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► Introduzione allo scrivere un tema
L’INTENZIONE
Ho corretto i compiti dei studenti di scuola biblica residenziale e a
distanza per più di due decenni. Attualmente analizzo, in modo ricorrente, gli
scritti di diverso genere, ricevuti da altri autori al fine di una pubblicazione
in forma cartacea o via internet. Per poterli pubblicare, li rileggo con
attenzione, correggo eventuali errori di grammatica, di sintassi e di forma.
Infine ne faccio la redazione finale. Facendo in modo ricorrente quest’attività
per il sito «Fede controcorrente», mi sono saltate all’occhio le seguenti
caratteristiche, cu cui chi collabora fa bene a porre attenzione.
I SINGOLI ASPETTI
■ I titoli non sempre sono adeguati al contenuto, ma solo a una
parte d’esso e magari solo al suo inizio. È chiaro che, così facendo, il lettore
rimarrà deluso e irritato. Il titolo è un’etichetta che deve dichiarare in modo
preciso e conciso la materia presente nel contenitore (l’articolo). Si fa bene a
darlo alla fine.
■ Certi articoli mancano di linearità e non si sa bene di che cosa
vogliano parlare. Un buon articolo deve contenere almeno un’introduzione, un
corpo e una conclusione. Alla fine si tratta solo di parole spirituali messe
insieme, come fosse un canovaccio di una meditazione; ma un articolo deve avere
un argomento chiaro e deve possedere una linearità.
■ Un altro elemento è la ripetitività. Certi articoli, invece di
avere una linearità, si muovono in modo ciclico, ripetendo sempre di nuovo le
stesse cose. Ciò stanca e annoia il lettore. Si fa bene a fare dei titoli
intermedi e a creare una struttura lineare e logica.
■ Alcuni scritti non solo mancano di linearità e ripetono spesso le stesse
cose, ma hanno una tematica complessa; ossia sono usati come deposito per
tanti altri argomenti che non rispecchiano il tema principale. Vengono
introdotti personaggi biblici, che non vengono spiegati; si accenna a cose,
persone, fatti, dottrine, istituzioni e così via, dandone magari un giudizio, ma
il lettore non sa di che cosa si tratta. In tal modo, chi legge si sente confuso
e alla fine perde il filo del discorso.
■ La mancanza di linearità, la ripetitività e la mancanza di una tematica
chiara fanno sì che i diversi articoli di un autore, qualunque siano il titolo e
il tema reale, rischiano di assomigliarsi tutti.
■ Alcuni iniziano a scrivere su un tema, ma poi sfociano in un altro tema o
presentano una seri di temi nello stesso scritto. In tal modo, ogni loro
scritto diventa inutilmente lungo. In tali casi è meglio spezzare l’articolo in
più parti e concludere ognuno di essi in se stesso.
■ A ciò si aggiunga spesso l’uso di uno stile predicativo. L’autore
si rivolge al lettore con un «tu» o un «voi» e generalizza il tutto con un
«noi», come se si parlasse da un pulpito. Tale «noi» è poi anche ambiguo, poiché
non si capisce sempre se si tratta di un «noi credenti» o «noi uomini,
peccatori, ecc.». Un articolo non deve avere lo stile di un’omelia. Inoltre
certi scritti contengono continuamente appelli di diverso genere. Un
articolo non deve assomigliare a una predica; qui devono convincere gli
argomenti chiari, non la retorica.
■ Certi scritti sono altresì continuamente pieni di pie espressioni
omiletiche, asserti recitativi e retorici, tipici dei credi e dei
catechismi, come pie formule, asserzioni dottrinali ed eulogie. Tutto ciò rende
la lettura pesante e fa perdere il filo logico. Non c’è bisogno di scrivere ogni
volta dopo «sangue», «col quale Cristo ci purifica dai nostri peccati» e simili.
Dopo il nome «Dio», non bisogna mettere tutta una sfilza dei suoi attributi né
accodare eulogie (p.es. «il suo nome sia benedetto in eterno»). Dopo il nome di
«Gesù», non bisogna ricordare ogni volta tutti i suoi meriti e tutta la sua
opera.
■ A tali espressioni devozionali si aggiungono vari «fronzoli religiosi»
continuamente ripetuti, ma conosciuti solo a chi sta già in certi «giri». Per
l’uomo della strada una «preghiera unta» sarà un rito misterioso per iniziati;
per una persona normale un «uomo unto» è un meccanico, un benzinaio. A ciò si
aggiunga la «lingua di Canaan» o «evangelichese», un linguaggio religioso
pieno di espressioni idiomatiche che è scontato fra certi evangelici, ma
incomprensibile ai «comuni mortali». Certamente si devono scrivere articoli
d’insegnamento destinati a credenti, ma si può essere chiari anche senza
«fronzoli religiosi» ed «evangelichese»; un buon rimedio è sempre l’esegesi. Ma
è assolutamente sconsigliato di scrivere un articolo, in cui si vuole presentare
Cristo, l’Evangelo e la via della salvezza a non credenti, usando appunto
«fronzoli religiosi» ed «evangelichese». Per tale non credente ciò sarà una
specie di «arabo cinese».
