo,
l’autore della lettera agli Ebrei e Pietro presentarono nei loro scritti una
«lettura profetica» dell’AT alla luce dell’avvento di Gesù Messia. Questo era il
cuore e il senso della «profezia» (= proclamazione ispirata) al tempo del NT! L’angelo dovette ammonire l’apostolo Giovanni, per poi dirgli che «la
testimonianza di Gesù è lo spirito della profezia» (Ap 19,10).
■ 2°
bilancio provvisorio: Non è singolare chiamare «discorso
profetico di Gesù» qualcosa e usarlo come argomento, solo perché è il titolo
che i traduttori (!) hanno dato a Mt 24 o Lc 21? Dove sta nel testo greco?
Emanuela afferma, concludendo: «Pare che la
tua interpretazione della profezia, oltre a non avere riscontro da un punto di
vista linguistico, sia anche sfuggita per secoli a frotte di traduttori e
compilatori della Bibbia». Ecco quando si mette male il primo bottone.
L’argomento linguistico è inconsistente, come abbiamo visto. Ella dovrebbe sapere come il campo
semantico di una parola (qui profezia, profetare) muti in due millenni di
storia! Si veda a confronto la parola «protestare»: Che significava al tempo di
Lutero? Che significa ora? Che nesso c’è tra «protestare» e «protestante»?
■ Profetare:
Non ho mai detto che «profetare» nel NT significasse semplicemente e solo «parlare», ma
«proclamare in modo ispirato» sulla base delle sacre Scritture (allora
l’AT) ciò che riguardava il mistero di Gesù quale Messia, secondo il seguente
assunto, già ricordato: «La testimonianza di Gesù è lo spirito della profezia» (Ap
19,10).
Emanuele
afferma: «E siccome Dio è un Dio di ordine, solo un
profeta (cioè uno che abbia ricevuto il dono di profezia) giudica un altro
profeta». Paolo afferma, però, appena prima: «Tutti,
uno ad uno, potete profetare; affinché tutti imparino e tutti
siano consolati» (v. 31). Se tutti possono fare qualcosa (v. 24 «tutti
profetizzano»), non ci sono persone specializzate e particolari; quindi
anche tutti possono giudicare quanto un altro pretende di aver detto sotto
ispirazione. Il v. 5 è da leggere alla luce dei vv. 24 e 31, dove ciò è
premesso. Questo significato di «profetizzare» (= proclamare in modo ispirato la testimonianza di
Gesù nelle Scritture ebraiche) è corroborato dal v. 19, dove fu da lui
parafrasato con «dire cinque parole con la mia intelligenza per istruire
anche gli altri»! È erroneo dire qui che Paolo «non sta affatto confrontando
la profezia con il parlare in lingue, ma sta sottolineando l’importanza
dell’interpretazione delle lingue e dell’ordine»; ogni esegeta può smentirlo,
poiché la maggior parte di 1 Cor 14 consiste proprio nell’esaltazione del
«profetare» in contrasto col parlare in lingue.
Sorvolo il resto, contenendo
un falso sillogismo che è basato su erronee premesse linguistiche e
contenutistiche.
Ribadisco solo che «profetare» non è semplicemente «parlare», ma parlare in modo
ispirato sulla base della Scrittura, evidenziando in essa specialmente la «testimonianza di
Gesù».
■ Pietro:
In 2 Pietro 1,21 l’autore non parlò del profetare nella chiesa, ma della
«profezia» contenuta nell’AT, quindi le sacre Scritture ebraiche! Infatti, se Emanuela fosse stata
attenta al contesto, avrebbe letto un verso prima che l'apostolo parlò qui della «profezia
della Scrittura» (v. 20), corrispondente alla «parola profetica» (v. 19),
mentre un verso dopo mise in guardia contro «falsi profeti» e «falsi
dottori che introdurranno di soppiatto eresie di perdizione» (2,1). È questo l’effetto della distrazione e della versettologia!? Poi
quanto sia discutibile il resto, lo giudichino i lettori stessi.
■
Ispirazione: Emanuela si attacca a delle virgolette in «ispirato». Si
stupisce di una definizione di ispirazione quale «un
linguaggio di amore», che non ho mai usata e non so da dove l’abbia cavata.