■ In alcuni scritti vengono riportati versi biblici, ma senza
virgolette, senza citare il brano, e spesso essi non corrispondono in tutto a
ciò che si trova nella Bibbia, ma si tratta di un adattamento a proprio
arbitrio. La citazione dei versi biblici dovrebbe seguire questo schema: «Brano»
(Sigla del libro capitolo, verso); ad esempio: «Dio è amore» (1 Gv
4,8.16). Bisogna usare le sigle suggerite dal gestore del sito.
■ Connesso alla citazione impropria dei versi, c’è anche l’accumulo di
versi in uno scritto. Alcuni citano lunghi brani della Scrittura, altri
fanno lunghe liste di versi. Tutto ciò mina la linearità dell’articolo e rende
affannosa la lettura. È meglio trascrivere solo alcuni versi chiari e mettere
tra parentesi gli altri brani che il lettore può consultare.
■ Oltre alla citazione impropria di versi biblici e al loro accumulo,
alcuni citano dei brani fuori contesto, usandoli strumentalmente. Questo
è ciò che io chiamo «versettologia»: si pensa di argomentare facendo uso
di una certa quantità di versi, indipendentemente dal loro contesto d’origine. ●
Penso a quell’avventista che, dopo aver citato 10-15 versi biblici sul sabato,
concluse che solo gli avventisti sono la confessione cristiana legittima; è
chiaro che non tenendo presente la decisione storica del concilio di Gerusalemme
(At 15) e l’insegnamento di Paolo riguardo alla libertà rispetto al «giorno» e
ai «cibi» di Rm 14, si fa una grande ingiustizia verso la verità e la dottrina.
● Penso a quel pioniere della «Torre di Guardia», che citò un certo numero di
versi in cui nell’AT ricorre il nome Jahwè e mostrò che essi sono riportati
anche nel NT come citazioni, concludendo che essi sono gli unici adoratori di
«Geova». Leggendo però tutto il NT in greco, il nome Jahwè o «Geova» non ricorre
mai. Da più di vent’anni sto aspettando che tale pioniere della «Torre di
Guardia» mi porti copia di un antico codice greco del NT, in cui compare
chiaramente Jahwè o «Geova». ● Come si vede, con la «versettologia» si possono
fare asserzioni dottrinali che sembrano affascinanti, ma ciò non significa che
tutto ciò corrisponde alla verità, allo spirito della sacra Scrittura e allo
sviluppo della rivelazione. Dobbiamo esercitarci a essere coerenti noi stessi
nei metodi che contestiamo agli altri.
■ Infine, dobbiamo mantenere una grande correttezza con la proprietà
letteraria altrui. Ciò significa che non dobbiamo mettere il nostro nome a uno
scritto che proviene da un altro autore. Ciò è un plagio, quindi
disonesto e ingiusto. Se uno scritto proviene da un altro, è giusto dirlo,
indicando il suo nome; ma non si deve pubblicare gli scritti di un altro senza
chiederne il permesso. Se citiamo di tale scritto solo una breve parte
(citazione), bisogna indicarlo e mettere le virgolette. Se dallo scritto altrui
(che magari affrontava un tema più generico) traiamo solo uno spunto o
dei principi, è bene indicarlo, ad esempio così: «Lo spunto per questo articolo
m’è venuto, leggendo lo scritto “X” dell’autore “Y”, pubblicato…»; oppure: «I
seguenti principi trattati in questo mio articolo li ho tratti da una lista che
l’autore “X” ha fatto nel suo scritto “Y”, pubblicato…».
■ La correttezza morale che ci aspettiamo dagli altri dobbiamo
esercitarla noi stessi. Che dire di trovare un nostro articolo che porta il
nostro nome su un altro sito, senza che nessuno ce ne abbia chiesto il permesso?
Ancora peggio è se non porta il nostro nome o se è stato mutato a proprio
arbitrio. Che dire di trovare su internet un articolo che presenta le nostre
tesi e le nostre argomentazioni, senza mai citare il nostro nome?
■ Ci sono anche aspetti tecnici di uno scritto che non sempre
corrispondono all’arte di scrivere e alla comunicazione. Bisogna controllare se
le frasi sono logiche e lineari anche per la varietà dei lettori. Frasi lunghe a
astruse, bisogna semplificarle. Bisogna usare una buona sintassi e le giuste
interpunzioni. «Blablaisimi» e frasi che non c’entrano nulla con l’argomento, si
devono eliminare. Errori grammaticali e di sintassi bisogna correggerli. Se non
si ha un buon pensiero logico e una buona proprietà di linguaggio, si fa sempre
bene a far leggere e correggere il proprio scritto almeno a un altro. ● Scrivere
significa comunicare; se però tra l’emittente (scrittore) e il ricevente
(lettore) si frappongono troppi filtri culturali e ostacoli tecnici (di cui
abbiamo parlato), allora quest’ultimo chiude la comunicazione e passa ad altro.
CONCLUSIONE
Lo scopo di questo articolo è di aiutare specialmente i collaboratori del
sito «Fede controcorrente» a essere più efficaci nello scrivere. In tal modo,
oltre a evitare di annoiare il prossimo con luoghi comuni e ovvietà
(un’eventualità sempre in agguato), saranno in grado di comunicare quei valori,
in cui essi credono, e lo potranno fare in modo logico, strutturato, efficace e
salutare.
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URL di origine:
http://puntoacroce.altervista.org/Artk/1-Analizzare_scritto_Mds.htm
10-07-07; Aggiornamento: 06-10-07
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