Semmai qui rivelazione era l’intuizione spirituale di un credente durante la
lettura comune della Scrittura (allora l’AT) specialmente riguardo alla «testimonianza di
Gesù». Si veda qui l’esortazione di 1 Tm 4,13: «Attendi finché io torni,
alla
lettura, all’esortazione, all’insegnamento». Dalla lettura dell’AT venivano
tratti anche l’esortazione e l’insegnamento.
2.4. ASPETTI CONCLUSIVI:
Che cosa c’entra il caso di Nathan con la falsa
profezia, rimane un mistero. Ma non è il solo.
Purtroppo Emanuela ricalca in modo
ricorrente e riduttivo che «profetare» significhi semplicemente «parlare»,
attribuendo ciò a me, e su di ciò basa la sua invettiva. Ma queste sono solo le sue false attribuzioni, da cui trae poi
false conclusioni. Poi fa ironia e sarcasmo gratuiti per le conclusioni che
trae. Ciò non è serio. Come non è serio parlare di «questa
bizzarra, nuova e fallace definizione di profezia». Se all’inizio voleva fare la
«dotta», specialmente attribuendosi contenuti di altri, come mai alla fine mostra una certa arroganza
nei miei confronti? Non avrebbe dovuta essere più seria, corretta e professionale?
Infine c'è da chiedersi se
la frase «chiunque non abbia la propria capacità di discernimento (anche umana)
inquinata da preconcetti», non sia formulata
—
sulla scia di quanto ha detto sopra
— in
antitesi al sottoscritto. Le sono comunque grato che si è astenuta dalla solita minaccia di
aver commesso il peccato contro lo Spirito Santo e di essere sotto il giudizio
divino.
Il mio fraterno consiglio
per Emanuela è ad esempio il seguente: prima di esprimere un
(pre)giudizio,
su cui poi costruisce tutta la sua tesi, è salutare chiedere preventivamente se ciò che
ha capito, sia giusto o meno. Ciò la preserverebbe dall’attribuire indebitamente cose al
suo prossimo, di usare ironia e sarcasmo per tali presunte cose, magari mal capite, e di
fare così una magra figura. Non ha mostrato Emanuele poca serietà tecnica, citando
fonti anticristiane ed esoteriche? Non ha mostrato così poco discernimento e
poco rispetto per la proprietà altrui?
Termino con una
piccola lezione di etica,
destinata a tutti noi cristiani inseriti nel contesto sociale e morale
italiano. Ho fatto
riferimento sopra al fatto che l'albero buono deve fare frutti buoni! (Mt 7,17).
Ciò vale certamente per ognuno di noi. Penso che, se ci fosse
un undicesimo comandamento, reciterebbe: «Non barare». Facendo una piccola
«spedizione» tra siti, forum e gruppi di discussione cristiani e non, constato
che vengono copiati testi altrui con disinvoltura, senza permesso e senza
riferimenti bibliografici, sebbene siano «proprietà letteraria riservata». Non è
ormai una questione di un singolo, ma un atteggiamento morale diffuso al punto
che è considerato una «bagatella» o un «peccato veniale». Giacomo fece notare: «La
sapienza che è da alto, prima è
pura; poi pacifica, mite, arrendevole, piena di misericordia e di
buoni frutti, senza parzialità, senza
ipocrisia» (Gcm 3,17). Paolo raccomandava: «Siate
irreprensibili e schietti, figli di Dio
senza biasimo in mezzo a una generazione storta e perversa, nella quale
voi risplendete come luminari nel mondo,
tenendo alta la Parola della vita» (Ef 2,15). I cristiani fedeli alla
sacra Scrittura dovrebbero mostrare qui di saper essere e fare la differenza!
In ogni modo, per il troppo
tempo già investito nella risposta e per potermi dedicare anche agli altri
lettori, non potrò rispondere, per ora, alla sua seconda missiva, arrivata mentre mettevo
in rete questo articolo. Questo non chiude però le porte per un confronto
fraterno per il futuro.
►
Questioni sui profeti del NT: parliamone
{Nicola Martella} (T)
►
URL di origine:
http://puntoacroce.altervista.org/Artk/1-Discuti_profeti_NT_OiG.htm
08-11-2007;
Aggiornamento:
10-11-2007
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